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Aggiornato Domenica 04-Mar-2012

 

“Il tempo è un lungo binario che taglia in due l’esistenza: da una parte la vita, dall’altra la morte – in mezzo sferraglia l’uomo con il suo carico d’incertezze e paure.” – Vincenzo aveva letto questa frase in una toilette dell’aeroporto e pur deprecando l’abitudine incivile di imbrattare i muri, non poté negare d’esserne rimasto favorevolmente impressionato. Appoggiato al bancone del bar, nell’andirivieni chiassoso di stewards, hostess e viaggiatori, finì di sorseggiare il suo caffettino corretto all’anice, quindi raggiunse la pensilina riservata ai taxi, si accese una Nazionale senza filtro e sfogliando distrattamente la Gazzetta dello Sport, rimase in attesa di una chiamata.

«Auto 27, auto 27…»
Vincenzo spense la cicca in terra per non impuzzolentire l’abitacolo: «Qui auto 27, vi ascolto…»
«Ehilà, Vince’, ma lo sai che oggi è proprio il tuo giorno fortunato?»
«E perché?»
«C’è un’altra gita straordinaria – se sei disponibile torni a casa spesato e in compagnia!»
«Perfetto. Dove sono i clienti?»
«Aspettano in Via 1° Maggio, davanti al ristorante cinese.»
«Allora d’accordo, li prendo in consegna. Ci sentiamo domani.»

Vincenzo tentò di rinfrescarsi l’alito con una caramella alla menta, piegò con cura il giornale in modo da poterlo riporre nel cruscotto e mise in moto.

Strada facendo molti strani pensieri affollarono la sua mente. Ripensò con insistenza a quella frase e senza che ve ne fosse una ragione, si chiese se per caso avesse fatto un errore emigrando al nord. Sì, aveva messo su famiglia, si era comprato una bella casa, faceva un lavoro che gli piaceva e guadagnava bene, ma non aveva forse spezzato per sempre il legame con la sua terra, rinunciato alle sue tradizioni? I suoi figli lo chiamavano “papy”, vestivano jeans, ascoltavano rock, facevano tardi nei disco pub senza chiedere il permesso – insomma, erano ragazzi moderni, potevano andare a scuola senza preoccuparsi d’altro, mica come ai suoi tempi. Eppure non gli sembrava che le cose andassero meglio.

Giunto in Via 1° Maggio, vide un uomo e una donna di mezza età discutere animatamente. Avevano l’aria stanca e sebbene fossero ben vestiti, a lui non fecero una buona impressione. «Taxiiii!», strillò la donna gesticolando e Vincenzo capì che quelli erano proprio i suoi passeggeri.

«Accidenti, ma quanto ci ha messo? Ancora un po’ e morivamo di freddo…» - disse l’uomo consegnandogli un biglietto da visita - «Quello sono io e lì c’è l’indirizzo di casa mia. Veda di far presto che non ne posso più!» - e poi, fra sé - «Dio, che giornata di merda…».

Vincenzo annuì. Quella gente non lo invogliava né ad affrontare una conversazione, né ad essere cortese. Ingranò la prima, spinse con forza l’acceleratore e poco dopo già imboccavano l’autostrada.

