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Aggiornato Lunedì 03-Ago-2009

 

18 Aprile. Un anno esatto. Cosa è rimasto? Tutto il male possibile ed un vuoto di nient’altro che è una voragine senza fondo, incolmabile, spaventosa. Non ragionamenti, né comprensione – la rassicurante presenza di qualcuno che capisce, sostiene, o un estraneo che si fa carico, indaga, tenta di dare valore a parole che non hanno più alcun significato: giustizia, ad esempio, sicurezza, tutela, rispetto, diritti.

Un anno, dicevo. Niente è stato fatto. Niente. Stupratori e mandanti sono sempre là fuori, legittimati a colpire, ancora, chi vogliono. Si siedono a tavola con le loro mogli, madri, sorelle, fidanzate, figlie, zie, nonne, amiche, amanti – dividono il pane, guardano la TV, leggono il giornale, passeggiano, ridono, fanno progetti. Sono portatori della peggior specie di violenza, la più odiosa, quella esercitata contro le donne, i bambini, mortificandone l’identità attraverso la sessualità – portatori di offesa ed umiliazione, di disprezzo e odio, con diritto alla libertà, all’impunità, alla rispettabilità. Mi chiedo come lo si possa accettare, è qualcosa che non capisco, che mi fa diventare pazza.

Due tentativi d’archiviazione in appena otto mesi. A vuoto, naturalmente. Come si fa ad archiviare un’indagine mai cominciata? Due ricorsi di cui, l’ultimo, ancora fermo negli uffici della procura – e sono passati quattro mesi da quando lo abbiamo presentato, uno da quando è stato accolto.

Giustizia, rispetto, tutela, diritti – parole vuote, dicevo. Prive di significato, importanza, per qualcuno - mentre qualcun altro n’è privato, senza reazione, scandalo, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Un anno. Questo il bilancio.

E sento parlare dell’ennesima, spettacolare richiesta di “unità” fra le associazioni che dovrebbero rappresentare la comunità LGBT*, leggo ancora di Pacs, fecondazione assistita, mi si racconta di un’allegra mobilitazione contro Ratzinger…

Dove sono le leggi contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, affettivo, l’identità di genere? Non dovrebbe essere questo il primo irrinunciabile obiettivo? Perché: cosa lo fai a fare un figlio se poi non puoi difenderlo dalle offese e dalle umiliazioni che subirà per avere genitori o genitrici gay, lesbiche, trans, che te ne fai delle unioni civili se poi è meglio che non si sappia in giro altrimenti ti pestano o licenziano, cosa te ne fai della libertà se poi te ne tocca solo una briciola? Leggi che difendano le persone LGBT* dalla violenza e dalle discriminazioni, sul posto di lavoro, a scuola, in famiglia, nella vita pubblica come nella vita privata, che costringano questo schifoso paese a fare un passo avanti perché da solo, spontaneamente, non lo farà mai. Un obiettivo di alto profilo, certo, troppo, troppo alto: uva acerba, allora.

Un anno – buttato via. Prosit.

Cinzia Ricci

 

Grazie a chi ha avuto la sensibilità di pubblicare questo breve intervento linkando correttamente il sito in modo da offrire ai suoi lettori gli strumenti necessari per comprenderlo e farsi un'idea propria. In particolare ringrazio evangelodalbasso.net e refo.it, i quali dimostrano che l'attenzione, spesso, viene da chi non ci aspetteremmo mai.

 

 

17 Aprile 2005

Le seghe sul Papa non mi appassionano neanche un po’ - Ratzinger “il demonio” o altri, non fa molta differenza, in questo momento. Ma il fatto che si “sprechino” energie intorno alle faccende funerarie ed elettive del papato la dice lunga sul livello di laicismo dello Stato Italiano, consapevolezza e sostanziale disimpegno da parte dei suoi cittadini. E ancora leggo di Pacs, ovunque, comunque. Sono pochissime le voci che si levano denunciando la mancanza di contenuti politici nelle istanze LGBT*, della paralizzante autoreferenzialità dei “nostri” rappresentanti, del loro vuoto presenzialismo e, soprattutto, di leggi contro la discriminazione. Nemmeno chi le ha subite ne sente la mancanza. Mi chiedo cosa cacchio sta succedendo a questo paese...

