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Aggiornato Lunedì 07-Gen-2013

 

 

5/8 Marzo 2008

L’8 Marzo non è una festa, è una commemorazione e un monito – il grido storicamente oppresso, ignorato o irriso di chi, consapevole o meno, ha pagato, paga e pagherà il prezzo della subalternità al pensiero unico maschilista, omo ed eterosessista, che vuole gli uomini e le donne adeguati ai ruoli e alle norme imposte allo scopo dichiarato di conservare e perpetuare l’esistente con le sue disparità, i suoi arbitri e le sue schizofrenie, in una logica consumistico-riproduttiva suicida che ci sta portando al collasso culturale, economico e demografico.

Dedico questo mio 8 Marzo a tutte le persone che non hanno paura della ridefinizione, della mobilità dei ruoli e dei generi, di forme nuove di governo e convivenza, che rivendicano il diritto all’autodeterminazione non soltanto per se stesse, per le quali le libertà individuali e collettive, il rispetto, il riconoscimento e la tutela dell’altro in un sistema politico e culturale realmente inclusivo, pluralista, democratico e laico, non sono privilegi da dispensare secondo convenienza o capriccio, ma valori da affermare, estendere e difendere, a qualunque costo.

12 Marzo 2008

Eccomi, in punta dei piedi, timorosa come chi ha quasi dimenticato i rudimenti delle parole o teme di non saperle destreggiare più. Sto bene, ma sono scoraggiata. Mi ha preso una tale sfiducia, un tale schifo di questa italietta dove ognuno se le suona e se le canta, dove, a non far parte dei "giusti" salottini e delle "giuste" consorterie, si è tagliati completamente fuori, senza sbocchi, possibilità, come morti, anzi, peggio, che non riesco (non voglio) scrivere. A malapena tengo in ordine il sito, on-line, combattendo ogni giorno con la tentazione sempre più forte di chiuderlo. D'altronde, quasi nessuno se ne accorgerebbe, quasi nessuno ne sentirebbe la mancanza. Il lavoro di un autore, di un artista, non ha alcun senso se rimane chiuso in un cassetto e il Web è un cassetto, enorme quanto si vuole, ma pur sempre un cassetto. Internet è stato, per me, l'unico mezzo che avevo per mostrare il mio lavoro, per tentare di costruire un ponte tra me e il mondo, un collegamento non fine a se stesso, chiuso da uno o entrambi i lati. Internet è stato una vetrina eccezionale, avrebbe dovuto essere un punto di partenza, ma non ne è nato niente - non che mi aspettassi chissà cosa, so bene come stanno le cose e so che, per come sono fatta (soprattutto per la mancanza totale di relazioni clientelari), più di tanto non era possibile, ma il nulla assoluto è qualcosa che lascia basiti, senza parole, senza uno straccio di motivo per continuare, insistere. Ciò non mi priva delle idee, del desiderio di esprimerle - ho tanti progetti, tanta voglia di realizzarli e sperimentarmi, ma, davvero, che senso ha farlo, investire tempo, energie e risorse in qualcosa che alla fine resterebbe tra le mie quattro mura, che dovrei rendere virtuale per condividerlo non so con chi, senza vederne la faccia, senza confronto. In queste condizioni non c'è crescita - non sono abbastanza autoreferenziale, suonarmele e cantarmele non (mi) serve e non mi soddisfa.

14 Marzo 2008

Il mio "cammino" è sempre stato irrazionale, istintivo. Ciondolando, pizzicando qua e là come chi, senza avere una meta e senza mai tornare sui suoi passi, procede assorto nei suoi non-pensieri e poi, dopo un po’, si ritrova chissà dove chissà come, ma sempre nel posto e nel momento giusto. Quand’ero una ragazzina mi capitava in continuazione. Ad un certo punto sentivo che era il momento di andare e senza preoccuparmi del perché, delle conseguenze, andavo. Sapevo che da qualche parte ero attesa e, ubbidiente, sicura, m’incamminavo. Non sono mai tornata indietro a mani vuote e non mi sono mai ritrovata in mezzo al niente. Avevo strane e belle convinzioni, a quel tempo. Pensavo, ad esempio, che non mi potesse succedere nulla d’irreparabile, che tutto accadesse per darmi nuove occasioni, farmi fare passi in avanti. Qualcuno vegliava su di me - avevo un ruolo, un compito preciso da svolgere. Non sapevo di cosa si trattasse e nemmeno dovevo preoccuparmene – dovevo soltanto fidarmi e lasciare che le cose procedessero con naturalezza, senza cercare di modificarle secondo i miei desideri o le mie necessità. Ero una specie di mezzo di trasporto, portavo la gente in giro dove capitava – è così che insieme abbiamo avuto esperienze, visitato luoghi nei quali altrimenti non saremmo andati. Ero uno strumento, insomma, una porta aperta attraverso la quale la vita, mia e degli altri, doveva circolare, esprimersi liberamente. Il mio Mentore e protettore è intervenuto soltanto quand’ero ormai con un piede di là dal precipizio. Non mi ha mai messa in salvo portandomi lontano dal baratro, si è semplicemente limitato a rimettere la gamba sul ciglio e poi mi ha lasciato lì a cavarmela da sola. L’ho odiato per questo. Perché non mi dava la possibilità di stare meglio? Avrei potuto fare di più, in minor tempo, risparmiando sul sangue e sulle lacrime… Ma Lui aveva le sue ragioni, il suo disegno, opporvisi avrebbe solo complicato le cose, le avrebbe rese più dolorose – e infatti, quando mi sono intestardita, il prezzo è stato altissimo con ricadute orribili sulle persone che avevo vicino, e dentro. Questo, più di altro, ha reso insopportabili le mie stupidità, i miei errori, li ha resi odiosi hai miei occhi. Gran parte delle mie energie le ho impiegate per comprenderne la causa e non ripeterli. Con i più grandi e gravi penso di esserci riuscita, ma con i più piccoli ho difficoltà a fare i conti – attraversano le maglie del setaccio e me li ritrovo dappertutto. Sono talmente tanti che fatico persino a distinguerli. Ma ci provo, m’impegno – Lui lo sa.

