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Aggiornato Domenica 06-Gen-2008

 

Ci sono in Italia decine di casi di stupri perpetrati per "punire" le donne della loro omosessualità. Quasi mai vengono denunciati. Ma a Lucca, città intrisa della sottocultura dell'estrema destra, una ragazza ha deciso di non tacere. E ha invitato tutti ad imbavagliarsi.

 

 

LUCCA - Fateci caso: telegiornali e quotidiani riportano frequentemente con giusto sdegno notizie riguardanti aggressioni o atti di vandalismo che hanno come vittime persone o luoghi legati alla cultura ebraica, o alla diversità razziale. Avete mai sentito un telegiornale riferire di una violenza subita da una donna in quanto lesbica? Eppure succede, purtroppo, succede molto più spesso di quanto si sappia…

E' la mattina del 18 aprile. Sono appena le sette. In una casa della periferia di Lucca, Sara lascia la sua compagna Cinzia a dormire, ed esce per portare a spasso il cane. Fuori, nei campi che circondano la casa di Cinzia, ci sono ad attenderla due ragazzi sui trent'anni. «L’hanno colpita alle spalle - riferirà poi Cinzia - È caduta nel fango, tramortita. L’hanno tirata su. Uno la immobilizzava. L’altro agiva, parlava in continuazione, la umiliava, insultava. Le ha detto, usando il mio nome, che lo facevano a lei perché tanto farlo a me non sarebbe servito, così avrei imparato, capito, che dovevo smetterla, altrimenti sapevano dove andarla a cercare…»

La notizia - purtroppo! - non sta nel fatto che una ragazza sia stata violentata perché lesbica, né che si sia trattato di un atto di intimidazione nei confronti dell'attivismo che da anni la sua compagna porta avanti. Atti come questo avvengono ancora in ogni angolo del nostro paese, seppur nel silenzio totale degli organi di informazione. La notizia sta nel fatto che questo atto di brutalità sia stato denunciato, con forza e coraggio, proprio da quella compagna che si voleva ridurre al silenzio. Cinzia Ricci ha scelto di reagire, e dopo aver rispettato per due mesi l'invito a tacere che le era stato rivolto dagli inquirenti per motivi collegati alle indagini, lo scorso 10 giugno, nel corso di un convegno sulle nuove destre organizzato dall'associazione glbt lucchese L'Altro Volto in occasione del Pride toscano, ha denunciato pubblicamente l'accaduto.

Ci si sarebbe aspettati che la città in cui si sono svolti i fatti, quella Lucca nominata per decenni "isola bianca" della "rossa Toscana", reagisse con sdegno, ma così non è stato. Non qui, in questa provincia che ospita da anni - a volte con il sostengo dell'amministrazione comunale - un nucleo tra i più attivi in Italia di Forza Nuova, formazione di estrema destra il cui rappresentante locale è stato anche recentemente protagonista di un processo per aggressione verso giovani attivi nei movimenti di sinistra, conclusosi poi con una assoluzione che ha suscitato non poche polemiche. La presenza di una sottocultura intollerante e omofoba in città la si può leggere anche sui muri, spesso imbrattati con croci celtiche, o nei ripetuti danneggiamenti che una libreria del centro ha dovuto subire per aver ospitato incontri legati alla cultura omosessuale. Sono fioccati così, come - purtroppo! - spesso accade in questi casi, i soliti "ben informati" che assicuravano che la Questura era pronta a chiudere l'inchiesta perché avrebbe riscontrato incongruenze nel racconto fatto dalle due ragazze. Falso: le indagini sono passate alla Procura della Repubblica, che anche prossimamente convocherà la vittima dell'aggressione per sottoporle alcune fotografie di possibili sospettati. Segno evidente che nella denuncia sporta non sono stati riscontrati elementi che la rendano poco verosimile.