Lanciando di tanto in tanto un’occhiata verso i suoi ospiti, si sorprese a guardarli con insolito fastidio. Ma perché aveva nei loro confronti tanta avversione? Cosa gli avevano fatto? Si vergognò a tal punto del suo disprezzo che per smentirsi cercò di scambiare qualche parola amichevole: «Gita turistica?»
«Ma quale gita e gita, non me ne frega niente a me di certe cose!», disse l’uomo – e la donna, in tono dimesso: «Sarebbe stato meglio…».
«Meglio di che, Nora? Non l’ho mica invitato io mio fratello! Sei tu che hai fatto di tutto per farlo venire! Tempo sprecato, te l’avevo detto, ma tu niente, dura come il granito!»
«Ma Ernesto, erano almeno trent’anni che non vi sentivate e da più tempo ancora non vi vedevate. Mi sembrava una cosa bella invitarlo per fargli conoscere suo nipote… Ma tu sei talmente orgoglioso, talmente irragionevole che a suon di maledirci tutti gli avrai fatto accadere qualcosa di terribile! Sei un mostro, ecco, un mostro cattivo ed egoista!»
«Ah, vuoi dire che se fosse precipitato nell’oceano la colpa sarebbe mia?»
«E perché, scusa, non potresti avergli dato il malocchio?»
«Ma fammi il piacere, Nora! E non venirtene fuori con le tue stupide superstizioni!»
I due tornarono ad ignorarsi, stizziti, uno guardando nella direzione opposta dell’altra. Vincenzo, intuendo l’assurdità di quel bisticcio, ritentò: «Avete pranzato al ristorante cinese?» - e la donna, forte della presenza di un estraneo: «Certo, ma se non era per me col cavolo che mangiavamo!»
«Se era per te eravamo sempre all’aeroporto ad aspettare che un aereo inesistente ci portasse il fantasma di quel vecchio babbione!»
«O Ernesto, ora basta, non ci saremo intesi…»
«Certo che non vi siete intesi! Ed io ho perso una giornata intera a causa del vostro rincoglionimento!»
«Magari lo troviamo a casa che ci aspetta…»
«Già, e secondo te come c’è andato? Con la forza del pensiero?»
«Avrò capito male e sarà arrivato in qualche altro aeroporto!»
«E sentiamo, quanti aeroporti ci sono qua intorno?»
«Ma cosa ne so io!»
«Appunto, allora faresti meglio a stare zitta.»
«Magari è andato a prenderlo Paolo…»
«Allora sei proprio scema… Purtroppo per me quello ti somiglia! Vedrai che è da qualche parte a far la vittima con le sue crisi esistenziali, ma di stare a casa per badare alla famiglia nemmeno a parlarne! No! Ovunque tranne là. E tua nuora è anche peggio!»
«Non essere ingiusto, Ernesto, sono ragazzi – devono trovare la loro strada…»
«La loro strada? Ragazzi??? Hanno trent’anni, Nora – ragazzi un tubo! Ma è colpa tua, sai? “Lascialo stare, Ernesto, fagli fare le sue esperienze, poverino” – poverino un corno! Povero me che vi devo sopportare tutti!»
A questo punto la donna scoppiò in lacrime e la faccia dell’uomo cambiò colore passando dal rosso porpora al verde vescica: «Autista, non potrebbe andare più veloce?» - non aveva l’aria di essere una domanda, era piuttosto un’intimidazione…
«Certo, ma poi se prendo una multa chi me la paga, Lei?»
L’uomo prese il portafoglio dalla tasca interna del cappotto e gli tirò sul cruscotto una manciata di banconote da cinquanta Euro: «Bastano?»
A Vincenzo andò il sangue al cervello. In tanti anni non gli era mai capitata una cosa come quella, eppure ne aveva viste tante. «Non basterebbe tutto l’oro del mondo per ripagarmi del fastidio di avervi fra i piedi!»
«Ah, bene! Si fermi! Le ho detto di fermarsi immediatamente!!!»
Il caso volle che si trovassero proprio in prossimità di una piazzola. Vincenzo poté sterzare e inchiodare insieme: «Allora, scendete da soli o vi devo aiutare io?» e senza aspettare una risposta aprì lo sportello lanciandosi verso l’esterno. Appena fuori, forse per un effetto ottico parve gonfiarsi, ingigantirsi a tal punto che la sua ombra oscurò gran parte dell’auto. L’uomo se ne accorse e ipso facto smise di respirare. La donna, invece, pur rabbrividendo ebbe una certa presenza di spirito: «Su via, Signore, non faccia così… ha ragione, mio marito è un uomo impossibile, ma sa, il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni…»
«L’ha sposato Lei, Signora, non io… FUORI!»
I due ubbidirono all’istante. Allora Vincenzo si chinò verso il posto di guida e con un unico, abile e rapido movimento della mano afferrò tutte le banconote, poi si avvicinò all’uomo che nel frattempo si era fatto piccolo-piccolo, tutto rannicchiato nel suo costoso cappottino di cachemire, e gli disse: «Lo sa cosa ci deve fare con questi? Nooo? Glielo faccio vedere io cosa ci deve fare…» e stringendogli tra il pollice e l’indice le mascelle, lo costrinse ad aprire la bocca. A quel punto v’infilò le banconote una ad una, infine, ormai pago, con il palmo di entrambe le mani gli schiacciò la testa come fosse una noce e la bocca si richiuse abbastanza docilmente. Sia la donna che Vincenzo videro sbucare fuori dalle labbra alcuni angolini di carta colorata, ma se lui poté dare libero sfogo ad una gran risata, lei dovette chinare il capo fingendo afflizione.

Vincenzo non era più infuriato.

Rimontò sulla sua bella Mercedes e senza curarsi di quei due, ripartì canticchiando e tamburellando allegramente sul volano il motivetto di una vecchia tarantella.

 

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