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Aggiornato Domenica 06-Gen-2008

 

Giovedì 16 settembre alle 18, alla Festa Nazionale de L'Unità di Genova, di fronte a un pubblico composto quasi esclusivamente da donne, si è svolto l’incontro “Voci che rompono il silenzio. Contro trans/omofobia. Un appello alla lotta contro la violenza alle donne, alle minoranze oppresse e alle diversità.”
Il romanzo cult di Leslie Feinberg Stone Butch Blues, un vero e proprio manifesto politico omosessuale e transgender di denuncia e incitazione alla lotta, è stato lo spunto che ha aperto le riflessioni su ciò che veramente accade nel nostro Paese.
Due gli importanti temi che sono stati trattati nel corso dell’incontro: quello della identità o, meglio, della costruzione storica delle identità di genere a disposizione del singolo individuo; e quello della fobia del diverso che si tramuta in isteria e aggressione di massa, sino alla legittimazione statale dell’eliminazione fisica dei “colpevoli”.
“Dovremmo interrogarci su quanto l’ambiente e le condizioni sociali influiscano nella determinazione dell’identità” ha detto Nerina Milletti, ricercatrice e Owner del portale Ellexelle, durante la sua analisi della metamorfosi fisica e psicologica di Jess, protagonista di Stone Butch Blues. E alla domanda di Mirella Izzo, moderatrice dell’incontro e presidente dell’associazione organizzatrice, Crisalide Azione Trans, sul perché tanto controverso interesse da parte delle lesbiche riguardo il transessualismo/transgenderismo FtM, (Female-to-Male), la Milletti ha risposto che “il transgenderismo rappresenta per le donne femministe e lesbiche nuovo materiale di riflessione e nuove prospettive d'analisi: interrogarsi su cosa significhino "donna" e "uomo" è fondamentale per tutte/i”.
L’impatto della nuova cultura emergente degli ‘uomini nuovi’ sul mondo femminile e lesbico è stata recentemente oggetto di discussioni anche animate proprio durante gli incontri in varie città italiane per la presentazione di Stone Butch Blues lo scorso giugno. E’ chiaro che siamo finalmente giunti a un nodo cruciale, un appuntamento al quale né le lesbiche né i transessuali possono sottrarsi e che dovrà portare gli uni e le altre a riconoscere il tratto di Storia comune nonché le reciproche differenze, anche se questo vedrà schierate da una parte le ragioni legate alla difesa e alla dignità del corpo della donna, dall’altra il doveroso riconoscimento di una realtà, quella del transessualismo, emersa solo recentemente nel suo carattere di trasformazione fisica più radicale, ma presente come componente psichica di un individuo sin dalla nascita stessa dell’umanità.
L’analisi di Stone Butch Blues nella sua denuncia delle infinite violenze inflitte a chiunque si discosti dall’unico modello sociale ricalcabile, e specialmente a coloro che escono dal sistema binario uomo/donna per orientamento sessuale, espressione e identità di genere, ha dato il via alla seconda parte dell’incontro genovese, incentrato sulla lesione dei diritti più elementari dell’individuo in Italia.
“Ciò che forse non tutti sanno è che tali diritti sono sanciti internazionalmente e proteggono tutti i cittadini del mondo contro ogni tipo di discriminazione” ha detto Claudia Rubino di Amnesty International Italia, Coordinamento LGBT, dopo un dettagliato resoconto di quante e quali violenze sono perpetrate nel mondo ai danni delle persone LGBT. “Ognuno di noi ha diritto alla salute, alla libera espressione delle proprie idee e alla privacy. Dovunque questi diritti sono calpestati, Amnesty interviene con una massiccia campagna di pressione. Lo Stato che non difende questi principi e addirittura li contrasta emanando leggi discriminatorie si ritrova addosso gli occhi di tutto il mondo, costantemente.”
L’incontro è terminato con una toccante testimonianza.
Cinzia Ricci sta portando avanti una coraggiosa battaglia contro il silenzio in cui l’odio di alcuni per la sua diversità ha cercato di costringerla: “Noi pensiamo che l’Italia sia una specie di paradiso. Non lo è. Il movimento pensa al PACS, incita alla visibilità e all’attivismo, ma quali garanzie dà poi ai giovanissimi che si espongono? Se non sa dare una risposta, è segno evidente che deve rivedere le sue priorità.” Cinzia è stata colpita nel modo più crudele e perverso: negli affetti. Lo scorso 18 aprile un gruppo di uomini ha violentato la sua ragazza. Le hanno fatto questo perché portasse a Cinzia un messaggio: “Smettila”. Cinzia ha avuto la “malaugurata” idea di essere una lesbica visibile e attivista.
“Vi abbiamo chiamato qui, oggi, per pensare insieme a una strategia di difesa” ha detto Davide Tolu, portavoce del Coordinamento FtM. “Ammettere che in Italia ci siano abusi e violenze che restano impuniti non significa fare del terrorismo psicologico ma smetterla di accettare passivamente. Sarà guerra, sarà dura, ma è necessario ribellarsi.”
“L’unico modo per combattere l’ignoranza che genera la discriminazione è essere visibili, far capire al mondo che le persone omosessuali e transgender sono qui, vicine a loro. Ci ammaliamo come tutti, abbiamo desideri, amiamo, paghiamo le tasse e non siamo poi così diversi dagli altri” ha commentato Cinzia Ricci.
Mirella Izzo conclude con una promessa: “Crisalide Azione Trans vuole dare un forte esempio di solidarietà e trasversalità nella comunità LGBT e organizzerà altri incontri come questo. Dobbiamo restare uniti, transessuali, transgender, lesbiche e omosessuali. Smettiamola innanzitutto con le discriminazioni proprio in seno al nostro movimento.”

