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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Non un numero tatuato sul braccio, ma quattro lettere: “DICO”, come la nota catena di Discount alimentari... e non si vergognano neanche un po’.

Già lo sapevamo, almeno dai tempi della presentazione del programma dell’Unione, in piena campagna elettorale. E lo sapevamo anche da prima, da quando abbiamo capito che qualcuno coi PACS aveva trovato il modo di prosperare a spese dei contribuenti. Lo sapevamo e l’avevamo detto: avete fallito, avete sbagliato, scollate il vostro tronfio didietro da quelle dannate poltrone, tornatevene a casa! Ma niente, perché in Italia a far critica, a dire le cose come stanno, ci si ritrova sempre soli, fatti fuori a suon d’insulti e canzonature, bollati come iettatori, invidiosi, disfattisti. Poi, a danni fatti, ecco le belle addormentate cadere dal pero - ecco l’ovino gregge torcersi, tarantolato, strapparsi le vesti e i capelli, gridare allo scandalo. Ma quale scandalo??? Nemmeno la decenza di stare zitti.

Questo disegno di legge non è soltanto un insulto umiliante che offende il buon senso e l’intelligenza delle persone etero ed omosessuali (almeno quelle che ne sono dotate), non è soltanto un marchio infamante con il quale s’intende dividere i cittadini tra buoni cattolici eterosessuali che hanno in mano la salvezza dell’umanità e cattivi miscredenti degenerati che vogliono farla a pezzi, è qualcosa che avalla le ideologie e le pratiche sempre più vessatorie, discriminanti e violente messe in atto contro ogni forma di dissenso, diversità e difformità. È un artificio ridicolo che ci farebbe sganasciare dal ridere se non fosse ad un passo dal diventare legge dello Stato! È un pastrocchio ipocrita, pernicioso e inutile che serve solo a porre ulteriori veti e limitazioni (ad esempio alle agevolazioni e alle tutele sul lavoro attualmente previste in alcuni contratti collettivi), a sancire definitivamente il primato dei privilegi sui diritti, l'affermazione di una cultura anche giuridica che impone disparità e disuguaglianze con lo scopo dichiarato di accontentare i voleri della corte Papale, con o senza sottana . Non può e non vuole tenere in alcun conto le questioni di merito, di principio, i diritti, la realtà tremenda che milioni di cittadini sono costretti a vivere quotidianamente, le necessità di quelle coppie, soprattutto omosessuali, che sono costrette a vivere separate, magari in città diverse, per nascondere il proprio orientamento affettivo o per motivi di lavoro, studio, famiglia, perché impossibilitate economicamente a fare scelte diverse o per qualunque altra ragione - e a tutti, fermamente contrari o falsamente favorevoli, sta bene così. Questo schifo di legge fa comodo, fa il gioco di molti nei palazzi del Governo e del Vaticano - ecco perché, nonostante i numeri e le dichiarazioni ridondanti di catastrofismo, non è escluso che sia approvata. Se lo sarà, noi che non contiamo nulla, che siamo carne da macello, zerbini, potremo scordarci per lunghissimo tempo anche solo la speranza di ottenere una qualche forma di risarcimento per i guasti che ne ricaveremo. In quanto a Grillini, De Simone, Luxuria & Co., dentro e fuori il teatrino, farebbero meglio a preparare le valigie – approvata la legge, più nessuno si spiegherà cosa ci stanno a fare là dentro e su nient’altro che ci riguardi potranno aprir bocca.

In ogni caso, approvata o meno che sia questa legge sciagurata, pare che continueremo a non poter mettere le nostre vite nelle mani di chi vogliamo, come vogliamo. Pare che dovremo ancora chiedere il permesso per sederci accanto alla persona che amiamo, pare che dovremo ancora vergognarci, scusarci per non essere come gli altri. Pare che dovremo ancora vivere senza diritti, sapendo che un colpo di vento, o uno starnuto, può spazzarci via, in ogni momento...

Ecco tre esempi pratici.

Se la persona che amiamo dovesse sentirsi male, la nostra parola e la nostra esistenza continuerà a non valere nulla – dovremo prostrarci di fronte ai primari delle strutture ospedaliere affinché ci permettano di assisterla e se questi, a causa delle proprie convinzioni politiche o religiose non dovessero consentircelo, dovremo rassegnarci ad essere trattati come estranei inopportuni e un tantino ributtanti.