Il tempo, dunque, è trascorso – certo non in vano. Sono stata molte persone e ho vissuto molte vite. Quello che sono in questo momento, ne è il prodotto. Le occasioni d’incontro tra me e il mio Mentore si sono diradate. Ciò dipende dal fatto che vivo sola e isolata, senza essere davvero in relazione con quello che mi circonda. Guardo il mondo e oggi ho gli strumenti, le conoscenze, per vederlo e capirlo come mai prima, ma il mio processo di crescita è stato inversamente proporzionale al bisogno di farne parte: con la maturità sono venute meno le somiglianze, i punti di contatto, condivisione, l’interesse reciproco - così anche il mio Mentore, che è in ogni cosa ed ogni cosa spiega e muove, adesso mi sembra lontano. Il bisogno disperato di far parte del mondo, di non esserne esclusa, con il tempo si è trasformato in desiderio e disincanto, un desiderio dolce-amaro spesso distratto ed evanescente, un disincanto perlopiù senza rimpianti. I bisogni, le necessità, sono difficili, talvolta impossibili da governare, ma i desideri no. Se si comprendono i motivi, i tranelli del cuore, della mente e della carne, la differenza tra necessità e desiderio, tra ciò che è necessario e ciò che non lo è e ci rende ciechi, pusillanimi, crudeli, meschini, smodati, sofferenti e infelici, tutto diventa chiaro, si fa leggero, e il distacco diviene possibile – un po’ triste, forse, all’inizio, ma non insopportabile. Il distacco dal bisogno degli altri e soprattutto dalla necessità di sentirsi parte di una comunità, adeguati ad essa e alle sue aspettative, porta in sé un senso di libertà e liberazione tra i più sopraffini – ecco l’insidia, la trappola in cui è maggiormente difficile cadere e da cui poi è difficilissimo uscire. Che sia il mio caso? E tuttavia mi nutro del mondo, senza non ho argomenti, sbiadisco. Desidero che veda e accetti i miei doni, quel che ho da dire e dare. Desidero, ma il desiderio non ha la prepotenza, la forza del bisogno. Il desiderio, da solo, non mi tirerà fuori dalla trappola in cui mi sono cacciata. Avrei potuto evitarla? Certo che no. Qui sono perché qui devo essere, perché, “conveniente” o meno che fosse, mai mi sono tirata indietro.

Penso spesso a Gesù. Alla sua figura straordinaria. Ne ho scritto solo una volta, con tanto pudore, pervasa da un senso di empatia, rispetto, dolcezza e compassione davvero speciali - struggenti. Fatte le debite proporzioni, confesso di essermi sentita spesso inchiodata ad una croce. Anch’io avrei potuto scegliere di tacere le parole che mi avrebbero messa all’indice e condannata, anch’io avrei potuto decidere di non andare all’appuntamento con il mio destino ed ogni volta anch’io ho scioccamente chiesto al Padre perché mi avesse abbandonato e nondimeno ho preso su di me il peso delle mie scelte e ho scelto, ancora, di pagarne il prezzo, sino in fondo. Ho imparato bene la lezione, l’ho fatta mia! Ma è proprio per la sproporzione che non posso fare a meno di sentirmi terribilmente stupida e superba, eroina di nulla per nulla. Lui, aveva uno scopo grande, tutta la sua vita serviva a lasciare un segno profondo che avrebbe cambiato il mondo, il suo e quello a venire, che, nella sostanza, nessun uomo, nessun vangelo o chiesa ha potuto, di fatto, ignorare e modificare. Io? Piccola, miserabile cosa, con le mie inutili lamentele, i miei puerili desideri, le mie frivole vanità e modestie, i miei sciocchi dubbi, io, che motivo ho avuto, ho, per intestardirmi, aprir bocca, voler per forza e ad ogni costo fare quelle che a me sembrano essere cose importanti, tanto importanti che vi ho dedicato l’intera mia esistenza? Dove sta scritto che ce ne sia bisogno, che vi sia bisogno di me, del mio “sacrificio”? Fare per fare, non avere uno scopo, fare anche per uno solo, consapevole di non servire a niente eppur facendo come se da questo dipendesse il resto – diverso non posso, non so, va bene, ma che fardello da scontare ogni istante, di piccola crocifissione in piccola crocifissone, all’infinito - e scontarlo comunque, lordati nel mondo o essendone esclusi! Questo sì talvolta è difficile da accettare, sopportare – me lo si consenta.

Ogni persona si è sentita almeno una volta in questo modo – schiacciata da problemi economici, da malesseri e delusioni legate al lavoro e alle relazioni interpersonali, a causa di tradimenti immaginari o reali, d'invidie, gelosie, accadimenti e accidenti vari. Ed ognuno attribuisce alle proprie disgrazie e ai propri successi, indifferentemente, il massimo peso specifico possibile, quasi che il resto non esistesse, non contasse o non vi si potesse avvicinare neanche un po’. Succede al giocatore che ha perso al video poker i risparmi dei suoi figli, succede a chi non ha un gruppo di riferimento in cui riconoscersi, succede al galoppino promosso dirigente e al dirigente retrocesso a portaborse, succede allo scrittore che pubblica un libro a proprie spese, cento copie da regalare agli amici, le altre inscatolate a marcire nel magazzino dell’editore. Ognuno pensa ai propri interessi e meriti, non alle proprie mancanze e responsabilità - quelle non ci sono, o sono veniali. Il dolore e la rabbia non hanno senso, non hanno valore sotto la superficie, fuori del tangibile, del ri/conosciuto e ri/conoscibile. Su piani diversi, a livelli alti e altri, quasi non può esservi confronto - è un soliloquio, l’indifferenza e l’incomprensione sono assicurate. Cosa accadrà, cosa penserò tra poco, quando sulla tavola mancherà il pane, quello vero, che fa inutilmente sopravvivere qualche giorno in più rassicurando, consolando, confermando le solite illusioni, le antiche speranze? E in un mondo di cannibali disposti a tutto per riaverle indietro, identiche, avrò ancora un buco dove andarmi a rifugiare per non doverli guardare almeno mentre si sbranano l’un l’altro?

