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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Ieri sera ho visto la lunga intervista di Daria Bignardi a Roberto Saviano. Rivisto, per meglio dire, perché in fondo, ogni volta, Saviano ed io siamo gli stessi. La stessa rabbia, lo stesso dolore, la stessa disperazione, la stessa amarezza, la stessa paura e, da ieri, anche la stessa consapevolezza.

Ha ragione: ci sono cose che non si possono capire se non le si vive in prima persona, se non se ne ha esperienza diretta.

Chi non è mai stato oggetto di minacce e aggressioni a causa delle proprie idee o perché, semplicemente, non è o non agisce come le convenzioni sociali pretendono, chi non ha mai dovuto subire linciaggi pubblici, chi non ha mai temuto per la vita delle persone care a causa di tutto questo, non può minimamente sapere cos’è l’inferno, la solitudine, l’offesa.

Capisco ogni sua incertezza, ogni imbarazzo, ogni guizzo d’orgoglio o collera. Quando il suo sguardo si perde, come se una mano invisibile lo strappasse alla vita, vedo la spaventosa profondità, odo lo stesso assordante silenzio dell’abisso in cui precipita.

Senza vie d’uscita. Non c’è salvezza, appello, quando ci si macchia della colpa dell’onestà, del coraggio o dell’ingenuità. Il genere umano non è tenero con gli sprovveduti. L’umanità è come un cane rabbioso che si rivolta contro se stesso e i suoi soccorritori.

Saviano, del tutto inconsapevolmente, si è trovato nel momento “giusto” al posto “giusto”. I tempi erano maturi e i mezzi per raggiungere un certo successo editoriale adeguati. Ha parlato di crimini noti, tollerati, largamente apprezzati e praticati. Altri lo avevano fatto prima di lui, forse addirittura meglio, ma non hanno avuto la stessa “fortuna”, la stessa volontà, su di loro non vi è stata la stessa convergenza d’interessi. Il battage pubblicitario, l’attenzione mediatica,  ne hanno fatto un personaggio e un bersaglio - se, come i suoi predecessori, fosse rimasto nell’ombra, scrittore di nicchia o di provincia, frequentatore di salotti elitari o redazioni invisibili, nessuno se ne sarebbe accorto e le sue parole, il suo libro, non sarebbero divenuti un’onta da lavare col sangue.

Si fa ma non si dice. Così è ma non si punti il dito. Italica, colpevole, assassina ipocrisia. E se proprio non si vuol tacere, si parli al vento, si indichi la luna agitando la mano per nasconderla. Ma il vento talvolta diventa un uragano, una voce sola talvolta sovrasta le altre - e allora non si è più innocenti, inoffensivi, sopportabili - non si è più come gli altri. Il corpus sociale produce anticorpi micidiali che possono uccidere, uccidono - prima o poi, in un modo o in un altro.

Saviano non ha molti nemici, ma sono tutti potentissimi, muovono, governano il mondo. Superbia, invidia, avidità, acredine, accidia - cinque su sette. Non male per uno che voleva soltanto veder pubblicate le sue parole, voleva solo raccontare la verità.

Saviano ha perfettamente capito che per lui il conto alla rovescia è cominciato e niente lo fermerà. Sa che non è nel mirino solo della camorra, che la camorra, in fondo, è il male minore. La scorta e lo Stato possono proteggerlo dai proiettili, ma nulla può salvarlo dall’indifferenza, dal disprezzo, dal discredito, dal sospetto, dalla calunnia, dal fastidio che la sua esistenza produce, da un desiderio diffuso di sbarazzarsi di lui, cancellarlo, farlo sprofondare nell’oblio o consegnarlo alla storia da farabutto.

La morte del corpo si può accettare. Saviano l’ha messa in conto, non la teme. La morte inferta da un nemico dichiarato è onorevole, è un prezzo che si può pagare, che riscatta, libera. E’ un altro l’epilogo che potrebbe attenderlo, un’altra la fine sottintesa, bisbigliata, auspicata, la più feroce e iniqua. 

Quando si spengeranno i riflettori (ed è certo che un giorno si spengeranno), Saviano rischierà di spengersi con essi. Si chiama morte civile: non fa rumore, non sporca, non lascia traccia, riporta l’ordine e non può essere punita.

 

 

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