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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Lucca. Il 18 APRILE scorso una donna lesbica è violentata alle sette del mattino, mentre porta a passeggio il cane. Lo scopo è punire la sua compagna visibilmente impegnata per il riconoscimento delle persone LGBT* e dei diritti civili, indurla al silenzio. Si può fare perché entrambe sono socialmente e politicamente isolate, nessuno darà loro peso. Infatti, anzi, peggio: la denuncia pubblica scatena una vera e propria campagna diffamatoria contro le sue vittime, a partire da ambienti vicini ad una di esse e ciò arriva a fagiolo, come finemente si dice - ognuno, secondo una dinamica consueta e assolutamente trasversale (da destra a sinistra, dagli uomini alle donne, dagli etero agli omosessuali), ne approfitta per tirarsene fuori. La stampa tace o insinua il dubbio, e quasi non vi è reazione da parte delle associazioni LGBT*, delle forze politiche e sindacali, della società civile.

Roma, novembre. Dario Mattiello, funzionario stipendiato dallo stato al servizio di Fisichella, è licenziato perché “pizzicato” in una foto a divertirsi al Gay Village. Tempo qualche ora il “Coordinamento Politico Permanente per i Diritti Civili delle Persone omosessuali e transessuali”, costituito da Agedo, Arcilesbica, Arcitrans, Di Gay Project Onlus, Gay Roma.it, Gruppo Pesce, insieme a Gay Village, ovvero alcune delle più famose associazioni LGBT* locali e nazionali, organizzano un sit-in di protesta davanti al Senato della Repubblica e, certo non per merito loro, il Ministro Stefania Prestigiacomo lo reintegra offrendogli un posto da collaboratore presso il suo ministero.

Ancora Roma e ancora novembre (ma i fatti risalgono a un anno fa!). Emanuele D., un poliziotto, è scoperto gay in seguito alla denuncia di un’aggressione subita a scopo di rapina messa in atto da due amici occasionali. Lo licenziano in tronco e per giustificare l’abuso lo accusano di essersi inventato tutto per coprire chissà quale traffico sospetto o le conseguenze di un gioco erotico finito male. Della faccenda si fa carico il Circolo Mario Mieli e in competizione con le sigle di cui sopra in questi giorni si contende i titoli di giornale.

Cosa hanno in comune questi tre casi, purtroppo non gli ultimi e non i soli per importanza e gravità ad essere stati denunciati alla magistratura ed anche pubblicamente?

A parte la matrice omofobica e lesbofobica, assolutamente niente, come il lettore può facilmente evincere. Stesso odio e stessa violenza contro persone con orientamento non eterosessuale, nonché numerose aggravanti distintive tra cui impedire la libertà di espressione (il caso di Lucca), la violazione della privacy (il caso Mattiello) e l’abuso di potere (il caso di Emanuele D.), ma differenti reazioni e conseguenze: il lieto fine per il privilegiato Mattiello con interessamento diretto di più di un ministro; la diffamazione o l’indifferenza rispetto al caso di Lucca; la prospettiva di una lunga e sofferta battaglia per Emanuele D. ma con almeno la certezza di non essere lasciato completamente solo.

C’eravamo anche noi del Collettivo 9 Luglio il 17 novembre, a Roma, davanti al Senato, ma non per protestare contro il licenziamento di Mattiello (che ovviamente, per le motivazioni che ha, consideriamo gravissimo e inaccettabile), ma per distribuire un volantino nel quale ponevamo delle domande ad alcune associazioni che hanno organizzato il sit-in, domande alle quali, ci auguriamo, prima o poi risponderanno – coi fatti, non con le parole.


QUANTO VALE IL CORPO DI UNA DONNA?

QUANTO QUELLO DI UNA LESBICA?

E UNO STUPRO POLITICO NON E’ GRAVE ALMENO QUANTO UN LICENZIAMENTO?