Ah, vedo cose tremende nel domani – e non mi rassegno. Ecco cos’altro bolle nella mia testolina bacata e forse di più m’inquieta, addolora.

Tuttavia, a parte i ragionamenti dall’anima, nel mio piccolo, terreno microcosmo, c’è stabilità e pace. Non ho soldi, lavoro, successo, potere – ma del resto ho molto, moltissimo, tutto direi. Smetto allora di lagnarmi che mi fa sentire insulsa come una comare e provo da adesso a voltar pagina. Chissà...

20 Aprile 2008

Ho "scelto" la via della visibilità e della denuncia come forma estrema (ed unica) di autodifesa, perché faccio accidentalmente parte di quella piccola minoranza che rischia, nell'indifferenza se non proprio nell'approvazione generale, la morte civile e fisica ogni giorno. Quello che sono non l'ho deciso, non ho deciso di avere un orientamento affettivo ed opinioni difformi - eppure, la maggior parte delle persone pretenderebbero che mi adeguassi, cambiassi, o non esistessi. Vorrebbero per me e quelli con i quali condivido il disprezzo sociale, cure spirituali o psichiatriche risananti a cui, in mancanza di guarigione, seguano punizioni esemplari che servano da deterrente, monito - vorrebbero, insomma, provvedimenti che ristabilissero ciò che arbitrariamente ritengono essere il "giusto" ordine delle cose. E' in questo clima che si generano e legittimano le discriminazioni, le intimidazioni, i soprusi, le violenze e le coercizioni. L'elenco delle vittime incolpevoli di questa cultura è interminabile e destinato a crescere perché non c'è informazione, non vi è prevenzione, non vi sono adeguamenti legislativi e didattici, non vi è consapevolezza, alcuna volontà di porvi rimedio, tutt'altro - in particolare non in questo momento storico, politico. Se non lo capite da soli, non potrò farvelo capire io. Se non importa a voi un mondo migliore, dove si possa vivere senza subire violenza, senza essere privati della libertà di esprimere se stessi, a chi dovrebbe importare? A me che non ho futuro, che non ho niente da perdere perché nulla ho, nulla sono? Sin tanto che non avremo compreso le lezioni che la storia insegna, saremo costretti a ripetere i medesimi errori/orrori. Circa settant'anni fa, i proscritti etnici, culturali, politici e fisici, dopo essere stati privati di ogni bene e diritto, finivano nelle camere a gas o morti ammazzati per strada, come cani. In forma diversa, certo, ma la storia è destinata a ripetersi, perché nulla abbiamo imparato, capito. Non posso che prenderne atto. Ma, per quel che conta, per quel che serve, io non ne sarò responsabile - nemmeno moralmente. Io la mia parte l'ho fatta, la faccio - quanti altri possono dire altrettanto?

Forse quello che intendo dire vi è oscuro, forse ne intuite il senso ma vi lascia del tutto indifferenti. Nondimeno, voglio dirvi un’ultima cosa: ogni volta che si affida all'oblio la memoria, il ricordo di qualcuno che ha subito un torto, ogni volta che si tace o nega la verità su ciò che è accaduto e accade, si condanna qualcun altro a subire il medesimo trattamento.

Così è, se vi piace.

23 Aprile 2008

Ma sì, lasciate saccheggiare, saccheggiate, saccheggiatevi! Quando non ci sarà più nulla da depredare, finalmente la smetterete.

27 Aprile 2008

(...) Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perchè la vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici, stasera, adesso, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua, perchè se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi, fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più. Sei tu che confondi l’amore con la vita. (Tondelli)

Qualche tempo fa, mi è capitato di scrivere un canovaccio per una piéce teatrale che attualmente è in fase di allestimento. Le protagoniste sono due donne - lesbiche -, alle prese con la loro relazione in crisi. Ad un certo punto, una delle due dice: «(…) è così raro incontrare una persona da amare – quando capita non si ha il tempo per costruire una relazione che sia frutto di scelte ponderate. Tendiamo a prendere quel che passa il convento e pur di far funzionare il rapporto, farlo durare, bruciamo le tappe, accettiamo cose che in condizioni diverse rifiuteremmo senza esitazioni. Più che di rapporti di amore, si tratta di rapporti in cui vi è la cieca volontà, l'illusione di amare ed essere amati. In questo senso, non c'è alcuna differenza tra etero ed omosessuali, ma se i primi hanno uno spettro enorme di alternative e opportunità (basta approfittarne), i secondi no - davvero non abbiamo scelta: o da soli o con chi capita...».

Questa affermazione è seria, motivata, ma fuori dal contesto, senza un minimo di spiegazione, fatalmente perde significato, corre il pericolo di essere fraintesa. Cercherò, quindi, di chiarirla. Lo farò dal mio punto di vista, semplificando il più possibile e, ovviamente, generalizzando - per non tediare, per raggiungere più facilmente il mio obiettivo.

E’ appurato che tra etero ed omoaffettività non vi siano differenze sostanziali: le dinamiche, i come e i perché, sono esattamente gli stessi. Spesso drammaticamente. La paura di stare o restare soli, ottenebra, spinge a fare compromessi, a vivere d’illusioni, proiezioni. Spinge a confondere l’amore con il sesso, perché il sesso è relativamente facile da trovare, ottenere, manipolare, l’amore invece è raro - soprattutto, non si decide, né si può controllare, comporta responsabilità impegnative a breve e lungo termine che la maggior parte delle persone non sanno e non vogliono assumersi.

Le differenze sono tra i generi e tra le opportunità che gruppi sociali diversi tra loro hanno o non hanno per esprimerle.