 

Crisalide Azione Trans www.crisalide-azionetrans.it - info@crisalide-azionetrans.it
Coordinamento Nazionale FtM www.ftminfoline.net - ftm@crisalide-azionetrans.it
ElleXelle www.ellexelle.com - milletti@women.it
Collettivo 9 Luglio www.noveluglio.altervista.org - 9luglio@tele2.it
Amnesty Internazional Italia, Coordinamento LGBT www.amnesty.it - coord.lgbt@amnesty.it

 

 

 

Il 16 settembre si è tenuta a Genova, presso la Festa dell’Unità nazionale nell’ambito delle iniziative promosse da Crisalide e dal Coordinamento Trans FtoM, un interessante conferenza dal titolo “VOCI CHE ROMPONO IL SILENZIO - dibattito sulla TRANS/OMOFOBIA”, che partendo dal libro di Leslie Feinberg “Stone Butch Blues”, ha esplorato i temi della violenza e della discriminazione ai danni delle persone LGBTT senza eludere, per suo tramite, l’annoso problema della omo/lesbo e transfobia presente all’interno della comunità stessa.

Di fronte ad una modesta platea esclusivamente composta di donne, Mirella Izzo, Presidente Crisalide Azione Trans Nazionale, ha precisato che definizioni quali lesbofobia e transfobia, solo recentemente sono entrate nel linguaggio comune soprattutto grazie al lavoro di divulgazione della sua associazione. Ha inoltre rilevato che: «l’assenza in una lingua di una parola esclude il concetto che questa esprime, il suo significato specifico. La diversificazione rispetto alla definizione generica data dalla parola omofobia, mira a rendere evidenti le differenti specificità. Il sempre maggior uso che di queste viene fatto, dimostra che rispetto alla fobia espressa di fronte alle diversità, è in corso un approfondimento, vi è una presa di coscienza ed una maggiore consapevolezza. Il comune denominatore fra queste tre definizioni è, appunto, “fobia” – ovvero “paura”. Normalmente si crede che la paura induca alla fuga, per cui, di fronte al diverso, ci si aspetta al massimo comportamenti di questo tipo. Ma la paura, quando diviene collettiva, si trasforma in violenza, in aggressione sistematica. Ogni persona che non si riconosca e quindi esca dalla logica assoluta eterosessista, rischia moltissimo».

Ha poi fatto un interessante parallelismo tra l’oppressione degli omosessuali e la caccia alle streghe dell’inquisizione. Non è un caso, infatti, che in Europa i gay e le lesbiche (fra queste anche i primi casi conosciuti di "travestitismo" femminile), intorno all’XI secolo, in un momento di grave crisi del potere ecclesiastico, di forte antagonismo tra la chiesa e la società civile, di laceranti contraddizioni, eccessi ed arbitri, abbiano cominciato ad essere oggetto di un vero e proprio disegno persecutorio. La barbarie si è protratta sino alle soglie dell’ottocento per poi, irrisolta o rimossa, tornare ad esplodere negli anni Trenta con l’avvento del nazismo, di nuovo legittimata e di nuovo investita del compito di far pulizia. Il termine “finocchio”, ad esempio, ha origine dalla pratica di infliggere agli omosessuali un supplizio esemplare, riservandogli una più lunga agonia grazie alla lenta combustione di questo vegetale. Se sotto l’inquisizione era previsto il reato di pederastia, sodomia, ecc., non vi è traccia di un crimine omologo per le donne, salvo i casi riconosciuti di “inversione sessuale” (un abominio quasi impronunciabile, inimmaginabile se riferito ad una donna) ai quali evidentemente non si poteva porre rimedio nemmeno con la gogna. Le donne, spesso ritenute vittime di malefici che ne ottenebravano la ragione, venivano punite per aver perso il timor di dio, per ricondurle al ruolo di madri e mogli devote, asservite. Ottenuto il pentimento finivano al rogo accusate loro stesse di aver praticato la stregoneria, di essersi date al demonio, di aver deliberatamente commesso atti contronatura. Successivamente, nei campi di sterminio nazisti, gli omosessuali ebbero il loro triangolo – rosa. Le lesbiche no, ufficialmente continuarono a non esistere in quanto tali – e il triangolo loro assegnato era nero, quello delle prostitute e degli asociali. Ecco perché nel computo delle vittime si può fare una stima approssimativa dei primi, non delle seconde, da sempre consacrate all’oblio.