20 Aprile 2005

Il 18 Aprile è una ricorrenza, per me - anzi, una commemorazione. Più importante persino del mio compleanno che non festeggio più e quasi dimentico.

Mi spiego...

Domenica ho cominciato a star male. “Inspiegabilmente”. Ero agitata, quasi una bestia in gabbia. Non riuscivo a star ferma, Mi veniva da piangere. Ho dovuto pulir casa, cambiare la disposizione dei mobili - una pazza. La notte non è andata meglio, ad un certo punto non sapevo nemmeno se dormivo o ero sveglia. La mattina arriva un SMS che mi ricorda l’anniversario... “Anniversario de che?”, mi chiedo - poi faccio un salto e il mio stato d’animo d’un tratto non è più così misterioso. Ho interiorizzato l’orrore a tal punto da riviverlo, senza averne coscienza.

Il 18 Aprile è anche una data storica - sebbene nessuno lo sappia, nessuno gli dia importanza, o la veda in questo modo. Per la prima volta, in Italia, due donne, due lesbiche, hanno deciso di rompere il silenzio, a 360°, mettendoci nome, cognome e faccia. E infatti sono finite sulla graticola.

Non è importante che non ne sia nato un movimento d’opinione, o una nuova sigla, o solidarietà al punto da modificare il corso degli eventi. È importante, però, che qualcuno abbia alzato la testa e gliel’abbia cantate. A tutti. Con i mezzi che aveva. E, soprattutto, è importante non chinarla più, continuare a riempire il silenzio.

Lo so che non accadrà nulla, ma so anche che se la smetto di parlarne nessuno lo farà al posto mio. E parlarne è l’unica cosa che posso fare perché non sia stato tutto inutile e perché, ancora, a qualcosa serva - averne l’illusione. Per ricordare le proprie responsabilità a chi ne ha. Per continuare a rompere le palle, se non altro. E perché proprio non riesco a dimenticare quello che è successo, né riesco a far finta di non essere il bersaglio di tanti, troppi cecchini - con licenza di uccidere. Non riesco a non pensare che la fuori ci sono altre persone come noi che lo sono state o potrebbero diventarlo.

Sara non sapeva che avrei scritto “18 Aprile – Considerazioni a un anno dai fatti di Lucca…”, in verità non lo sapevo nemmeno io - ad un certo punto sono scoppiata e le parole sono sgorgate da sole, compulsive. Mi ha telefonato e ringraziato. Ho sempre pensato di fare la cosa giusta (magari sono i modi che difettano un po’, ma tant’è...) - non avevo e non ho alternative. Semplicemente.

23 Aprile 2005

Lo so, lo so – certo. Molte persone, nel loro piccolo, hanno fatto tanto, gratis. Non è a loro, a voi, che rivolgo la mia amarezza, la mia rabbia – e quando Sara mi ringrazia, ringrazia indirettamente anche chi, invisibile e sconosciuto, ha capito e si è a suo modo battuto, a suo modo si mette in gioco ogni giorno e contribuisce a fare di questo nostro devastato paese un posto migliore.

La sostanza di quel che ho scritto, però, non cambia. Rimane la realtà oggettiva e l’incidenza che questa ha sulla vita delle singole persone.

Se ad un anno dal 18 Aprile non sono ancora state condotte indagini degne di questo nome (conosco gli atti, so quello che dico), è perché rispetto a certi tipi di reato, quando la parte lesa non è persona o categoria gradita, riconosciuta, si tende a minimizzarli se non, addirittura, a non considerarli tali - sebbene la legge, anche se in modo insufficiente e talvolta indiretto, li contempli e punisca. Un problema culturale, prima ancora che politico. Tocca agli inquirenti far rispettare le leggi, perseguire chi le trasgredisce – e gli inquirenti (come pure i legislatori e i politici) agiscono secondo le convenienze e i pregiudizi propri e di chi li sostiene, o secondo criteri di opportunità e priorità dei quali spesso sono proprio i cittadini meno garantiti o importanti a fare le spese. Pertanto capita, senza che questo disturbi alcuno, anzi, che due donne vengano tanto duramente colpite e punite per le loro scelte di vita e per la loro visibilità, e nulla accada. Così è – e fa male, tanto.

