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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Quando andavo alle elementari (dal settanta al settantacinque) non ho udito una sola parola su quello che è accaduto e non ricordo di aver mai visto nulla che ne parlasse alla tivù - d’altronde, in quegli anni, i bambini potevano vedere solo i programmi per ragazzi e dopo carosello a nanna... Il poco che sapevo l’avevo estorto con la forza a mia nonna che non era una gran chiacchierona: le mancavano 5 dita dalle mani (con le quali, comunque, sferruzzava abilmente come se niente fosse) ed io non perdevo occasione di scuriosare nella sua vita, per cui mi raccontò che durante l’occupazione nazi-fascista confezionava munizioni per la resistenza e un giorno, già che c’era, nei proiettili ci si mise anche quelle.

Lucca a quel tempo era un’oasi tutto sommato abbastanza felice: gli indigeni, che tradizionalmente hanno sempre fatto buon viso a cattiva sorte senza mai mettersi in contrapposizione con l’invasore di turno, facevano affari d’oro con gli espropri, il mercato nero e con i tedeschi stessi, tuttavia la vicinanza con la Garfagnana, le Alpi Apuane (ricordate Sant’Anna di Stazzema?), l’appennino tosco-emiliano, Pisa e quant’altro, aveva spaccato in due la cittadinanza - c’erano i fascisti veri (intere famiglie e gruppi sociali che tali sono rimasti ed oggi, bruciate le tessere DC e PSI, finalmente possono votare Alleanza Nazionale e Forza Italia con orgoglio) e quelli che fingevano d’esserlo per non dare troppo nell’occhio e sopravvivere decentemente. Fra loro pochissimi collaborarono attivamente con la resistenza. Pochissimi i rastrellamenti e, per quanto ne so io, solo una bomba caduta per sbaglio sulla cattedrale di San Martino senza far grossi danni. Anche noi abbiamo avuto le nostre fucilazioni e qualche eroe (poco e male celebrato), in compenso il 25 Aprile del 1982 abbiamo inaugurato l’infausta stagione del revisionismo storico commemorando Mussolini - un bel vanto davvero, non c’è che dire.

Va da sé che l’argomento terza guerra mondiale con tutte le sue implicazioni e conseguenze politiche e sociali, non sia mai stato molto popolare dalle nostre parti, quindi anche alle medie (tra il ‘75 e il ‘78) non ne ho praticamente sentito parlare, non in modo pregnante o significativo, almeno.

Il mio primo incontro davvero lacerante con la storia l’ho avuto autonomamente e casualmente a 14 anni. Ero in giro per commissioni e passando davanti al loggiato di Piazza San Michele mi accorsi che c’era una mostra fotografica, mi avvicinai e scoppiai in lacrime - improvvisamente tutto fu chiaro. Ricordo di essermi chiesta perché non avessi capito prima. A scuola qualcosa ci avevano spiegato, eppure non gli avevo dato peso, non avevo sentito l’orrore che provavo in quel momento. Quel racconto era lo stesso, ma l’averci risparmiato le montagne di cadaveri, quei corpi che dell’essere umano non avevano più nulla, ci aveva tenuti come sotto una campana di vetro e là dentro stavamo bene, ci sentivamo a posto, un branco di idioti impegnati solo a nascondere brufoli, fidanzarci e prevalere, non apparire squallidi e anonimi nei panni che le nostre famiglie c’imponevano o fieri di essi quasi che nient’altro vi fosse o fosse più importante. Agli adulti serviva che ce ne stessimo là sotto senza far chiasso, dare fastidio. Ieri, come adesso, non si chiede ad un ragazzo di fare domande sconvenienti, non gli si chiede di aprire gli occhi, di essere se stesso, persona autonoma e consapevole, capace di critica e discernimento.

Forse oggi a scuola mostrano i filmati che noi non abbiamo visto, sicuramente le nuove generazioni qualche sequenza la subiscono facendo zapping - in ogni caso serve a poco perché la tivù spazzatura (quella che fa tanto figo commentare con i compagni e la famiglia) li ha già ammorbati, l’informazione televisiva li ha già addomesticati alle insensatezze e alle contraddizioni, assuefatti alla morte, all’idea che il più forte vince anche se non ha ragione: mangiano patatine fritte, hamburger, iniquità, cadaveri e menzogne da quando sono nati - un corpo innocente dilaniato è meno impressionante di un pokemon incazzato, meno interessante di una velina che sciorina la sua superiorità intellettuale, meno avvincente del taricone di turno che piscia di fronte alle telecamere, meno invidiabile di un illetterato calciatore.

In questi giorni la televisione ha trasmesso immagini terribili che continuano a farmi piangere tutte le lacrime che ho - non voglio smettere di guardare, non voglio smettere di capire. Come sempre da quando improvvisamente mi sono svegliata, ritrovata chiappe in terra nella vita, fra un bel film ed un programma di storia non ho dubbi - ma io sono stata allevata a polenta e minestroni, ho sempre sentito dire che Mussolini era un grand’uomo che s’era fatto fregare dagli amici, non ho mai avuto abiti griffati, biciclette, motorini, sono cresciuta a suon di bastonate e ho imparato presto che il sangue non è succo di pomodoro. Forse è anche per questo che non riesco ad avere una vita normale, a ficcare la testa sotto la sabbia, a far finta che va tutto bene, che le cose sono cambiate e non corriamo pericoli. Forse è per questo che non riesco a generalizzare e continuo a non fidarmi mai sino in fondo di me stessa e del prossimo - ma io, fra i vincitori, sono una perdente e si sa, l’eccezione...

C. Ricci

 

 

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