La “fobia”, quindi, quando diviene collettiva, si eleva a sistema e il sistema sviluppa anticorpi, si dota degli strumenti necessari per negare, reprimere o eliminare (anche fisicamente), ogni soggettività o gruppo considerato socialmente destabilizzante, estraneo da sé, fonte di disturbo, pericolo. Ma, paradossalmente, è proprio l’esistenza del “diverso” che, grazie all’ignoranza e quindi la paura, rende coeso il corpus sociale, lo compatta attorno alla difesa della propria identità, lo distingue garantendone i privilegi, confermandone il primato, la superiorità. In questo senso possiamo certamente affermare che i sistemi sociali e i singoli individui che li compongono, hanno bisogno di contrapporsi per affermare se stessi, perciò sempre vi sarà un nemico da combattere, una minaccia dalla quale difendersi. Ed i gay, le lesbiche e i/le transessuali, fra le altre infinite, vecchie e nuove minoranze, da sempre assolvono questo compito.

Mirella ha proseguito il suo intervento ricordando che: «Nel 2003 in Italia sono state uccise cinque persone transessuali, guarda caso tutte e cinque si prostituivano, erano straniere e non avevano il permesso di soggiorno. Questo dimostra che i diversi fattori di discriminazione sommandosi diventano una miscela esplosiva che travolge le persone sino alle estreme conseguenze. La illegittimità di una condizione» - sancita, a monte, da un disconoscimento culturale e legislativo - «è, di fatto, un incitamento all’odio e alla violenza. Uccidere, aggredire, stuprare una persona che non esiste, che nessuna legge tutela e difende con ciò riconoscendola, non è così grave…» - ed anzi, taluni pensano che a farle un torto vi sia del merito. «Ma non c’è solo la violenza diretta, fisica – ci sono anche altre forme di negazione e repressione: il mobbing, ad esempio, o l’esclusione selettiva da certe attività professionali…»

Prima di passare la parola a Davide Tolu, traduttore insieme a Margherita Giacobino del libro di Leslie Feinberg e portavoce del Coordinamento Trans FtoM, Mirella ha concluso la sua breve introduzione invitando il pubblico ad interrogarsi sulla propria omo/lesbo e transfobia: «è singolare che siano proprio le minoranze discriminate a doversi fare questa domanda dato che, in quanto tali, dovrebbero averne una maggiore consapevolezza…» - ed esserne esenti.

Davide Tolu ha parlato del suo incontro con il libro e dei temi di cui tratta: «“Stone Butch Blues”, nasce come libro lesbico ma ha molto in comune con il vissuto delle persone transessuali. Tratta di identità, ci mostra le molte sfumature dell’orientamento affettivo e sessuale, spiega cosa voleva dire negli anni ‘50 essere uomo, donna o nessuno dei due. Leggendolo mi sono reso conto che il movimento LGBTT e più in generale il nostro paese, non prende minimamente in considerazione quello che sta fra il sesso maschile e quello femminile. Mi sono reso conto che la maggior parte delle persone non si pone in categorie così rigide. Tante persone che si rivolgono alle associazioni transessuali ed omosessuali, hanno dei problemi d’identità non riconducibili al transessualismo o all’omosessualità stessa. “Stone Butch” parla proprio di questo, di cosa significa non riconoscersi dentro gli schemi riconosciuti, omo/etero e transessuali, mostra cosa vuol dire combattere per poter essere se stessi, la lotta per la sopravvivenza perché vivere in una condizione di tale esclusione espone ad una violenza totale. In questo senso, “Stone Butch Blues” è un libro importantissimo, unico nel suo genere, in Italia. Ci sono libri lesbici, omosessuali, sul transessualismo, ma ancora poco si parla di transgenderismo. Chi si ritrova a vivere questa condizione è maggiormente debole, è avvertito come un alieno, non sa a chi rivolgersi, spesso compie delle scelte sbagliate magari transizionando nel tentativo di rendere almeno una parte di sé accettabile, riconoscibile.»