Se la persona che amiamo non potesse prendere decisioni sul proprio stato di salute, se non avesse lasciate scritte le proprie volontà, dovremo accettare che i parenti, magari i più lontani e indifferenti (se non peggio), non ne tengano conto.

Se morissimo improvvisamente, senza aver fatto testamento in favore della persona che amiamo, niente o pochissimo di quello che abbiamo raccolto insieme a lei le spetterebbe (altro che comunione dei beni, pensione di reversibilità, ecc.!), non solo, pagherebbe più di qualunque altro parente per l'eventuale successione e se convivessimo da poco e non avessimo già provveduto, non potrebbe succederci nemmeno nel contratto di locazione - si troverebbe su una strada.

Visto? Tutto cambia perché nulla cambi - anzi, perché tutto peggiori. Giuoco di prestidigitazione da dilettanti - buon per chi ci crede e si diverte.

Ma c’era davvero bisogno dei PACS e ora dei DICO?

Diciamoci la verità: scarseggiano alquanto le coppie eterosessuali bisognose di forme di riconoscimento giuridico alternative al matrimonio civile o religioso. Se una coppia eterosessuale, convivente o meno, decide di avvalersi di determinati diritti, le basta aprire il portafoglio e il gioco è fatto: una firma e via, benvenuti nel meraviglioso mondo degli eletti, dei benedetti, dei fornicatori con licenza di procreare. Il problema del riconoscimento delle coppie di fatto è, dunque, quasi od esclusivamente limitato alle relazioni omosessuali che, come abbiamo visto e sappiamo, non vi possono accedere, nemmeno se vogliono.

Le persone omosessuali che ambiscono a sposarsi non sono molte, ma tutte vorrebbero il riconoscimento giuridico delle proprie relazioni affettive - per necessità, per godere dei più elementari, basilari diritti, diritti di cui, in buona parte, gli eterosessuali beneficiano anche se non sposati. Non vi è nulla di ideologico in questo, non è in corso nessun tentativo di scardinare la famiglia, sovvertire gli equilibri sociali e quant’altro, al contrario. Se gli eterosessisti sono tanto affezionati al matrimonio, al dualismo maschio/femmina, che se lo tengano! Siamo certi che non saranno i Pacs o i Dico o i Tico-Taco a impedirgli di compiere in famiglia, allegramente impuniti, protetti dagli omertosi ministri di Dio, le loro porcherie sulle donne, i bambini, chi non sa o non può difendersi. Si tengano i loro matrimoni, il loro paese dei balocchi, i loro castelli di sabbia, ma la smettano con quest’assurda crociata, la smettano di dire sciocchezze e menzogne. La smettano di giocare la loro sporca guerra ideologica sulla nostra pelle, quella dei loro e dei nostri figli.

In un paese veramente civile, laico e democratico (e se il problema è rendere evidente, stabilire con chiarezza una differenza tra il “sacro” vincolo matrimoniale ed altri tipi di unione affettiva che si realizzano al di fuori di esso per scelta o necessità), alla Bindi, alla Pollastrini o chiunque altro, sarebbero bastate un paio d’ore per chiudere decentemente il tragicomico contenzioso: due persone maggiorenni che hanno una relazione stabile, non imparentate tra loro e del medesimo genere, SONO UNA COPPIA, celibe o nubile – basti un’autocertificazione depositata all’ufficio del registro senza altre discriminanti e complicazioni, né sul piano giuridico/burocratico, né su quello linguistico/ideologico. Il resto, tutto il resto (diritti e doveri delle coppie, sposate, celibi o nubili che siano), di conseguenza. Punto. Ma si sa, in Italia il “sale”, il coraggio e l'onestà sono merce rara – ormai, introvabile.

C. Ricci

 

 

Su questa proposta di legge e sulle conseguenze dirette e reali nel caso fosse approvata con o senza "migliorie" (non oso immaginare di quali acrobazie sarebbero capaci pur di darci l'ennesima mazzata), volentieri pubblico l'interessantissimo approfondimento di Daniela Mantovani. Vi consiglio caldamente di leggerlo.

