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L’ho
visto. L’ho trovato di una retorica, di una superficialità
e di una scontatezza avvilente - un’ora e mezza di luoghi comuni
a palate. Un’offensiva, generalizzata esemplificazione della realtà.
Un’allegoria evidentemente destinata ad un’audience di semi-mentecatti.
Tutte le maschere umane prese a modello per dire a questo popolo di “ottusangoli”,
ammorbati dal catechismo “usa e getta” della nostra ipocrita
cultura, quel che vogliono sentirsi dire: “se ti comporti male sarai
punito, se ti comporti bene sarai premiato - ma non preoccuparti, questa
è una favola, la vita per fortuna è un’altra cosa”...
Bella
morale, non c’è che dire, frutto dell’italico cattolicesimo
che
istruisce alla tolleranza e poi, di fronte al diverso, istiga alla discriminazione,
consente l’uso di due pesi e due misure, dice “siamo tutti
fratelli ma c’è differenza fra quelli buoni e quelli cattivi”
(quelli buoni si sposano, fanno figli biologici, hanno diritto ad una
casa, possono scambiarsi effusioni per strada, possono prendersi cura
dei loro compagni malati e via dicendo - quelli cattivi no).
Ne
“Il bello delle donne” c’è il plagio (“Cuori
nel deserto” nella scena delle due che fanno shopping, ad esempio)
e c’è persino il lieto fine (che non ci fa dispiacere, dopo
tanto sangue e sofferenze cinematografiche). Insomma, un’improbabile
pizza quattro stagioni piena zeppa di tutto quello che poteva umanamente
starci: da guinnes dei primati.
Le
protagoniste sono brave e carine, le scene riservate al loro menage, delicate.
Nulla che possa disturbare o offendere davvero - se l’obiettivo
degli autori era farsi guardare senza scandalizzare e scontentare troppo,
è stato centrato in pieno.
C.
Ricci
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