Le donne e gli uomini sono gruppi distinti, ognuno con proprie specificità, a prescindere dall’orientamento affettivo del singolo individuo. Gli uomini etero ed omosessuali, ad esempio, hanno in comune tra loro medesimi comportamenti, bisogni - sono stati capaci di darsi tutte le opportunità necessarie per poterli esprimere e soddisfare. Le donne etero ed omosessuali, sul piano emotivo hanno tra loro più somiglianze che differenze, tuttavia, le prime hanno opportunità totalmente precluse alle seconde. Non dobbiamo mai dimenticare che questo è un mondo costruito dagli uomini per gli uomini. Lo spazio in cui le donne possono esistere completamente affrancate dal maschio e dai suoi bisogni, è infinitamente piccolo, talmente piccolo da metterne addirittura in dubbio l’esistenza. In questo spazio si collocano le lesbiche - tollerate, appunto, in quanto inesistenti, perché in un mondo costruito dagli uomini per gli uomini, è inconcepibile che una donna possa condurre un’esistenza insubordinata, ambire ad una vita che non ponga il maschio al centro, in cui tutto gli giri intorno, sussista per glorificarlo. Ed è proprio l’inconcepibilità di questa “condizione”, la sua apparente insignificanza numerica, che salva la vita alle lesbiche - diversamente, nella planetaria opera di negazione e asservimento che vede gli uomini impegnati nel genocidio delle donne, le lesbiche (riconoscibili come tali) sarebbero le prime a cadere.

Lesbiche: poche, comunque, male organizzate, antagoniste, rivali - perché, al di là dell’orientamento affettivo, non sono diverse da quelle che servono al/il maschio, allevano i suoi figli, sono incoscienti o beati ingranaggi dell’immenso apparato ri/produttivo che riempie il serbatoio della sua auto, imbandisce la sua tavola, ne plaude i giochi di violenza e potere. Come loro, le lesbiche sono vittime di un condizionamento millenario, di una cultura antica che le ha messe le une contro le altre affinché non potessero unirsi contro il sistema maschilista e patriarcale, perché, pur amandosi, apprezzandosi, non potessero rendersene conto, o non potessero pensare di poterlo fare.

Un uomo, etero od omosessuale che sia, esce di casa ed è come se andasse al mercato. Davanti a sé si aprono scenari di ogni tipo. Può proporsi o allungare la mano per prendere quello che vuole, dove, quanto, quando e come preferisce. L’offerta è differenziata e illimitata: uomini, donne, bambini, giovani, di mezza età, vecchi, belli, brutti, ricchi, poveri, indigeni o forestieri, gratis o a pagamento, per un’ora o una vita. L’amore, le relazioni interpersonali sono una complicazione? Si può, anzi, si deve farne a meno. I buchi (anche interiori) si riempiono facilmente: una libbra di carne è sufficiente, fa miracoli.

Una donna eterosessuale esce e… la vita è spietata, là fuori, peggio che a casa. Deve difendersi, soprattutto. Difendersi dai predatori, dai collezionisti, difendersi dalle donne che si difendono e sgomitano, proprio come lei. In mezzo a tanta offerta, come potrà distinguersi? Come potrà distinguere la migliore opportunità, coglierla prima che qualcuno gliela porti via? Ma il mercato è immenso, ricco, facendo quello che è necessario, nel modo giusto, così com’è stabilito che sia, prima o poi l’occasione arriva. Forse non sarà felice, forse dovrà fingere per sempre, ma almeno nessuno potrà accusarla di non aver fatto il suo dovere, di non averci provato.

La vita di una lesbica è tutta un’altra cosa: sembra una passeggiata spensierata, invece è come se affrontasse le scale mobili cercando di risalirle mentre scendono a velocità variabile, per farla cadere o almeno impedirle qualsiasi progresso.

Ovunque c’è qualcuno che cerca di persuaderla che quelle come lei, in fondo, sono bruttine anche a vedersi, che “grazioso” è bello, è meglio, per una donna. Sempre trova qualcuno che si sente in dovere di provare a “guarirla”, di consigliarle correzioni, aggiustamenti: nel modo di camminare e vestirsi, ad esempio, nel modo di comportarsi, apparire, essere. Ma perché non mette la testa a posto e non si fa una famiglia? Che senso può avere una donna senza figli? Una lesbica è certamente destinata all’abbrutimento e alla solitudine, in una famiglia, invece (???)… Deve difendersi anche dalle altre donne che sgomitano senza capire che almeno con lei potrebbero evitarlo, che la guardano con diffidenza o sospetta curiosità. «Beh? Che c’è da guardare? Non avete mai visto una lesbica?». No, non l’hanno mai vista, non riescono a vederla perché non possono immaginare che una donna possa fare a meno degli uomini, possa amare una donna, da donna, come donna. Una lesbica deve essere per forza un maschio mancato, altrimenti per quale motivo dovrebbe desiderare una come lei? (Accipicchia, che stima hanno di loro stesse le donne!). E poi non deve dare nell’occhio se non vuole subirne le conseguenze, soprattutto, deve sviluppare una specie di talento che le consenta di sentirsi a suo agio tra le consimili. Quel che cerca è merce rara, lei è merce rara. Per questo tipo di merce non ci sono vetrine, strilloni. Non ci sono sconti, offerte. Occorre fortuna e, trovato l’articolo, bisogna afferrarlo al volo senza perdere tempo per verificare che sia quello giusto e senza preoccuparsi di portarlo via a qualcuno. Si prende e basta, quindi, lontano da occhi indiscreti, si prova. Se non è proprio adatto, si cerca di farlo andar bene ugualmente, ma se, nonostante gli sforzi, proprio non vuol funzionare… Si tenta con qualcun’altra, prendendo il poco che capita, pescando nel mucchietto, piuttosto alla cieca.