IL 9 LUGLIO hanno sfilato a Lucca 200 persone imbavagliate (contro le 2000 che si erano mobilitate per un vetro rotto, qualcuno ricorda la vetrina infranta alla libreria Baroni?), in una manifestazione di denuncia e protesta organizzata dalla Commissione Pari Opportunità della Provincia. Dal testo della convocazione: “(…) Ci colpisce il silenzio di molti, di troppi, su una cosa di tale gravità…


PERCHÈ?


…Si conferma la necessità di non smettere di parlare, di educare ad una società che dia piena cittadinanza a tutte le differenze e faccia prevalere il rispetto degli altri, dei loro sentimenti e dei loro orientamenti sessuali (…)”.


IL 9 LUGLIO DOVE ERAVATE?


Dov’era Arci Lesbica, Arci Gay, Dì Gay Project, Agedo, il Mario Mieli, Grillini, De Simone, Imma Battaglia e tutti gli altri? Dov’erano quelli che dovrebbero rappresentarci, che parlano a nome nostro? Tanta solerzia vorremmo vederla sempre: per gli uomini e per le donne, per gli/le omosessuali e per i/le trans, per i rappresentanti, gli amici e i soci delle associazioni e per chi non ne fa parte, per chiunque in questo folle paese paga il prezzo delle disegualianze e dell’odio, foss’anche la più antipatica e impopolare persona esistente sulla faccia della terra. Perché l’utilizzo selettivo e arbitrario di due pesi e due misure, alla lunga, inghiotte diritti, garanzie, libertà, democrazia e, soprattutto, rende complici di chi queste cose le vuol per sé ma non per gli altri.

Che la violenza eterosessista, maschilista, omo/lesbo e transfobica sia in crescita non solo in Italia, è sotto gli occhi di tutti: vittime predestinate le donne, le lesbiche, i/le transessuali e i gay. Un aumento progressivo e inarrestabile di violenze, minacce, discriminazioni, legittimate moralmente dalla chiesa e politicamente dal governo (qualcuno ricorda il vergognoso DECRETO LEGGE del 9 luglio 2003, n. 216 in applicazione della Direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro approvato e applicato nell’indifferenza generale?) ma, ed è questo che ci lascia sgomenti dimostrandoci che la festa è davvero finita e siamo nella merda sino al collo, poco o nulla contrastate dalle organizzazioni LGBT* le quali, di fatto, politicamente non esistono, non hanno alcun potere contrattuale, nulla di nuovo da dire, da proporre e nemmeno la volontà e i numeri per farlo. D’altronde, quando le iniquità e i soprusi colpiscono le minoranze secolarmente oggetto di discriminazione, chi volete che possa e debba interessarsene se non i diretti interessati? Già, peccato che i diretti interessati (fra milioni di altri cittadini costretti all’invisibilità per sopravvivere) siano una percentuale risibile in buona parte composta da sedicenti militanti sempre pronti a far festa e a sbandierare un orgoglio che va e viene, secondo i personalismi e le convenienze contingenti più economiche che ideali o politiche, e al traino di personaggi perlopiù impegnati a contendersi l’infimo spazio di visibilità concesso a chi può spendere la sua faccia sui giornali o alla TV. Ma quando si tratta di far sul serio, con generosità e imparzialità, i “diretti interessati” spariscono: una lobbie inesistente, con buona pace di Buttiglione, Tremaglia, Castelli & C. Questa è la verità, piaccia o meno a qualcuno che la si dica con tanta chiarezza e nessun timor reverenziale.

Non ci si può occupare di diritti, né li si può rivendicare, senza schierarsi, fare politica a tutto tondo, sempre, per chiunque. E non si può fare politica senza scendere in campo - come direbbe il signor Berlusca, votato allegramente dalla maggioranza dei gay e delle lesbiche (bravi!). E nemmeno si può fare politica senza contenuti, senza cultura, senza esporsi pubblicamente, rimanendosene comodamente seduti nel proprio salotto, fra amici falsamente o sinceramente plaudenti. Non si fa politica e non si cambiano le cose rimanendo nel ghetto fisico (quello delle discoteche, delle associazioni ritorte su se stesse, esclusive, del businnes turistico/commerciale di settore, della mercificazione del corpo e dei sentimenti) e ideale (la sclerotizzazione su posizioni vetero e lesbo-femministe, separatiste, la misoginia, l’etero/omo/lesbo e transfobia, il razzismo) nel quale ci siamo confinati per proteggerci ed avere l’illusione di vivere una vita normale. Non viviamo una vita normale, non l’abbiamo mai vissuta e mai la vivremo se non usciremo da lì, se non riconosceremo che il problema non è l’orientamento sentimentale/sessuale, il genere, la razza, la classe, ma la difficoltà ad accettare le differenze dell’altro, chiunque esso sia, e insieme il bisogno che abbiamo di lui, per esercitare un potere, acquisire un vantaggio, distinguerci e affermarci - a qualunque costo, proprio sulla sua pelle.