Fa comunque riflettere che in questi casi prevalga molto più la logica della cautela che quella dell'indignazione. Anche la stampa locale ha assecondato il punto di vista delle forze più reazionarie, e ha quasi ignorato la gravità dell'accaduto, in un tentativo «di sminuire (se non smentire) l'aggressione». Come hanno denunciato i Giovani Comunisti lucchesi, «a questo gioco si sono prestati anche due quotidiani locali. Il primo, oltre a nascondere un episodio del genere nella quinta pagina della cronaca locale, lo ha descritto come opera di "sedicenti estremisti di destra", facendo poi riferimento a "accertamenti delle forze dell'ordine che non sarebbero approdati a nulla di concreto". Il secondo, per non essere da meno, ha inserito la notizia in un trafiletto».

Una pratica di "insabbiamento" alla quale la cultura omofoba e maschilista ci ha purtroppo abituati, ma contro la quale la società civile lucchese e non solo, si è mobilitata: appelli e comunicati di solidarietà sono giunti a Lucca da parte di associazioni e singole cittadine di tutte le regioni italiane. Dal palco del Toscana Pride, la deputata Titti de Simone ha denunciato l'accaduto. Ma la spinta per una mobilitazione concreta è venuta dalla Commissione Pari Opportunità della Provincia di Lucca, la cui presidente Maria Teresa Leone ha fatto propria la denuncia e ha avviato un'azione politica efficace per portare le istituzioni lucchesi a una seria presa di posizione. Il risultato è stata una manifestazione svoltasi venerdì 9 luglio, indetta dalle amministrazioni comunale (di centrodestra) e provinciale (di centrosinistra). «Per noi era necessario che le istituzioni si facessero portavoce in prima linea di una denuncia ferma contro atti di questa gravità - sottolinea Maria Teresa Leone - Ed è importante che Comune e Provincia abbiano marciato con noi, dimostrando sensibilità verso queste tematiche».

Ai partecipanti alla manifestazione è stato chiesto di indossare un bavaglio bianco, e di marciare in silenzio rinunciando a slogan, canti o striscioni. «Una scelta simbolica - spiega Cinzia Ricci, la compagna della ragazza violentata, che ha guidato il corteo battendo su un tamburo - che intende far capire lo stato nel quale tutte le donne e non solo le lesbiche sono tenute, in modo particolare chi subisce violenza fisica o psichica. E' il silenzio al quale io stessa con la mia compagna siamo state costrette».

La scelta del bavaglio non ha convinto alcune associazioni lucchesi: alcuni giovani dell'area dei "disobbedienti" hanno preferito attendere il corteo vicino al luogo d'arrivo, accogliendolo con uno striscione e un proclama recitato al megafono. Non hanno condiviso - hanno sottolineato - la scelta di tacere in un momento in cui parlare e denunciare ad alta voce è l'azione più importante da compiere.

Ma è evidente che le tante persone che hanno partecipato, molte delle quali provenienti da altre parti d'Italia, non hanno mostrato affatto l'intenzione di tacere, rispettando la scelta di Cinzia e degli organizzatori: e a reagire fermamente contro la violenza lesbofoba c'erano alcuni deputati, ma anche rappresentanti dell'associazionismo locale e del movimento glbt nazionale (ha aderito anche Arcigay nazionale), come Saverio Aversa di Rifondazione Comunista, e Alessandro Cardente della CGIL Nuovi Diritti del Lazio.

La manifestazione non è nata da una iniziativa diretta della vittima della violenza, ma della sua compagna, che ha trovato quel coraggio che a chi subisce in prima persona l'aggressione comprensibilmente può venir meno. E' stato questa particolare modalità che ha spinto ad esempio, Arcilesbica nazionale a rinunciare a prendere parte alla manifestazione, anche se alcuni circoli locali dell'associazione hanno aderito pienamente.

In ogni caso, tante attiviste e attivisti da Bologna, da Roma, Milano, e da tutta la Toscana, hanno sfilato a Lucca con il bavaglio davanti alla bocca. «Sono grata a tutte loro. Purtroppo è deludente vedere la scarsa partecipazione dei lucchesi - commenta amara Cinzia - Io spero che episodi come questo non si ripetano, ma se non verrà una reazione forte da parte della cittadinanza… Forse si sveglieranno solo quando ci scapperà il morto».

 

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