Ecco, allora, che chiedere leggi specifiche che definiscano e puniscano tutti quegli atti (dalle offese verbali alle aggressioni fisiche, dal mobbing al licenziamento, dalle molestie sessuali allo stupro) generati dall’omofobia, dalla lesbofobia e dalla transfobia, è, o dovrebbe essere, la battaglia principale della comunità LGBT*. Una legge fondamentale, quindi, che avrebbe tre grandi scopi: educare, prevenire e reprimere/punire. Un modo sano per forzare la mano, spingere verso quel cambiamento culturale profondo che solo attraverso strumenti reali di garanzia e tutela, quindi di forte impatto rivendicativo e inequivocabile riconoscimento, si può ottenere. Il resto viene da sé (ad esempio il Pacs), è consequenziale, scontato, automatico. Non il contrario!

Capisco che la maggioranza delle persone LGBT* e friendly non si accalorino intorno a questo argomento - per tutti i motivi che sappiamo e soprattutto perché credono davvero di non far parte di quella minoranza sfigata che rischia d’essere stuprata, picchiata, licenziata, insultata, ecc., quindi “chi se ne frega” – ma bisognerà pure che qualcuno gliele dica queste cose, no? Che poi la comunità LGBT* sia in larga misura rappresentata da inetti quasi del tutto privi di argomenti, questo è l’altro gravissimo problema con il quale, che lo si voglia o meno, dobbiamo fare i conti: di fatto è questa gente che taglia la strada a qualsiasi alternativa, impedisce che si portino avanti battaglie di alto profilo – un po’ non le capiscono proprio, un po’ sono troppo al di sopra delle loro capacità, e un po’ (giustamente) li spaventa doversi confrontare su temi che questo paese non è assolutamente pronto a recepire, accogliere, in questo momento storico, poi… Mica tutti hanno voglia d’investire e rischiare in proprio con la consapevolezza che se ne raccoglieranno i frutti fra decine e decine d’anni, forse!

Rivedo il musino sporco di fango di Sara, la sua guancia tumefatta - la sento piangere, balbettare, ripetere ossessivamente “È successa una cosa...” e penso a tutti i musini innocenti che nessuno difenderà, ai quali nessuno darà risposte: non posso sopportarlo, non posso accettarlo - non ce la faccio. Ma so anche che se non fosse accaduto a me, poco m’importerebbe e poco saprei dei tanti, troppi torti che le donne (alcune più di altre) subiscono nel nostro paese, nella nostra bella, indifferente, in parte connivente città. Devo, allora, augurare ad ognuno che gli capiti una cosa così terribile perché si svegli, capisca, agisca? Devo, allora, augurare ad ogni uomo (padre, fratello, amico, fidanzato, amante) di dover accompagnare la persona che ama dai carabinieri per scoprire, dopo appena otto mesi, che hanno cercato un ago nel pagliaio limitandosi a setacciarne una pagliuzza, che hanno tentato di liberarsi del fastidio d’una denuncia scomoda che nessuno si è sognato di sostenere, senza nemmeno aspettare una risposta alle domande fatte ad altri colleghi? È questo il modo di lavorare, di essere al servizio dei cittadini? Per cosa, mi chiedo, paghiamo questi signori quando chiunque altro che inquirente non è farebbe “a naso” molto di più per molto meno?

