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Aggiornato Domenica 30-Set-2007

 

Questo mio articolo è stato pubblicato dalla rivista on line "Donne in viaggio"

Nulla di giornalistico: soltanto alcuni miei pensieri (spero utili...) sull’aggressione lesbofobica avvenuta a Lucca e su quanto si è svolto intorno a questa vicenda.

 

 

Eravamo in poche centinaia a Lucca il 9 luglio. Forse trecento. Donne, soprattutto, e uomini. Eravamo lì per manifestare contro l’aggressione lesbofobica avvenuta il 18 aprile. Un’aggressione fascista in stile mafioso, perché finalizzata a colpire questa donna e la sua compagna, militante lesbica.

La vicenda è stata resa pubblica solo il mese scorso, quando la polizia, non avendo trovato i colpevoli, ha dichiarato chiuse le indagini con un nulla di fatto.

E’ stato allora che Cinzia, compagna della donna aggredita sessualmente, ha deciso di denunciare pubblicamente il fatto.

Non voglio fare una cronaca. Vorrei invece esprimere delle riflessioni.

In giugno (mese del pride GLBT) un’amica mi ha messa al corrente di questa ennesima violenza sessuale contro una donna. Mi si è stretto il cuore. Ho cercato di capire cosa si stesse pensando di fare, e ho fatto il possibile, con altre, perché l’informazione circolasse il più possibile. Mi aspettavo che gruppi femministi e lesbici organizzassero qualcosa. Invece c’è stato un vergognoso silenzio. Anzi, qualcuna ha perfino messo in dubbio che la violenza fosse avvenuta realmente!

Questi atteggiamenti mi hanno fatta ripensare a “Un processo per stupro”. Ricordate l’avvocato Zeppieri che, processando la donna anziché gli stupratori, disse che sarebbe bastato un morso (un “morsetto”, per l’esattezza…) per interrompere la violenza carnale?

Senza più bisogno di uomini che aggiungono violenza a violenza nei processi per stupro, oggi ritroviamo questi atteggiamenti fra noi. E intanto sbandieriamo libertà ed emancipazione. E guardiamo con occhio compassionevole le donne di altri paesi che ci sembrano così sottomesse… poverine, no?

Ma invece siamo noi le ‘poverine’! Ci siamo lasciate defraudare da ogni senso collettivo che il movimento delle donne aveva creato. Siamo ormai incapaci di assumerci la reazione contro una violenza al contempo sessuale e politica. Ci guardiamo con occhio diffidente, ci processiamo in contumacia fra noi… che tristezza…

E questo accade proprio quando il femminismo è diventata materia accademica, da pratica quotidiana quale era negli scorsi decenni.

Accade quando il lesbismo ‘istituzionale’ afferma che “il silenzio non è innocente”, predica il coming out, la visibilità, e poi non si fa carico di organizzare una manifestazione, né vi aderisce.

Come si può lottare per il riconoscimento delle unioni civili quando non si lotta per il diritto di ogni donna di camminare per strada senza rischiare di essere aggredita?

La visibilità è rischiosa, soprattutto nei paesini (ma non solo). Che garanzie si danno alle donne cui si chiede di dichiarare al mondo il proprio lesbismo se poi, una volta stuprate, nemmeno le si sostiene?

E che dire di chi ha scelto di non partecipare all’iniziativa perché non ne condivideva la modalità? In diverse non abbiamo condiviso la modalità istituzionale che è stata data alla manifestazione, eppure c’eravamo. E’ chiaro che quando si delegano ad un’istituzione – in questo caso la Commissione provinciale pari opportunità – l’organizzazione e la gestione di una simile iniziativa, il massimo che si ottiene è di scendere in piazza silenziose e con la bocca bendata (letteralmente!). Cosa ci aspettiamo?

Eppure in tante non ci siamo imbavagliate, lasciando alle ‘signore’ l’inutile teatralità del gesto.

Ma tra il non imbavagliarsi e il non esserci del tutto c’è un abisso. Se vogliamo portare in piazza altre modalità, facciamolo. Però bisogna, prima di tutto, farsi carico dell’iniziativa, organizzarla dalla base, senza delegare. Se non siamo in grado (o non abbiamo voglia) di fare ciò, allora interroghiamoci sulle nostre contraddizioni e sul lusso che ci concediamo di non manifestare in una città attraversata da aggressioni omofobe e razziste; in una città in cui, come altrove, i fascisti stanno rialzando la testa e la spranga, facilitati da un silenzio complice.

Dopo il corteo, con alcune donne provenienti da varie città siamo andate in un bar per fare delle valutazioni sulla giornata. Ho spiegato alla ragazza che serviva ai tavoli che non eravamo a Lucca per turismo, e le ho raccontato della violenza avvenuta. Mi ha risposto “Fosse l’unica! Qui ne succedono tutti i giorni, soprattutto nei paesini…”. Mi ha lasciata sconvolta, e mi son chiesta per quanto tempo andremo avanti a guardare i burqa, le infibulazioni e le oppressioni patriarcali altrui senza vederne i corrispettivi nel nostro quotidiano…

Nicoletta Poidimani, Milano.

 

Vai all'articolo di S. Aversa

 

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