Nerina Milletti, ricercatrice ed owner della lista di discussione lesbica "Ellexelle", ha quindi fatto una personale, lunga, articolata analisi dal punto di vista lesbico, individuando convergenze o divergenze tra le istanze lesbiche e quelle legate al transessualismo FtoM (o, marginalmente, transgender), in relazione anche al femminismo, e discostandosi con decisione da una chiave di lettura perlopiù attenta al tema certamente evidente e scioccante della violenza subita ed esercitata dai personaggi del libro (su 350 pagine, vi si narrano ben 40 episodi fra stupri, pestaggi e quant’altro). Rilevando che il movimento lesbico e femminista non hanno abbastanza indagato il tema della mascolinità delle donne e che forse ormai non hanno molto altro da esprimere, avanza l’ipotesi che l’odierna apertura verso il transessualismo FtoM, certamente favorita dal contesto storico e dalla necessità di creare alleanze vantaggiose, altro non sia che un modo per trovare nuovi argomenti ed energie e insieme approfittare della grande visibilità che i/le transessuali si stanno guadagnando. Descrivendo poi gli stereotipi comportamentali, anche sessuali, incarnati dalla protagonista e dai personaggi complementari del libro (la butch, la femme, ecc.), peraltro adottati o riconosciuti come accettabili dalla maggioranza delle lesbiche sino ad anni recenti, osserva che a suo avviso transessualità e transgenderismo sono politicamente inconciliabili e conclude affermando che una donna mascolina (in Italia anche detta “camionista”) che non vuole cambiare genere, oggi davvero non ha alternative all’isolamento e alla solitudine.

Mirella ha controbattuto: «Asserire che transessualità e transgenderismo siano inconciliabili, è un po’ una contraddizione in termini. Il transgenderismo è, prima di tutto, una filosofia applicata alla vita e alle persone. Il transgenderismo prevede che vi siano un’infinità di identità diverse, ai cui estremi si collocano l’identità maschile e femminile. Chiunque può stare all’interno, è compreso fra questi estremi. È transgender chiunque esca dagli stereotipi culturali, affettivi e sessuali imposti, al di là delle caratteristiche fisiche, dal genere biologico. La condizione transgender è in antitesi con l’esclusione, in assoluto. Quindi, anche le fasi attraversate dalla protagonista del libro, fanno parte del transgenderismo. Di fatto la sua condizione è transgender perché affronta un percorso dentro cui tutto è possibile e accettabile in quanto non disgiunto dal valore della persona, dalle sue specificità, qualità. La qualità della persona si manifesta tanto meglio quanto più può essere espressa nella libertà di essere se stessa, nella propria, personale identità. Il transessualismo è una condizione più radicale rispetto alle altre perché prevede d’intervenire anche chirurgicamente per modificare il proprio sesso, ma sta dentro le possibilità contemplate dal transgenderismo. Un altro aspetto che secondo me emerge dal libro di Leslie, è che storicamente le differenze e le specificità fra lesbiche, trans ed omosessuali, sono inferiori per numero e importanza rispetto hai bisogni condivisi. Certe differenziazioni, alla fine, sono pretestuose, forzate. La nascita del movimento lesbico ed omosessuale, paradossalmente, invece di unirci ci ha separati. Ecco, io credo che l’esigenza di allearsi sia un buon modo per tentare di riavvicinarci, ma le alleanze sono vere, reali, solo quando ci si riconosce reciproche affinità, quando, pur nelle differenti specificità, non vi è estraneità, disconoscimento. Non si può pensare che un trans FtoM sia “una donna che ha tradito” – queste sono proiezioni personali che generalizzano e banalizzano. Quello che è la sintesi del transgenderismo è che le differenze non sono ostacoli, sono una ricchezza, la nostra forza. Dobbiamo, una volta per tutte, sconfiggere l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia che è in noi.»

È quindi intervenuta Claudia Rubino del coordinamento LGBTT di Amnesty International, che ha fatto il punto della situazione a livello mondiale: discriminazioni, abusi, violenze, repressione morale e giuridica delle persone LGBTT (LEGGI LE TRACCE DEL SUO INTERVENTO).