E' anche una questione statistica. Non si può parlare di scelte in senso stretto quando, pur di non stare sole, darsi una vita in apparenza vivibile, pur di sentirsi parte di un gruppo, ci si rinchiude in un ghetto, frequentando donne con le quali, in effetti, abbiamo in comune soltanto il genere e l’orientamento affettivo, fidanzandosi a rotazione con le meno peggio perché alternative non ci sono. Ogni lesbica sa che la compagna giusta esiste, ma chissà dove. Sa che le probabilità d’incontrarla sono infinitesimali rispetto a chi può cercare tra centinaia di candidati, sparsi nel raggio di qualche chilometro. Lei può cercare tra poche decine, in un raggio di migliaia di chilometri, tra quelle che frequentano ambienti lesbici (perlopiù virtuali), i soli nei quali potrà ragionevolmente incontrarle. Le altre, la maggioranza di una minoranza microscopica, o sono già sistemate, o hanno più coraggio (paura?) di lei se possono rifiutare simili opportunità, compromessi. Ogni lesbica sa tutto questo, ma ogni lesbica tace a se stessa la verità e diviene maestra nel fare di necessità virtù, nell’arte di credere in qualcosa che non c’è.

Naturalmente ci sono le eccezioni, incontri favoriti dalla sorte, ma non è a loro che mi riferisco. Il caso proposto nel canovaccio, affonda le radici nell'ordinarietà, nella generalità...

Maddalena proviene dagli ambienti lesbici. Francesca non li vuole frequentare per non esporsi, per non rendersi visibile. Le due si sono incontrate e prese - senza badare alle differenze, alle differenti esigenze e al differente percorso che ognuna ha fatto, anche dal punto di vista politico, rispetto alla propria (omo)affettività. Maddalena è contenta: pensa di aver trovato una persona che ha bisogno di essere accudita e, in linea di massima, è disposta ad accettare una certa invisibilità pur di tenere in piedi la storia (e quando le ricapita una donna fuori dal giro, dagli stereotipi lesbici?). Francesca la lascia fare, pensa che Maddalena abbia bisogno di qualcuno da accudire e, pur di non perderla, si adegua a quelle che ritiene essere le sue aspettative (quando le ricapita una donna disposta ad amarla e farsi amare?). Ma Francesca è sempre spaventata e dubbiosa, e quando è “pizzicata” insieme a Maddalena ad una festa gay alla quale avrebbe preferito non andare, tutte le sue paure e perplessità esplodono rischiando di distruggere il rapporto, umano prima ancora che di coppia. Ho immaginato che l’evento scatenante, negativo in sé (il pericolo di uno scandalo pubblico con conseguenze catastrofiche nel privato: licenziamento, sfratto o quello che sia), potesse offrire alle protagoniste l’occasione per smascherare malintesi ed equivoci reciproci, sino a scoprire che l’unica cosa che Francesca e Maddalena hanno davvero in comune, è l’amore (una per l’altra? L’amore in sé? Il desiderio d’amore? Chissà…) - il resto, tutto il resto, è una costruzione, un’invenzione della mente. Compreso l’inganno, potranno, se vorranno, cominciare a ri/conoscersi, unire le forze e da quel momento provare a costruire un rapporto maturo e consapevole. In altre parole, potranno congiungere l’amore alla vita. Renderlo reale, concreto, certo, affidabile - condiviso.

Una promessa che le coppie eterosessuali si scambiano una sola volta, davanti ad un pubblico ufficiale o ad un prete - una promessa che le coppie prive di diritti, tacitamente si rinnovano ogni giorno, ogni istante.

Per finire…

Il brano di Tondelli che fa da epigrafe alle mie valutazioni, è bello, di sicuro effetto, ma il suo ragionare è così gay, così comune, in fondo: “non c'è differenza tra amore e sesso; l'amore è sesso - il sesso è amore; non c'è amore senza sesso; l'amore non è niente di più che baci, pelle; l'amore non è la vita; l'amore è altro rispetto alla vita…”. L'amore: una bistecca al sangue da consumare voracemente, disperatamente - finito il pasto si va altrove a digerire, magari con i crampi allo stomaco perché si è esagerato, aspettando comunque di averne nuovamente bisogno. Mi spiace, ma io penso che l'amore sia qualcosa di più sacro, profondo e pervasivo - intenderlo e viverlo come se lo si potesse fare a pezzi secondo convinzioni e convenienze, mi sembra una roba da macellai, non da persone evolute, consapevoli. Ma temo che anche questo, i più, soprattutto maschi, non possano capirlo.

18 Giugno 2008

E’ tutto molto strano, per me. Non ho mai attraversato un periodo così lungo di silenzio. Non sono mai stata così improduttiva. Ma questo non significa che non abbia idee, progetti, tanta voglia e tanto bisogno di realizzarli. Si è solo concluso un ciclo, umano e creativo. Negli ultimi anni ho investito tutte le mie energie nell'impegno “politico” e in forme di espressione/comunicazione unicamente collegate ad internet. E' stata un'esperienza inconcludente e deludente, mi ha procurato una marea di guai e in fondo mi ha soltanto danneggiata, ma sono anche cresciuta moltissimo, come persona e come artista. Il virtuale non può essere un punto di arrivo, un obiettivo. Il virtuale, se tale rimane, sterilizza, congela, volatilizza le persone, le identità, la vita. Ho paura che sia esattamente quello che è accaduto a me e, soprattutto, al mio lavoro.  Non sono una donna che può fermarsi troppo a lungo in un luogo, che trae soddisfazione o guadagno nel ripetersi, nel glorificarsi o piangersi addosso. Ho bisogno di sperimentare e sperimentarmi, sempre. Ho bisogno di guardare avanti, di confrontarmi, di dare un senso a quello che faccio che vada oltre il gesto e me stessa. E’ arrivato il momento di voltare pagina, di tirare fuori il mondo di pensieri e immagini che mi turbina dentro, purtroppo, però, attualmente non ne ho i mezzi. I miei progetti sono destinati a rimanere tali. E a dolore si aggiunge dolore.  Il susseguirsi degli eventi è riuscito in quella che io pensavo fosse un’impresa impossibile: mi ha resa inerme, mi ha messa nella condizione di non poter fare quello che vorrei. Ne prendo atto e attendo miglior sorte. Ma non sto male, non sono nemmeno depressa - tutto sommato non ho un cattivo carattere, sono veramente poco incline ad indugiare sulle disgrazie. Per me, nonostante tutto, il bicchiere è sempre mezzo pieno e non dispero: prima o poi, in un modo o nell’altro, riuscirò a dar voce ai miei ospiti interiori. Nel frattempo continuerò a documentare i miei progressi sul sito, ad aggiungervi le poche cose che faccio.

