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Aggiornato Mercoledì 16-Gen-2013

 

 

Maledetta Italia forcaiola. E tuttavia, ingiuria, diffamazione e calunnia, sono reati penali tanto più gravi se commessi a mezzo stampa - chi li commette ne deve rispondere, giornalista o meno che sia. Non è una questione di democrazia, qui non è in discussione la libertà di stampa. Libertà di stampa non significa libertà di ingiuriare, diffamare e calunniare. Il giornalista e, prima ancora, il direttore  di un giornale, hanno il dovere, l'obbligo di verificare le notizie prima di pubblicarle, di non recare danno a terzi, di non dichiarare il falso - diversamente, c'è dolo o colpa. Punto.

Nel delirio mediatico seguito alla condanna del vermiforme Sallusti, si è detto e scritto di tutto, con i complottisti sempre in prima fila ad agitare il dito contro i poteri occulti colpevoli di favorire alcuni e non altri, Travaglio su tutti. Travaglio non è più protetto di Sallusti e la verità dei fatti l'accerta la magistratura. Non è importante quello che sembra, ma quello che è. Piaccia o meno, l'applicazione della legge non può essere interpretata come una forma di censura, in questo caso specifico, non nel senso della limitazione della libertà di espressione. Non vi è legge alcuna - non ancora, almeno - che vieti di esprimere le proprie opinioni, ma se nel farlo si compiono i reati di cui sopra, c'è poco da fare, bisogna (o bisognerebbe) risponderne. La linea è sottile, certo. I giudici sono uomini, certo. Ma raramente vi è una volontà persecutoria e comunque, alla fine, carta canta, sempre. Insomma, non va bene il linciaggio, ma non va bene neppure fare di un recidivo, bugiardo diffamatore patentato, di un Troll della carta stampata, un martire, un eroe - nemmeno se a scrivere è stato qualcun altro sotto mentite e altisonanti spoglie (povero Dreyfus - quello vero -, trascinato in questa miserevole rissa da stadio, in questo trappolone politico-mediatico, si starà certamente rivoltando nella tomba).

Vi è molta confusione ed anche tra i colpevolisti, gli improvvisati principi del foro da Bar Sport, serpeggia il dubbio, un rigurgito buonista alquanto sospetto: la galera, no - è troppo. Sallusti non vedrà il mondo a quadretti, si rassicurino - però, per favore, si mettano d’accordo con il proprio cervello. Nel chiedere alla legge di applicare due pesi e due misure (dipende da chi è parte in causa), nel fare distinguo capziosi tra chi ha la responsabilità editoriale di un giornale (se non vuole averne cambi mestiere) e chi vi scrive prestandosi anche al suo gioco, può esservi più malafede che indulgenza. 

In conclusione, a prescindere dalle questioni di merito, in punta di Diritto, mi pare che l’intera faccenda sia stata ben orchestrata (dalla pubblicazione nel 2007 al can-can di questi giorni: le dimissioni, le dichiarazioni e le ospitate televisive, persino la scelta dello pseudonimo dell’articolista, lo scoop di rivelarne il nome a condanna avvenuta, fuori dalle sedi processuali, in diretta TV, le scuse di Farina e la sua richiesta di grazia per il condannato, la sua postuma, tardiva disponibilità a presentarsi davanti ai giudici) - e gli italiani, come al solito, ci sono cascati. Agli italiani dei Format televisivi lacrime e sangue, dei plastici e delle bandierine, del “giornalismo” alla Sallusti, alla Feltri, delle Flames internettiane, piace dividersi in fazioni, brandire i forconi, mostrare i denti standosene comodi in poltrona. E' una delle cose in cui riescono meglio ed anche questa volta non hanno perso l’occasione di dimostrarlo. Anche stavolta hanno perso l’occasione di starsene zitti e non farsi usare dai soliti noti.

 

 

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