 

OGNI OCCASIONE HA LA SUA FAMIGLIA

Di Daniela Mantovani, Ricercatrice presso il Dipartimento di Economia Politica Università di Modena e Reggio Emilia e Docente di Scienza delle finanze

(28 Febbraio 2007)

 

Leggendo i giornali di più ampia diffusione, inclusi quelli della sinistra, si trae la chiara sensazione di un evento -la nascita dei DICO- che, seppur con molti limiti, sta segnando un primo timido passo verso la creazione di un sistema di diritti che includa anche gruppi di persone fino ad ora esclusi da ogni forma di protezione sociale. Tant’è che anche all’interno del movimento GLBT vi è una componente che punta, pur lamentando la troppa “prudenza” della legge, ad una approvazione della proposta, possibilmente migliorata (non si capisce da chi, visto che la proposta è stata firmata da tutti i partiti della maggioranza). Mi permetto perciò di intervenire nel dibattito come economista esperta di sistemi di protezione sociale; una esperienza che mi permette di analizzare le conseguenze di una eventuale introduzione dei DICO nel nostro sistema da un punto di vista non comune, che credo possa fornire a tutti materiale per un dibattito più meditato ed articolato. La nuda realtà è che questa proposta di legge non è il “poco, ma sempre meglio del niente attuale” che molti ci vogliono far credere; I DICO rischiano, se approvati, di riuscire in un’impresa che neppure si poteva immaginare: togliere diritti a chi già non ne aveva. I DICO sono la proposta di un sistema punitivo destinato a peggiorare le condizioni concrete di vita delle coppie omosessuali. Infatti, per ora, i membri di una coppia di fatto, ai fini del sistema di protezione sociale, sono trattati esattamente come i single, mentre i diritti alle erogazioni di protezione sociale dei membri di un DICO saranno minori di quelle spettanti ai single.

I DICO non sono una cattiva legge, bensì una legge cattiva. Lascio ai giuristi la discussione delle parti già tanto controverse sul riconoscimento formale delle coppie, sulla regolamentazione delle visite negli ospedali e sulla successione nel contratto di affitto, per concentrarmi su altre parti della proposta che possono perfino apparire, ad un’analisi molto frettolosa, delle mezze conquiste. Mi riferisco proprio alle parti che regolamentano la successione (che comporta qualche concessione al riconoscimento di diritti successori molto limitati, dopo almeno 9 anni di DICO, vale a dire non prima del 2017 – una concessione alla possibilità di ripensamento del legislatore?) e, soprattutto, alla pensione ai superstiti; in questo caso l’unica cosa decisa è il limite massimo ai diritti acquisibili dalle coppie DICO, molto inferiore a quello attualmente concesso ai coniugi, non sono invece definiti limiti minimi al di sotto dei quali i diritti previdenziali dei membri di un DICO non possono andare. In altre parole non sono previsti interventi di protezione sociale aggiuntivi rispetto alla situazione in essere. Nessuno dei trasferimenti di protezione sociale previste per i coniugi (assegni familiari e al nucleo familiare, licenza matrimoniale, assenze dal lavoro per assistere il coniuge malato ...) e nessuna detrazione d’imposta per carichi familiari è stata estesa ai membri di un DICO. Basta però inserire la proposta di legge nel contesto di protezione sociale italiano per capire che i DICO non sono solo una collezione di dichiarazioni cattive ed offensive contro le persone omosessuali, ma sono anche uno strumento per ridurre la quota di spesa sociale che le persone omosessuali oggi ricevono. L’ironia sta proprio nel meccanismo pratico che permetterà di ridurre i trasferimenti e i servizi a cui ora possono accedere alcune persone omosessuali: l’appartenenza allo stesso nucleo anagrafico, condizione necessaria per essere membro di un DICO. Per capire il funzionamento del meccanismo che voglio descrivere basta immaginare che le persone omosessuali abbiano, come tutti, dei percorsi di vita articolati e complessi. Mettiamo che la nostra persona omosessuale abbia anche altre caratteristiche che gli/le permettono di accedere ad un qualche servizio sociale. Ad esempio, sia la madre di un bambino che va all’asilo nido, o sia un anziano malato e bisognoso di assistenza di lunga durata. Questo tipo di servizi viene erogato o finanziato dai comuni e il contributo chiesto alla famiglia dipende dal reddito della famiglia del soggetto coinvolto (“prova dei mezzi”). Il calcolo della retta avviene secondo un meccanismo piuttosto complicato, chiamato ISEE, che tiene in considerazione la numerosità famigliare, il reddito e la ricchezza di tutti i membri della famiglia. Questo è il trucco: la famiglia considerata ai fini del calcolo dell’ISEE è la famiglia anagrafica. Se quindi la nostra signora, madre di bebè, si unirà (firmerà? stipulerà? raccomanderà?) anagraficamente in un DICO, il reddito dell’altro membro del DICO verrà considerato ai fini dell’ISEE (da subito) e quindi la retta da pagare all’asilo nido aumenterà, da subito. “Naturalmente”, la compagna della nostra signora che deve contribuire al mantenimento e alla cura del bebè, non ha con quest’ultimo/a alcun legame riconosciuto, neppure nel caso di morte della madre naturale: niente eredità, niente reversibilità, perfino bebè adottabile da estranei, purché eterosessuali e sposati. Lo stesso discorso, ovviamente, si applica al caso del signore anziano e malato, se unito con DICO ad un partner, questi avrà l’obbligo di assistenza economica e materiale e perciò dovrà pagare la retta (maggiorata) per l’assistenza domiciliare o della casa di cura cattolica. Magari senza poter neanche visitare il compagno perchè, come la legge permetterà, il regolamento della casa di cura autorizza le visite solo per figli e coniuge.