Questo è il tempo delle battaglie solitarie, invisibili e silenziose. Non siamo aria. Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per non diventarlo - oggi più che mai, non dobbiamo permettere a nessuno di trattarci come se lo fossimo.

Un sistema economico che si tenga in piedi sulle speculazioni e sui debiti, è destinato a crollare. Una vera e propria implosione che lasciando un vuoto, inevitabilmente finirà per trascinarsi appresso ciò che la circonda. Tale distruzione interesserà non solo il sistema stesso, ma anche la cultura in seno alla quale si è sviluppato. Il capitalismo e la cultura occidentale, così come si è lasciato che si affermassero e diffondessero negli ultimi ottanta anni, sono perciò condannati alla rovina, ad essere soppiantati da altri sistemi economici, politici e sociali, altre culture. Mal voluto...

19 Giugno 2008

I ventenni della mia generazione erano tutti un po’ sprovveduti, scarsamente consapevoli, poco o nulla informati, e tuttavia avevano possibilità che le nuove generazioni non hanno…

La maggior parte delle mie competenze le devo all’ingenuità, allo spontaneismo, alla fiducia ed anche ad una specie di gioiosa, generosa anarchia di cui i primi anni Ottanta e le generazioni che li attraversavano, erano gli ultimi eredi. Ho avuto la fortuna e l’onore di vivere a cavallo tra due epoche. Ho visto morire l’Italia del dopoguerra, del boom economico, degli anni Sessanta, e al suo posto ho visto nascere quella nella quale stiamo vivendo, un pasticcio reazionario tremendo che nega la sua storia ed inventa se stesso, dal nulla, sul nulla.

Una persona come me, oggi, non avrebbe alcuna possibilità di fare le esperienze che io ho fatto. Il teatro, ad esempio… Agli inizi degli anni Ottanta, non c’erano ancora le restrizioni e le normative che, di fatto, ne blindano i laboratori e le attività. I teatri erano luoghi aperti, privi di serie barriere contro gli intrusi, quelli senza qualifiche, che nessun politico o artista fa entrare dalla porta principale. Ci si poteva imbucare, insomma, si faceva amicizia e, se avevi voglia, dopo pochi minuti avevi già in mano un pennello, un martello, ti davi da fare e imparavi qualcosa. Talvolta non era nemmeno necessario chiedere un compenso: a stagione conclusa le maestranze e l’amministrazione del teatro univano le forze e ti consegnavano una cifra simbolica, per ringraziarti. Oggi, tutto questo è semplicemente inconcepibile. Impensabile sul piano umano e professionale.

E tuttavia, è ai ventenni di adesso che il futuro si offre con tutti i suoi limiti e le sue insidie. Se potessi dire loro qualcosa, gli chiederei di cambiare il mondo partendo da loro stessi, dalle piccolezze, gli direi di non permettergli di piegarli, addomesticarli troppo, al punto di fargli dimenticare chi sono, l’importanza degli altri, anche fossero gli “ultimi”, i più sconvenienti.

Sempre più spesso, purtroppo, vedranno le persone oneste, pure di cuore e di animo gentile, trattate come cani. Vedranno i “diversi” e gli “uguali”, indifferentemente, disinteressarsi o accanirsi contro i propri simili. Gli chiederei di rifiutare questa logica, di combatterla con le armi della ragione, di essere aperti e giusti, ospitali e generosi. Gli direi: «Ascoltate, guardate. Forse non diventerete popolari, forse vi prenderanno in giro o si accaniranno contro di voi, consolatevi sapendo che quelli come me vi saranno sempre amici e debitori ».

27 Giugno 2008

I giovani sono un po' meno squilibrati delle generazioni che li hanno preceduti, ma sono anche gravemente carenti di fantasia, sogni, utopie, soprattutto conoscenza e consapevolezza, caratteristiche che i loro mentori hanno in parte acquisito, se non altro per l'esperienza maturata nel tempo, sul campo, attraversando le evoluzioni, e talora le rivoluzioni, politiche e sociali più significative degli ultimi trent'anni del secolo scorso. Il fatto che non se ne rendano conto, ne abusino o ne facciano un uso malsano, è un’altra faccenda.

Le persone che si sono formate, che hanno vissuto e militato a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, sono le stesse che adesso rappresentano, gestiscono l’intero movimento LGBT* e femminista. Lì si piazzarono e lì sono rimaste, tenacemente aggrappate al proprio trono di carta. La mia generazione (quella che ho sempre definito “di mezzo” in quanto schiacciata tra la loro e quella dei loro figli e nipoti), ha sofferto un complesso d’inferiorità, inadeguatezza, e alla fine, pur di farsi accettare, forse per mancanza di carattere, si è appiattita, omologata, adattata, accettando di fargli da portaborse. D’altronde, loro, non ci hanno mai considerato “il futuro” - eravamo soltanto un fastidio, piccole palle al piede, come fratellastri indesiderati fuori tempo e luogo, che dovevano portarsi appresso senza poterne ricavare nulla che gli piacesse o gli servisse. Ci guardavano dall’alto verso il basso, insomma, e questo atteggiamento non è mai mutato. Così, chi non ha sopportato il ruolo di sputacchiera, prima o poi è stato cacciato, isolato, ridotto al silenzio. Ma, esattamente come avviene per i figli rifiutati, la maggior parte ha continuato a chiedere di essere riconosciuta, accolta - da pari, seppur nelle differenze, non da subalterna. Vana illusione. E rimangono lì, gli orfanelli, con le nocche sbucciate, a bussare, bussare, bussare. Di tanto in tanto, qualcuno tra quelli che sembrano meno ostili, più inclini alla sudditanza, riesce a farsi largo. S’infila alla chetichella e poi, senza proprio volerlo e comunque non con cattive intenzioni, fallisce l’accordo, stona… Tempo qualche ora e si ritrova sbattuto sulla graticola, cucinato a fiamma viva! 