Successivamente ha parlato Cinzia Ricci portando la sua testimonianza: «Il libro di Leslie ci parla dell’america degli anni ‘50, quando le lesbiche, butch o meno che fossero, subivano violenza tutti i giorni: dalla polizia, in strada, sul posto di lavoro. Poi ascoltiamo questo spaccato di realtà internazionale: in ogni paese le lesbiche, i transessuali e gli omosessuali sono perseguitati. E per un attimo, chi non ha vissuto sulla propria pelle violenze, discriminazioni, coercizioni, ha la sensazione di trovarsi nel posto migliore del mondo: l’Italia. No, non è il posto migliore del mondo. In questo paese succedono cose terribili che non finiscono sui giornali, delle quali nessuno parla, nessuno vuol sapere. E non occorre nemmeno rendersi visibili per subirle, basta semplicemente essere. Una ragazza a scuola, liceo, è pestata a sangue, gli spezzano le gambe a calci – perché è lesbica. Un’altra ragazza porta a passeggio il cane, la mattina, alle 7, l’aspettano dietro casa, la stuprano perché porti un messaggio alla sua compagna che ha avuto la pessima idea di non starsene rintanata in casa, a guardare dalla finestra, e il messaggio è che la smetta. Questi sono solo due episodi accaduti a Lucca, ma ovunque ne accadono. Ovunque in Italia, tutti i giorni, ogni momento, una lesbica, un omosessuale, un transessuale, subisce violenza. Quest'ultimi vengono normalmente pestati, subiscono violenze e abusi sessuali non solo dai clienti ma anche dai poliziotti. Quanti casi vengono denunciati? Pochissimi - anche perché le reazioni di fronte ad una denuncia pubblica (non mi riferisco alle denuncie alla magistratura) sono spesso deliranti. La reazione, poi, di fronte ad uno stupro è particolare, specialmente da parte delle donne che hanno nei suoi confronti una chiusura istantanea. È difficile, ovviamente, per una donna accettare una forma di violenza così totale. Lo stupro è sempre politico, non ha niente a che vedere con la sessualità, lo stupro è un atto punitivo, coercitivo fortissimo che mira al ridimensionamento dell’identità femminile, che tende a ricacciarla in quel ruolo che non incarna più o ricopre in modo diverso da come il maschio, lo stereotipo e la cultura dominante vorrebbero. Ecco perché colpire una donna lesbica acquista un valore simbolico e politico esemplare. Perché la donna lesbica è avvertita come un entità completamente destabilizzante, incontrollabile, che minaccia e sovverte le leggi scritte e non scritte relative al dualismo maschio/femmina, riformula ruoli e specificità. Io non credo di avere molto da dire, se non che dobbiamo smetterla di pensare di vivere nel miglior modo e mondo possibile. Quello che c’è là fuori non è come lo immaginiamo. Quella che noi abbiamo, privilegiatamente stando nel nostro piccolo mondo più o meno dorato (chiamiamolo anche ghetto, se preferite - quello delle discoteche, degli amici cari, delle lesbiche come noi, dei colleghi di lavoro ai quali non occorre dirlo perché tanto già lo sanno – non è vero, non è affatto detto che lo sappiano e non è affatto detto che siano così tranquilli rispetto al nostro orientamento sentimentale e sessuale, lo pensiamo perché vogliamo tranquillizzarci), è una visione parziale. Il mondo là fuori non conosce, non sa – ed è feroce. Attraverso la mia inchiesta "Borderline", ho quotidianamentela la possibilità di raccogliere tetimonianze di lesbiche ed omosessuali - alcune sono agghiaccianti. Un amico sta cercando una camera in affitto perché ha trovato un compagno e andare tutti i fine settimana in albergo costa. Per risparmiare, ha deciso di contattare telefonicamente vari inserzionisti che offrivano una stanza in affitto nel proprio appartamento e per correttezza ha deciso di dare spiegazioni chiare sin da subito, di non nascondere l’omosessualità sua e del suo compagno. Più della metà