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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Mazzano (Brescia). Una ventisettenne già oggetto di uno stupro punitivo a diciassette anni, rientra a casa dopo una serata trascorsa al cinema con i genitori e trova il suo appartamento violato: svastiche sulle pareti, la biancheria intima rubata ma non i soldi e alcuni gioielli, tracce di urina sul letto. La sua colpa? Essere lesbica. Sporge denuncia ai Carabinieri e rende pubblica la sua vicenda. Da questo momento comincia il delirio: la cittadinanza l’accusa di offendere il buon nome del paese, quindi la isola, altre svastiche sono disegnate e incise in più occasioni sulla carrozzeria della sua auto, in ultimo vi appare la minacciosa scritta “MUORI LESBICA”, novanta centimetri d’inequivocabile odio lesbofobico. Il consiglio comunale di Mazzano fatica ad esprimere una condanna ufficiale, i carabinieri faticano a dar peso alle indagini tanto che il prefetto le trasferisce a Brescia, le associazioni inizialmente faticano poi si mobilitano per offrire a D.G. il proprio sostegno. Infine, a sorpresa, scavalcando ogni altra componente del movimento LGBT*, Arcigay e Arcilesbica (al traino) prendono il controllo della situazione e con un colpo di mano indicono una manifestazione nazionale per il 25 novembre...

Afferro carta e penna e gli scrivo che sono stronzi. Stronzi perché è da stronzi cogliere «l'occasione del 25 Novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne» per organizzare una manifestazione “nazionale” con lo scopo di «denunciare tutte le situazioni di difficoltà ed oppressione che ancora oggi caratterizzano la condizione femminile» alla quale, guarda caso, quelle stesse donne e le altre attivamente impegnate nella politica e nella cultura dentro e fuori il movimento LGBT*, non potranno partecipare – le prime a causa della paura o dell’ignoranza, le seconde perché prevalentemente occupate in iniziative analoghe da tempo programmate. Stronzi, perché una manifestazione nazionale non si decide da soli, senza sedersi ad un tavolo con le altre associazioni per concordare una piattaforma condivisibile, le parole per dirlo, una data su cui far convergere energie e partecipazione. Stronzi, perché hanno consapevolmente e colpevolmente scelto di buttare via un’altra opportunità di dialogo e collaborazione – a detrimento di tutti. Stronzi, perché ad appena due mesi dallo stupro di Paola a Viareggio, ancora una volta hanno approfittato di un fatto gravissimo di violenza compiuta contro una donna per farne – sulla sua pelle - il loro teatrino, per dimostrare che il potere è loro, che sono loro a decidere come, quando, per chi e per quale motivo si scende in piazza, che loro è il palcoscenico, che gli altri, le altre, non contano nulla, sono nulla. Stronzi, perché avrebbero i mezzi per agire nell’interesse comune e invece li usano per fare spazio a loro stessi, per portare a compimento il loro progetto egemonico strafregandosene delle aspettative, dei bisogni reali dei cittadini e delle cittadine di questo paese. Stronzi, perché questa non è la solita bega di cortile alla quale ci hanno tristemente abituati, questa è una questione politica maledettamente seria, la stessa questione politica che torna a riproporsi ogni volta che qualcosa può togliergli o dargli visibilità, soprattutto quando ad essere coinvolte sono le minoranze vulnerabili ed isolate, anche all'interno del movimento LGBT*. Le donne, le lesbiche, le transessuali, sono minoranze – la minoranza invisibile e irrisa su cui puntualmente si puliscono le scarpe prima di entrare nei salottini buoni della politica, dell’informazione, della cultura. Sì, stronzi - e pericolosi.