Abbiamo interiorizzato la paura, la vergogna e la violenza tanto da stentare a riconoscerle come tali. La cosa che temiamo di più è che qualcuno ci privi dei nostri piccoli, meschini, miseri privilegi, delle nostre consolatorie illusioni, e tale è l’egocentrismo, l’individualismo, tale il terrore, che lasciamo morire la gente, persino gli amici, i fratelli. Balliamo su una polveriera e davvero pensiamo di essere liberi di scegliere se partecipare o meno alla danza, ma senza coscienza, senza consapevolezza, non si è liberi, si è soltanto comparse, strumenti - di morte, offesa e perpetuazione. Balliamo su questa stramaledetta polveriera che crediamo circoscritta alle necessità di altri, e ci raccontiamo che se saremo furbi o svelti quanto basta, quando scoppierà saremo abbastanza lontani da non pagarne le conseguenze - e chi se ne frega se qualcuno resta indietro. Morte sua, vita mia. Che idioti. Gli altri, quelli che incolpiamo dei nostri limiti, dei nostri mali, siamo noi. Gli altri, quelli che lasciamo indietro, siamo ancora noi.

Se non saremo capaci di inventare delle alternative ai modelli imposti e alla cultura dominante, se non avremo abbastanza fantasia e lucidità per ripensare e ripensarci, fatalmente passeremo da un ghetto a un altro e la storia si ripeterà.

Qualcuno ci propone di conformarci e molti di noi non chiedono niente di meglio che poterlo fare, ma non vi è modello esistente che possa corrisponderci, soddisfarci pienamente - di altro abbiamo bisogno perché altro siamo. Altro è ricchezza, non è vergogna, demerito, inadeguatezza. Ma se non torneremo a dare valore a parole quali pluralismo, partecipazione, alternanza, democrazia, libertà, dialogo, accoglienza, se non impareremo che cos’è l’umiltà, la gratuità, la fiducia e il rispetto, se non riusciremo ad averne, non potremo pretenderne nemmeno un grammo per noi stessi.

Il ghetto nel quale ci confiniamo, ha avuto un senso ed una giustificazione nel secolo scorso, oggi, chiamati come siamo a proteggerci, da un lato dalla tentazione di cedere ad una normalizzazione acritica e asservita, e dall’altro da un così profondo e minaccioso imbarbarimento che colpisce ogni difformità e dissenso, non si giustifica più ed anzi, ci reca un danno enorme ricacciandoci indietro. Dobbiamo trovare la forza e le motivazioni per opporci con ogni mezzo, insieme, ogni volta che è necessario, non solo quando piace o serve a qualcuno per capriccio o convenienza.

Se non impareremo a difendere e difenderci, nessuno ci difenderà. Se non impareremo ad ascoltare e parlare, nessuno verrà a cercarci per confrontarsi e capire. Se non trarremo insegnamento dagli errori e dagli arbitri che commettiamo trasformandoli in dialogo, azioni concrete e alleanze vere senza esclusioni, se non saremo capaci di riempire la voragine culturale, morale e politica che ammorba il movimento LGBT* e che, frapponendosi tra noi, la realtà e chi ci minaccia, fornisce su un piatto d’argento ragioni, strumenti e occasioni per nuocerci, ci allontaneremo sempre di più persino da quei diritti e quei principi che pensavamo acquisiti - diverremo tutti carne da macello.

Cinzia Ricci

 

 

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