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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Non so se sia più opportuno occuparci dei diritti delle donne suddividendole in categorie o dei diritti delle persone tout court. A naso sono più propensa per la seconda ipotesi e da lì scendere nello specifico facendo attenzione a non cadere nella trappola delle catalogazioni perché la frammentizzazione può creare compartimenti stagni dai quali è difficile uscire e nei quali può essere difficile entrare. Le corporazioni, le suddivisioni in classi, generi, categorie, mi spaventano: i gruppi tendono a difendere se stessi creando muri e così pure chi non si riconosce in essi tende ad isolarli costruendovi intorno altre barriere. Incomunicabilità, quindi ignoranza, diffidenza, disprezzo o indifferenza - questo è il pericolo che si corre quando si cade nella trappola.

Ma tornando allo domanda iniziale: penso che il primo passo sia individuale, cominciare cioè da se stessi, dal proprio vissuto nella “quotidianità lavorativa e privata” - smetterla di chiedere al mondo, agli altri, di cambiare, di fare, se poi non si è disposti a mettersi in gioco per primi. È la storia dell’armiamoci e partite - così non si va tanto lontano.

L’ipocrisia è l’incancrimento culturale e morale di tutto il genere umano.

Comunque, al di là dell’impegno personale, mi sembra che vi sia un’apertura o un ritorno al buon senso nelle intenzioni di alcuni movimenti ancora in definizione (penso a quello di Imma Battaglia al quale stanno aderendo molte realtà differenti pur conservando le loro specificità), il tentativo di provare davvero a interpretare e affrontare la questione dei diritti mettendo al centro la persona come valore di riferimento da cui partire, l’essere umano nella sua interezza a prescindere dalla razza, dalla religione, dalla classe sociale, dall’appartenenza di genere, dalle opinioni politiche e dagli orientamenti sessuali - insomma, mettere al centro l’individuo perché possa vivere con dignità, perché abbia diritti autentici, perché possa scegliere liberamente che farne, perché le differenze non rappresentino una discriminante.

Prima che politicamente occorre cambiare culturalmente. Mi sembra che in questa direzione valga la pena lavorare.

C. Ricci

 

 

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