Ogni occasione ha la sua famiglia. A ben vedere si tratta di un meccanismo molto semplice: c’è una definizione di famiglia quando si deve dare e un’altra quando si deve prendere (chi l’ha detto che adesso la famiglia è una sola?). L’idea geniale sta proprio nel definire famiglia le coppie omosessuali solo quando le si deve far pagare. E’ molto difficile credere che questo meccanismo sia sfuggito agli estensori del progetto di legge, se non altro perchè L’ISEE è stata introdotta dal precedente governo di centro sinistra, di cui la Bindi faceva parte. A dire la verità, il meccanismo che ho appena descritto è un vecchio trucco, conosciuto da tempo, di fatto incluso nell’armamentario di quasi tutti i sistemi di sicurezza sociale. Esempi sono il Regno Unito dove le coppie di fatto (di fatto proprio, non unite civilmente) non possono accedere ai trasferimenti previsti per i coniugi, ma vedono i loro redditi sommati per il controllo dei mezzi ai fini dell’accesso all’assistenza sociale. Oppure in Francia, dove i partner informali non accedono certo al quoziente famigliare, ma gli assistenti sociali vengono spediti senza remore ad annusare le lenzuola dei conviventi per appurare l’esatta natura dei loro rapporti, si sa mai che si possano mantenere reciprocamente così da risparmiare sull’erogazione del reddito minimo d’inserimento, in caso di indigenza di uno dei due. La differenza rispetto al nostro paese è che mentre negli altri paesi ci si può sottrarre alla discriminazione sposandosi o unendosi civilmente, da noi l’unione nei DICO sarebbe proprio il mezzo attraverso il quale il meccanismo discriminatorio agisce. La condizione prospettata per le coppie omosessuali sarebbe un po’ come quella degli ebrei nell’Europa medievale: il diritto di esistere, pagato con tasse salate versate ai cristiani, vivendo marchiati con la stella di David sui vestiti e chiusi in un ghetto (o, almeno, con un certificato anagrafico che indica una cittadinanza di serie B); se capita l’occasione, con i bambini sottratti per essere educati in un ambiente più consono ai bisogni del loro spirito. Non si tratta di un evento senza precedenti, i pionieri dei diritti delle persone omosessuali sono spesso caduti in questo tranello, negli anni ottanta. Chi si occupa di politiche sociali sa benissimo che nella babele delle norme e politiche in atto si producono interazioni di ogni genere, con effetti non sempre ovvi (ma in questo caso lo sono). Per questo la valutazione degli effetti di una politica si fa misurando la variazione delle imposte versate, dei trasferimenti ricevuti e dei servizi fruiti seguendo i concreti percorsi di vita delle persone, non certo sulla base di affermazioni di principio e dichiarazioni di “civiltà” autocertificate dagli estensori di una legge. Ho troppa stima per la competenza dei ministri e dei politici del centro-sinistra che si occupano di sicurezza sociale per pensare che conoscano così male i ferri del mestiere da essere scivolati su una buccia di banana. Questa proposta di legge non ha certo lo scopo di migliorare le condizioni di vita degli omosessuali. Credo quindi che i nostri politici ci debbano almeno una spiegazione -seria però, stavolta- sul perchè hanno deciso di portarla avanti.

 

 

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