I giovani non corrono questo rischio: non conoscono altra musica, nemmeno gli viene in mente di mettersi a canticchiare qualcosa che possa contrapporsi, dispiacere davvero a chi se ne serve. Dal canto loro, i Reucci e le Reginette li lasciano scorrazzare chiassosi nei corridoi del palazzo, li lasciano giocare a mosca cieca nei labirinti del ghetto. Si compiacciono della loro spensierata, inoffensiva, beata e beota gioventù: carne fresca da spiluccare nelle alcove, da esibire nelle piazze e in TV, tutta presa dai divertimenti, dai brilluccichii di quella specie di corte dei miracoli che è la comunità LGBT*. Quando capiranno che il paese dei balocchi è un’invenzione letteraria, sarà troppo tardi, per tutti.

16 Settembre 2008

E' difficile sentirsi a casa, ovunque. "Casa" è un luogo ideale, interiore - è dove il nostro cuore trova soddisfazione e riposo, la nostra anima nutrimento, anche nelle difficoltà e nel dolore. "Casa" è quindi tutto il mondo se lo si abita con disincanto e consapevolezza. Il genere umano è feroce, spesso gratuitamente. La maggior parte delle persone sono piccole, miserabili espressioni delle proprie incapacità, dei propri fallimenti e della propria incompiutezza. Vi sono però uomini e donne la cui vita riscatta l'umanità intera, restituisce dignità e valore anche a chi ne è privo. Io credo che valga la pena di vivere per loro. Io credo che non si debba consentire a nessuno di sminuire la nostra dignità e il nostro valore, perché permettendolo non solo perdiamo noi stessi, ma lasciamo sole le pochissime persone che danno senso alla vita, la riempiono di bellezza e significato. In definitiva, restiamo soli, soli con le nostre paure - e la paura paralizza, ottenebra.

26 Settembre 2008

Qualsiasi cosa si faccia in favore del riconoscimento di pari diritti e opportunità per ogni essere umano, va bene. L'importante è non ritrovarsi da soli, o poco più. Ma le probabilità di esserlo sono altissime, soprattutto in questo momento storico, in questo paese. Una coltre nera che qualcuno, minimizzando, si ostina a chiamare notte, ha coperto e infine intriso le coscienze della stragrande maggioranza dei cittadini, compresi quelli che si definiscono tolleranti, si riempiono la bocca con parole di comprensione verso gli omosessuali, ad esempio, ma poi dimenticano di usarle nei confronti degli stranieri ed altre categorie sociali sgradite. Non è accaduto per caso e non in un attimo. Il processo di nazificazione del genere umano ha radici profonde, origini antiche, nel tempo si è modificato, affinato, è diventato globale, è entrato a far parte di ogni cultura al punto che quasi non lo riconosciamo più come tale. In definitiva, siamo tutti un po' nazifascisti ed esserlo ci rassicura, ci fa sentire migliori, più forti.

Ecco una storia che chiarisce il mio pensiero ed offre interessanti spunti di riflessione.

Attualmente, gli apprendisti edili che già lavorano nei cantieri sono costretti dalla normativa a frequentare corsi di formazione professionale. Questi corsi comprendono anche lezioni di diritto e pari opportunità. In una scuola sovvenzionata che fornisce tale servizio, ad un gruppo di apprendisti italiani tra i 19 e i 23 anni è stata proposta una simulazione in cui gli è stato chiesto di immaginarsi titolari di un'impresa alle prese con l’assunzione di nuovo personale, quindi gli è stata proposta una rosa di candidati tutti velatamente appartenenti ad una categoria sociale discriminata (una donna altamente specializzata, extracomunitari preparati e molto disponibili, ultraquarantenni e invalidi con importanti qualifiche, ecc.). Ebbene, il candidato che nella simulazione ha ottenuto il posto di lavoro è stato... il probabile omosessuale, sebbene, rispetto agli altri, non avesse esperienza e qualifiche. Perché? Perché era italiano, giovane, vestito in modo accattivante - il male minore, insomma, comunque preferibile alle donne, agli stranieri, soprattutto a chi ha difetti fisici evidenti ed una certa età. Se questa non è una cultura nazifascista...

Concludendo: i ragazzi che hanno partecipato a questa simulazione non sono una minoranza, né un'eccezione - sono un campione rappresentativo dell'italiano medio, comune, maschio, al di sotto dei trent’anni. Allora, forse, in quanto omosessuali e lesbiche, dovremmo cominciare a ripensare le nostre priorità, dovremmo interrogarci sulle nostre preoccupazioni e paure, sulla percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri, della realtà e del futuro, dovremmo, come movimento, utilizzare un po' meglio le energie e le risorse, impiegarle in attività e battaglie a più ampio raggio, oltre gli angusti ma sovrastimati confini del nostro miserabile orticello, del ghetto nel quale nemmeno ci rendiamo conto di vivere.