In breve scopro che il mio sdegno non è isolato, che le associazioni estromesse e molte donne, a titolo personale, sono davvero, giustamente infuriate. La sezione di Arcigay a Brescia, comincia un’opera dissuasiva o persuasiva nei confronti di D.G. la quale si trova improvvisamente coinvolta in una guerra fratricida di cui sembra ignorare le origini e le ragioni – ma che importa? Date le circostanze, irritata dalle proteste e con piglio sicuro, sceglie di stare sul carro dei vincitori, di chi le offre di più, subito - Arcigay incassa la sua totale approvazione e i farabutti che la tormentano, tornando a colpirla, gli danno una mano. Contestualmente, per giustificare azioni che sono comunque inqualificabili, non più tollerabili per le conseguenze che hanno sul movimento nel suo insieme e sulle singole persone, soprattutto quando vittime della omo/lesbo e transfobia, chiunque non si sia adeguato, abbia avuto la sfacciataggine di denunciarle e opporvisi, è in vario modo screditato e dileggiato. Al danno e all'offesa si aggiunge la beffa.

Ma in che paese viviamo?

A questo punto si pone una semplice questione di scelte, individuali e collettive. O si sta dentro il sistema, tra chi il potere ce l’ha o ambisce ad ottenerlo esclusivamente per i propri interessi personali e corporativi – o si sta dall’altra parte, contro, se necessario, costi quello che costi.

Penso che le minoranze attive del movimento LGBT* (le femministe, le lesbiche, le persone transgender e gender bender) debbano unirsi e finalmente decidere da che parte stare. Con Arcigay e, per contiguità, Arcilesbica, non è possibile trattare – non in questa fase, con questi referenti. Da tempo hanno messo in atto un’operazione sistematica di delegittimazione, demonizzazione, demolizione o asservimento di quella parte di movimento, non necessariamente riottosa, che non vi aderisce e non vi si riconosce, che rivendica propri spazi di autonomia, progettualità culturali e politiche anche fortemente caratterizzate, definite, di ampio respiro – ben oltre l’indifferenza, i personalismi, l’opportunismo, i limiti angusti, ambigui e disimpegnati di entrambe le organizzazioni. Questa piccola parte di movimento cerca il confronto, non vuole creare fratture, non vuole porsi in contrapposizione, sa che i più non comprenderebbero e sa che divisi si perde propulsione, tuttavia, facendo lei ogni volta un passo indietro per rimediare ai danni, di fatto lo cede perdendo autorevolezza, credibilità. Sono moltissime le persone che cercano un’alternativa alla protervia, all’evanescenza, all’immoralità e alla mancanza di contenuti di Arcigay ed Arcilesbica – se si vuole il loro consenso, se si vuole uscire da questo schifo, dobbiamo crearla e offrirgliela.

Ma quanti sono disposti a mettersi in rotta di collisione con l’unica parte del movimento che ha uomini e donne ai vertici politici dello stato e dell’associazionismo, che possiede risorse cospicue e legittimità rappresentativa, un minimo di potere contrattuale seppur ottenuto estorcendo consensi fittizi tramite le tessere associative sottoscritte per entrare nei locali affiliati che, guarda caso, occupano una posizione dominante sul mercato dell’offerta ricreativa e commerciale destinata alla comunità LGBT*?

Un conto è pensarsi parte di un gruppo ristretto, apparentemente protettivo, tollerato perché abbastanza innocuo, invisibile, ininfluente per sua stessa “vocazione”, volontà, al cui interno le singole persone possono ritagliarsi uno spazio, vivacchiare e persino prosperare – un conto è sapersi minoranza, addirittura parte minoritaria di una minoranza più grande, vessatoria, con tutte le implicazioni che questo comporta.

La storia insegna che solo quando le categorie sociali oppresse comprendono di non avere nessun privilegio da difendere, nulla da perdere, finalmente si organizzano e reagiscono. Le donne, le lesbiche e gli omosessuali stessi, sono distanti dall’avere piena consapevolezza di sé, della propria condizione e delle proprie responsabilità, ma ciò non deve scoraggiare, anzi.

Attraverso questa vicenda nuovamente si svelano intendimenti, meschinità e in/capacità.

Il tempo mi dirà se è valsa la pena scriverne.

C. Ricci

 

 

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