delle persone contattate, hanno avuto una reazione di totale rifiuto, alcuni lo hanno insultato pesantemente, gli altri improvvisamente non affittavano più, qualcuno ha detto addirittura che doveva convocare l’assemblea di condominio per poter affittare la propria stanza ad un omosessuale e al suo compagno, solo uno gli ha offerto la camera con lo sconto – era un omosessuale. Il mondo, là fuori, non è come pensiamo che sia, perché noi lo guardiamo dal nostro punto di vista senza sapere come gli altri ci vedono. La maggior parte delle persone non hanno mai visto un gay in faccia, hanno visto omosessuali alla televisione - omosessuali, non lesbiche. Hanno visto Busi, Gullotta e pochi altri, in qualche commedia. Poco, troppo poco – e male. Per questo è importante la visibilità, che non vuol dire ostentazione (o “omo-ostentazione”, una parola nuova che sottende tutto l’odio maturato verso gli omosessuali). La visibilità è importante perché solo attraverso essa gli altri possono capire che non siamo diversi da loro, abbiamo le loro stesse esigenze e desideri, paghiamo l’affitto, le tasse, ci ammaliamo… Solo attraverso la conoscenza possono capire che non siamo una minaccia. Sin tanto che ce ne staremo in casa, fra noi, isolati, non risolveremo nulla. L’autoreferenzialità, il rifiuto del confronto con la comunità transgender, è un grandissimo errore, forse il peggiore, perché la comunità transgender è quella che paga il prezzo più alto ed è quella che in effetti, in questo paese, sta combattendo le battaglie più importanti, che sono culturali, prima di tutto. Sì, il Pacs serve - a qualcuno, ma non a tutti. Parliamoci chiaro: in un paese dove la stragrande maggioranza dei gay e delle lesbiche sono costretti a nascondere la loro omosessualità, spesso con vergogna, a cosa serve una legge che non potranno usare perché servendosene li esporrebbe? Non ha tanto senso quello che stiamo chiedendo - di fatto crea nuovi privilegi. Dovremmo piuttosto spingere affinché siano approvate delle leggi che ci tutelino e ci difendano, che puniscano la omo/lesbo e transfobia, divenendo perciò anche educative. Nel 1999 ne sono state presentate un paio che andavano in questa direzione, ma poi sono sparite nel nulla ed è cominciata la campagna in favore del Pacs. Una campagna molto comoda perché non riguarda solo noi, riguarda soprattutto gli eterosessuali: una specie di cavallo di Troia, un escamotage per entrare dalla porta di servizio… E poi: è molto sciocco illudersi, perché in questo paese dove tutto è possibile, non è affatto detto che passi una legge senza restrizioni, limiti, paletti, ed anzi, è probabile che venga tranquillamente stravolta come già è avvenuto con la direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro che, nell’indifferenza generale (soprattutto la nostra visto che ci colpisce direttamente), si è trasformata nella prima legge italiana palesemente discriminatoria verso i gay, le lesbiche, i/le transessuali, i portatori di handicap e i non cattolici. Capisco, chi fa politica deve garantirsi il posto di lavoro, non può compromettersi, perdere tempo battendosi contro i mulini a vento, ma in questo paese, davvero, sono i fondamentali che mancano, culturali e politici - ed è su questo che ci tiriamo indietro. Ci raccontiamo che siamo migliori, che la normalizzazione è in corso, che tutto sommato la gente ci accetta, ma non è mica vero, non è così. E quando accadono cose gravi come quella che è successa a noi, la verità salta all’occhio – inaccettabile. Sino al 18 aprile mi occupavo delle mie piccole cose, del sito, non chiedevo niente di meglio che poterle continuare a fare – ma dal 18 aprile la mia vita non è più la stessa di prima. Questo è successo a me, ma poteva accadere a chiunque – chiunque sia isolato, chiunque non se ne stia alla finestra a guardare.»