3 Ottobre 2008

Davanti alle violenze razziste di questi giorni (la punta dell'iceberg a fronte di un sommerso enorme ignoto alla magistratura e trascurato dai mass-media), non mi sento nemmeno spaventata. Lo sono già stata, e tanto. Adesso guardo, ascolto, aspetto - il peggio deve ancora venire, siamo solo all'inizio. Mi spiace solo per le persone consapevoli e innocenti che pagano e pagheranno per la loro "diversità". Per gli altri (tutti gli altri perché nessuno è al sicuro, può sentirsi al di sopra) non ho alcuna pietà. In fondo, questo paese ha quello che merita. Ciò che accade è espressione di quello che siamo, di quello che abbiamo fatto e soprattutto di quello che NON abbiamo fatto - colpevolmente. Perché è molto più semplice raccontare e raccontarsi che va tutto bene, cullarci nell'illusione di essere tra i vincenti, che prendere atto della realtà e agire di conseguenza per cambiarla, a partire da noi stessi. Ora è tardi per rimediare. Mi sono sempre sentita un po’ catastrofista. Talvolta mi sono sentita stupida o fuor di luogo con i miei allarmismi, il mio pessimismo - oggi so di aver sottostimato la gravità della situazione.

Non dobbiamo smettere di cercare, guardare, ascoltare, farci e fare domande - in ultimo, sarà solo la conoscenza, la consapevolezza, il senso di responsabilità a distinguerci dagli stronzi che abitano il mondo e lo distruggeranno.

7 Ottobre 2008

Rassegnata? No, ma non mi faccio illusioni - diciamo che sono realista. Conosco bene i miei simili, impegnati o disimpegnati che siano. Ognuno ha o pensa di avere qualcosa da perdere - e non è disposto a rinunciarvi. Non importa cosa accadrà agli altri, al paese, al mondo - l'importante è non dover rinunciare ai propri miserabili e miserrimi privilegi, esistenti o immaginari che siano. Con questa gente non si fa un solo passo avanti e di questa gente non ci si può fidare nemmeno un po'. Ricchezza, notorietà, potere. Questa gente compra e vende voti, ha in tasca tessere di partito o di associazioni, occupa posti di prestigio o è pronta a fare qualsiasi cosa per raggiungerli. Questa gente va in TV o fa di tutto per finirci. Questa gente scrive sui giornali o dice cosa i giornali devono scrivere - decide cosa è giusto, vero, cosa è sbagliato, falso. Questa gente decide o vuole decidere chi può vivere, e come, perché, quanto. Questa gente ha la faccia di ogni vicino di casa, non solo la faccia del presidente del consiglio di turno. Ecco perché siamo nei pasticci. La piccola minoranza che sa, capisce, conosce, che al limite è disposta a perdere tutto per dare un futuro migliore ai propri e ai loro figli, adesso, in questo momento, vale meno di un soldo bucato - qualsiasi cosa faccia, dica e pensi, è aria nell'aria. 

Molto presto l'Italia, l'Europa, l'intero "occidente" sedicente civile, democratico, capitalista, sarà completamente in rovina o prossimo ad esserlo, e non dubito che la storia puntualmente si ripeterà, uguale a se stessa, con il suo carico di guerre, morti, barbarie, con i suoi falsi capovolgimenti e infine, forse, le sue illusorie rinascite. Non so se avremo la fortuna di vivere abbastanza per vedere la fine di questo disastro - annunciato, ovvio, inevitabile. Mi piacerebbe. Temo, però, che i danni saranno tali da compromettere persino la sopravvivenza della specie umana (ne abbiamo i mezzi ed anche le intenzioni), o almeno di quella parte che ha le maggiori e peggiori responsabilità. Per come la vedo io, in ogni caso non sarebbe una gran perdita se scomparissimo, se liberassimo l'universo dalla nostra devastante presenza. Come ho già scritto, mi dispiace per quella minuscola minoranza di uomini e donne incolpevoli, ma le minoranze sono comunque destinate a soccombere. Se non siamo capaci di consegnare il futuro ad un'umanità migliore, davvero evoluta, meglio l'estinzione. Sono stanca di veder vincere la violenza, l'ingiustizia, la sofferenza, la stupidità e l'ignoranza. Voglio, esigo, un mondo dove queste cose siano eccezioni rare, punibili, correggibili, non la regola. In due milioni di anni ed oltre, siamo stati soltanto capaci di saccheggiare la terra, consumare ogni risorsa, sterminare intere popolazioni, diffondere malattie e discordia al solo scopo di soggiogarle e depredarle. Abbiamo affidato l’economia mondiale nelle mani delle banche, di un’armata brancaleone composta di mercenari, speculatori, giocatori d’azzardo, ladri e assassini. Abbiamo inventato un sistema economico e produttivo dissennato che esiste soltanto per se stesso e chi se ne serve, attraverso il quale poche migliaia di uomini si sono letteralmente ricoperti d'oro. Per farlo hanno affamato continenti interi, si sono puliti le scarpe sulla nostra faccia, e noi a malapena ce ne siamo accorti, a malapena ci ricordiamo di indignarci - di tanto in tanto, però, senza dar troppo nell’occhio, specie se qualche briciola alla fine ci tocca. 

Non mi consola, non mi rincuora che qualcuno abbia raccolto l’invito a testimoniare contro i vigili urbani di Parma colpevoli di aver pestato a sangue un ragazzo di colore. E’ pura follia suicida che in un paese degno d’essere definito civile, le persone peggiori occupino tutti i posti di potere e non ci sia una sollevazione di popolo immediata, incondizionata. In questo senso è particolarmente significativo che tre persone oneste ci mettano quasi una settimana per decidersi ad aiutare un poveraccio destinato ad essere fatto a pezzi dal nostro ridicolo sistema giudiziario e i suoi complici. Che fine faranno i suoi aguzzini? Quanta galera faranno se la faranno? Possiamo esser certi che a loro tanto male non andrà, ma a quei tre che testimonieranno? E a Manuel? E’ un film che ho già visto. L’ho sperimentato sulla mia pelle, personalmente. Il genere umano non merita il sacrificio di un solo essere vivente. E tuttavia, non dobbiamo rinunciare a lottare. Tuttavia, non rinuncio a guardare in faccia la realtà, a dire la mia e, quando verrà il momento, sarò in prima linea, pronta ad assumermi in proprio la responsabilità della (mia) resistenza. L’ho sempre fatto e continuerò - semplicemente perché altro non posso, non voglio.

 

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