Io, ma soprattutto Sara, avevamo diritto ad un indagine mediamente seria, condotta almeno con media capacità, media intelligenza e medio buon senso. Nulla di straordinario. Non ci è toccata nemmeno l’insufficienza. Ed ora che è trascorso un anno, ci appare così inutile insistere: ormai è chiaro che non c’è la volontà di arrivare in fondo a questa faccenda. Lei porterà per sempre i segni della violenza subita il 18 Aprile e ancor di più quelli del disinteresse sprezzante ma cortese con il quale le istituzioni l’hanno trattata: fregandosene. Io rimango un bersaglio facile, assolutamente vulnerabile, anzi, ora lo sono anche di più giacché l’impunità è un incentivo a reiterare – per colpire me, chiunque mi avvicini rischia d’essere stuprato o chissà cos’altro quelle menti malate sarebbero in grado d’inventarsi. Se tutto questo non è grave, inaccettabile, meritorio della più scontata attenzione e del più ordinario impegno…

24 Maggio 2005 – Dopo il mio intervento al convegno “Vite lesbiche tra realtà, immaginario e rappresentazione” del 21-22 maggio 2005, organizzato da Soggettività Lesbica, Università delle Donne e alcuni assessorati della provincia di Milano…

Sono consapevole che dovrei, ogni volta che apro bocca, contestualizzare i miei ragionamenti, ma non era né il luogo né il momento giusto per farlo - oltretutto la mia vita non è cominciata o finita il 18 aprile del 2004, né vado nel mondo per perorare la mia causa personale. Quella l’ho persa il 9 luglio scorso, quando alla manifestazione di Lucca non hanno aderito o non sono intervenute le persone che pensano di parlare anche a nome mio. Mi preoccupo, adesso, per chi dovrà affrontare un calvario analogo al nostro anche a causa dell’indifferenza, dell’immobilismo, dell’ottusità colpevole e criminale che ha contraddistinto il movimento LGBT* in questo come in altri casi. Nel nostro paese, gli sfigati come noi sono soli - soli davvero, sino in fondo. Ecco perché ho parlato di “certezza del diritto”: perché siano garantite ad ogni persona forme di tutela forti, ineludibili, sancite senza ambiguità - perché, chi rimane solo, abbia gli strumenti per difendersi, per ottenere soddisfazione. Ha ben compreso cosa intendevo l’assessora che è intervenuta dopo di me (che forse eccedo in sintesi, do per scontata una preparazione politica ed un grado di consapevolezza che evidentemente è di là da venire) e propriamente ha parlato della costituzione italiana continuamente minacciata, sottovalutata, già svilita, offesa, nei fatti, nelle azioni o nella loro assenza. Un tema ed un problema gravissimo che ha a che fare con la democrazia, la vita civile e i diritti (questi sì di tutti) che non appassiona la comunità LGBT*, come sempre impegnata su questioni di campanile, quasi che il resto non la riguardasse, e fa male, perché in queste condizioni il PACS, se mai vi arriveremo, non sarà un’opportunità accessibile per chiunque ma l’ennesimo privilegio del quale pochi potranno godere. Se prima o contestualmente non saranno approvate leggi specifiche che ci riconoscano imponendo il rispetto che sempre più spesso ci è negato, la maggior parte dei gay e delle lesbiche non sapranno che farsene - di più, crescerà il malumore fra noi e contro di noi. Un clamoroso autogol - temo.

4 Giugno 2005 – Pride…

Per il secondo anno consecutivo non andrò al Pride. Abbiamo litigato, anche se lui non lo sa perché non gliel’ho detto/scritto chiaramente. È la mia personale, ininfluente protesta. Vi tornerò quando il movimento LGBT* sarà capace di esprimere qualche contenuto - allo stato attuale, nonostante gli argomenti e i fronti non manchino davvero, non mi sembra che ve ne siano. Le occasioni per dare una festa fine a se stessa, in questo momento storico/politico e se di questo si ha bisogno, dovrebbero essere altre. Pur non riconoscendomi nelle modalità, ho sempre sostenuto il Pride - a priori e per principio, come si dice. Ma da quando, mio malgrado, ho dovuto prendere atto che la parte attiva del movimento LGBT* è distante anni luce dalla realtà, dai bisogni concreti delle persone, della maggioranza “invisibile” di questo devastato paese - non riesco più a parteciparvi e nemmeno riesco a considerarlo solo un gioco, un’occasione d’incontro (di chi? fra chi?). La gente muore qua fuori e loro ballano, mettono in scena l’ennesimo, inutile travestitismo, camuffamento - mi spiace, ma non lo sopporto più.

 

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