Cocluso l'intervento, Mirella ha invitato il pubblico ad intervenire.

Ha preso la parola Matteo Manetti rivolgendosi a Cinzia: «Sono trans e sono gay. Professo la visibilità e sono visibile. La visibilità è importante, senza il nostro impegno individuale, quotidiano, le cose non cambieranno mai perché a parte i gay delle pubblicità e nei telefilm, per il resto non sapranno mai che esistiamo. Quindi è importantissimo esserci ed esserlo in modo normale, far vedere la nostra debolezza ma anche la nostra forza. Tu dici che eri una persona abituata a non guardare dalla finestra e basta, e che questo ti ha cambiato la vita, però tu ancora sei qua e non stai guardando dalla finestra – quindi non sono riusciti nel loro intento. Cosa è cambiato nella tua vita? Tu, come persona visibile, che combatte, ci sei ancora, più di prima…»

Cinzia: «Successivamente a quel 18 aprile, quando ho denunciato pubblicamente l’episodio perché, dopo soli 50 giorni, stavano chiudendo l’indagine e se non l’avessi fatto probabilmente non l’avrebbero mai riaperta, ho capito che non bastava stare alla finestra, parlare da lì, occorreva scendere in strada, cominciare a fare quello che gli altri non fanno. A dare deleghe, magari in bianco, si rischia di ritrovarsi, perdonerete il linguaggio colorito, “chiappe in terra”. Il riferimento è a quello che è successo dopo la denuncia pubblica. Mi sarei aspettata dalla comunità LGBTT, questa entità fantasma, abbastanza misteriosa, una reazione forte, unitaria, partecipata – nel migliore dei casi vi è stato silenzio (salvo qualche eccezione, naturalmente che tuttavia conferma la regola), nel peggiore siamo state accusate di esserci inventate tutto o di essercelo cercato. Come ho detto prima, vi è stata una reazione della comunità LGBTT veramente delirante. Ancora stento a capire e sicuramente stento ad accettare. Ma ormai a me non penso, il danno è subito – non si torna indietro. Penso invece a tutte le persone, là fuori, ragazze giovani che si chiedono “cosa posso fare?”, che fanno i primi coming-out, che… Se gli succede qualcosa, noi, a queste ragazze, a questi ragazzi, quali garanzie diamo, quale aiuto possiamo offrire? Diciamo loro che bisogna essere visibili, che è indispensabile esserlo perché questo è l’unico modo attraverso il quale gli altri possono conoscerci, ma poi, se ti rendi visibile, se qualcuno ti fa male e vieni lasciato solo? Quando ho fatto la denuncia pubblica e la reazione è stata nel migliore dei casi il silenzio (alla manifestazione c’erano duecento persone, un caso di stupro politico, contro una lesbica – duecento persone quando per una vetrina rotta ce n’erano duemila!), il messaggio che è passato, e di questo è responsabile la comunità LGBTT (non le singole persone, chiaramente, ma chi le rappresenta), è che in questo paese a qualcuno puoi fare quello che ti pare… Pochi giorni dopo, precisamente il 15 agosto, un ragazzo, in pieno centro storico, di sera, di fronte ad una gelateria frequentatissima, è stato massacrato di botte, 25 minuti, nessuno ha chiamato la polizia – la sua colpa? Essere comunista. Chi l’ha colpito si è dichiarato nazista. Io vorrei che i politici e i presidenti delle associazioni si mettessero una mano sulla coscienza, facessero una bella autocritica, e poi dessero delle risposte, ma non a me, a tutti i ragazzi là fuori, di 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20 anni. A loro devono dare delle risposte, non a me.»

Davide: «Il senso di questo incontro era appunto quello di confrontarci, capire cosa possiamo fare, come rispondere. La nostra idea è di continuare, di non fermarci a questo dibattito che purtroppo ha attirato pochissime persone. Continuare, perché non dobbiamo avere paura, perché dobbiamo diventare consapevoli che se le cose stanno così è perché noi lo permettiamo. È una lotta, non dico di no, è una guerra – ma dobbiamo combatterla.»

Mirella: «A parte la nostra condizione di transessualità che ci rende obbligatoriamente visibili esponendoci più facilmente alla violenza, di fronte a questi casi, gli altri, potrebbero pensare che ad essere visibili si paga. In realtà, il problema è che chi chiunque rende in qualche modo visibile la propria condizione, si espone. Come recita il titolo di un altro libro di Leslie Feinberg, “Transgender Warriors” – e quindi tutti si è guerrieri, tutti si combatte e perciò tutti possiamo, a volte, pagare un prezzo. Quello che è grave, è che nel momento in cui siamo guerrieri, e guerriere, nel momento in cui una persona paga un prezzo per questa battaglia, per il diritto all’esistenza, invece che scattare una solidarietà formidabile, nasce il silenzio. Il pericolo vero non viene dall’aggressore, ma dal silenzio. Questa riflessione è importante. Io credo che uno dei motivi per cui il movimento LGBTT deve buttare all’aria le separazioni, le divisioni, i distinguo, stia proprio qui – nella necessità di dare delle risposte, trovare delle soluzioni. Noi, e parlo a nome della nostra associazione, non possiamo più permetterci, e questo devo dire lo dobbiamo proprio a Cinzia, che di fronte alla prossima aggressione non vi sia da parte di tutto il movimento (non solo le lesbiche per le lesbiche, i trans per i trans, i gay per i gay) una reazione forte, visibile, anche, eventualmente, imparando ad usare le stesse armi di chi ci colpisce, imparare a difenderci. Crisalide è una piccola realtà, però ci ripromettiamo di essere più attenti, ma ci aspettiamo da parte degli altri la stessa attenzione.»

Davide interviene per chiudere l’incontro, comincia a leggere un brano tratto dal libro di Leslie Feinberg ma a metà si ferma, la voce si rompe…

Il dolore non ha sesso.

 

 

XXVI

 

Già mentre salivo dalla metropolitana di Christopher Street sentii una voce al megafono che diceva le parole lesbica e gay. Quando emersi sulla strada mi ritrovai in mezzo a una folla di centinaia di persone che ascoltavano.
Mi era già capitato di vedere manifestazioni gay. Mi ero sempre fermata a guardare dall'altro lato della strada, fiera che questo giovane movimento non si facesse ricacciare nell'invisibilità. Ma ogni volta me ne andavo, sentendomi fuori dal movimento, isolata. Stavolta una voce mi indusse a fermarmi. Era un giovane uomo che prese il microfono e con voce forte e tremante d'emozione raccontò di essere stato immobilizzato e costretto a guardare il suo compagno mentre un branco lo picchiava a morte con delle mazze da baseball. "L'ho visto morire lì sul marciapiede" gridò "e non potevo salvarlo. Dobbiamo fare qualcosa. Non può continuare così."
Diede il microfono a una donna coi capelli avvolti in un tessuto africano a colori vivaci, che invitò altri a salire e a parlare.
Dalla folla, una donna giovane salì sul palco. "Nel mio quartiere, nel Queens, c'erano dei tizi", disse con una voce che si sentiva appena, anche col microfono. "Ci urlavano sempre insulti, a me e alla mia compagna. Una notte, me li sono sentiti alle spalle. Ero sola. Mi hanno trascinata in un parcheggio dietro il negozio di ferramenta e mi hanno stuprata. Non ho potuto fermarli."
Le lacrime presero a scorrermi lungo il viso. Un uomo accanto a me mi mise una mano sulla spalla. Anche lui aveva gli occhi pieni di lacrime.
"Non ho mai detto alla mia compagna cos'era successo" sussurrò la
ragazza al microfono. "Sarebbe stato come se ci avessero stuprate entrambe."
Mentre scendeva dal palco mi dissi: ecco cos'è il coraggio. Non è solo sopravvivere all'incubo, ma farne qualcosa, dopo. E essere abbastanza coraggiosi da parlarne ad altri. Cercare di organizzarsi per cambiare le cose.
E improvvisamente fui così nauseata dal mio silenzio che sentii il bisogno di parlare anch'io. Non avevo niente di particolarmente urgente da dire, non sapevo neanche cosa avrei detto. Dovevo solo aprire la bocca una buona volta e sentire la mia voce. E temevo che, se lasciavo passare il momento, non avrei più trovato il coraggio di riprovarci.
Mi avvicinai al palco. La donna che faceva da moderatrice mi guardò. "Volevi parlare?" Feci cenno di sì, con la testa che mi girava per l'ansia. "Sali, fratello" mi invitò.
Quasi non mi reggevo in piedi. Guardai le centinaia di facce che mi fissavano. "Non sono un uomo gay" dissi, trasalendo al suono della mia voce amplificata. "Sono una butch, una donna-uomo. Non so se quelli che ci odiano a morte ci chiamano ancora così. Ma quella parola ha plasmato la mia adolescenza." Attorno a me si era creato il silenzio, e sapevo che tutti mi ascoltavano, mi sentivano. Vidi una donna femme, più o meno della mia età, che stava un po' in margine alla folla e annuiva mentre io parlavo. Nel suo sguardo c'era il calore dei ricordi.
"So cosa si prova quando ci fanno del male" dissi. "Ma non ho molta esperienza nel parlarne. E so anche cosa si prova a lottare, ma io l'ho sempre fatto da sola. È un modo difficile di lottare, perché di solito loro sono di più e di solito perdo." Un'anziana drag queen ai bordi della folla mosse lentamente avanti e indietro la mano alzata, in silenziosa testimonianza.
"Guardo le manifestazioni senza partecipare. Una parte di me si sente tutt'uno con voi, ma se mi unissi a voi non so se sarei bene accolta. Ci sono molti di noi che rimangono fuori, e non vogliamo restarci. Ci arrestano, ci picchiano. Stiamo morendo, qui fuori. Abbiamo bisogno di voi... ma anche voi avete bisogno di noi.
"Non so cosa ci vuole per cambiare veramente il mondo. Ma non potremmo unirci e cercare di scoprirlo insieme? Non potremmo rendere più ampio questo noi? Non c'è un modo per aiutarci a combattere le nostre battaglie e non essere sempre soli?"

 

Ringrazio sentitamente Davide, Mirella, Matteo, Claudia, Nerina, Elena e Caterina (le mie giovani e pazienti tassiste), il poco ma attentissimo pubblico (fra cui Daniela che dopo l'incontro di Genova mi ha scritto - è anche grazie a lei che capisco ogni giorno di più di aver fatto e di fare la cosa giusta) e le amiche e gli amici del "Collettivo 9 Luglio" insieme ai quali lottare è dolce.

 

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