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Aggiornato Domenica 25-Nov-2012

 

 

La criminalità organizzata non è un'entità priva di intelligenza, opportunismo, senso pratico e strategico.

Le organizzazioni criminali usano il tritolo per colpire gli incorruttibili che vi si oppongono o, come nel triennio 1992-1994, scelgono luoghi simbolo dello Stato per assicurarsi quello che vogliono con il minimo sforzo e, se possibile, minimi danni. Nel primo caso, le bombe servono sia a sbarazzarsi dei riottosi, sia come monito per chi avesse intenzione di emularli. Nel secondo, sono pizzini all'ennesima potenza, principalmente indirizzati alle istituzioni. Messaggi non scritti recanti avvertimenti e richieste, chiare. Con questi ordigni, le organizzazioni criminali ottengono attenzione e udienza presso le istituzioni, oltre a generare paura nella popolazione che, di conseguenza, è più o meno pronta ad accettare qualsiasi accordo e compromesso pur di evitare altra morte e devastazione.

Il terrorismo di matrice neofascista (il braccio armato degli apparati dello Stato che erroneamente definiamo "deviati"), agisce analogamente ma di norma non colpisce personalità di rilievo facenti parte del potere economico, politico e governativo (nessuno che sia sano di mente morde la mano del padrone che lo paga). L’obiettivo primario, dunque, è depistare, generare confusione (ad ogni attentato, infatti, immancabili arrivano le più fantasiose attribuzioni di responsabilità a firma di sedicenti gruppi anarchici, comunisti, ecc.) e panico, affinché la popolazione si convinca dell’esistenza di una minaccia superiore a qualunque legittima rivendicazione sociale, sia spinta a fare quadrato attorno alle istituzioni, a porsi in difesa dell'esistente, accogliendo o addirittura chiedendo leggi restrittive, maggiore controllo, l'istituzione di un vero e proprio Stato di Polizia che la protegga.

Il terrorismo cosiddetto “rosso”, sceglie le singole personalità colpevoli di servire significativamente le forze che soggiogano e governano anche occultamente il paese. Ai fini dell’ottenimento dell’approvazione sociale e dell’affermazione della lotta armata contro il potere costituito, colpire indiscriminatamente la popolazione inerme non ha alcun senso.

Le organizzazioni criminali e politiche che compiono attentati, dunque, attuano sempre la “strategia di strategia della tensione”, ma la criminalità organizzata (sacra corona unita, mafia, ‘ndrangheta, camorra) non usa le bombole di gas e i cassonetti per la raccolta dei rifiuti per ottenere qualcosa, meno che mai visibilità. S’infiltra, corrompe, ricatta, stringe alleanze, ottimizza, è raffinata, ha i mezzi, le competenze e le coperture necessarie per agire in modo efficiente senza sprechi. La criminalità organizzata mira e spara al bersaglio, usa il tritolo, ordigni sofisticati, tecnologie avanzate. Soprattutto, non gli serve a nulla spargere sangue a perdere, screditarsi indebolendo il sostegno popolare che sempre l’accompagna ove è più radicata, ove ha più interessi da difendere.

Serve invece allo Stato. In Italia, serve alla politica, ai poteri forti - e anni di stragi impunite, di segreti e misteri, ce l’hanno insegnato. Non possiamo fingere di non saperlo.

Non posso fare a meno di pensare che le elezioni politiche siano vicine. Non posso fare a meno di constatare con quanta solerzia, da mesi, dentro e fuori il governo, si faccia riferimento al terrorismo, alla violenza di stampo anarcoinsurrezionalista o all’estremismo di sinistra come possibile minaccia alla stabilità sociale e alla democrazia. Per questi criminali (legittimamente eletti e/o illegittimamente governanti) e per i loro cani da guardia, il diritto, la critica, l’opposizione, la resistenza civile, la cultura, la consapevolezza, sono già, di per sé, perniciosi, cagione del fallimento - sono il nemico che serpeggia, alligna, da stanare e abbattere. Il consenso o il silenzio, se non si può ottenere con le buone, si estorce con le cattive, a qualunque prezzo - è una questione di sopravvivenza.

Gli attacchi alle sedi di Equitalia sono espressione del dissenso, quello vero, spontaneo, della rivolta disorganizzata e un po’ ingenua dei cittadini. Il voto alla Lega, prima, e al Movimento 5 Stelle, poi, è espressione del dissenso - le bombole di gas, invece, non lo sono, perché, per quanto qualcuno possa alludere ad un’azione compiuta da sciagurati che s’improvvisano terroristi, ci vuol mestiere per utilizzare un cassonetto per la raccolta dei rifiuti senza farsi notare, per armarlo e farlo diventare uno strumento di morte, ci vuole mestiere per essere stragisti.

C'è differenza tra essere stragisti ed essere rivoltosi. Il rivoltoso, il resistente, non mette le bombe sui treni e nelle stazioni piene di pendolari e turisti, nelle piazze gremite di manifestanti pacifici, in strada dove transitano persone incolpevoli, ignare - non ammazza la gente a casaccio, non spara nel mucchio, agli invisibili, ai nessuno. Le persone comuni sono carne da macello solo per chi ne ha disprezzo, per chi trae piacere nel vessarle, per chi è abituato a manipolarle sottilmente, a usarle e considerarle sacrificabili.

In queste ore, facendo riferimento agli attentati del triennio 1992-1994, molti sottolineano che non si può escludere la pista mafiosa soltanto perché a Brindisi le modalità dell’attentato appaiono inusuali. In quegli anni, vi furono poche vittime (lo stretto necessario) e l’impatto mediatico fu notevole (strategia della tensione, appunto, che terminò a trattative avviate, forse concluse). Non occorreva e non occorre fare una carneficina per avere l’attenzione dei media e delle istituzioni, la mafia lo sa. Ieri, invece, si cercava il massacro: tre bombole di gas, un cassonetto per la raccolta dei rifiuti, un muro per amplificare, indirizzare e potenziare la deflagrazione. Dovevano esserci decine e decine di morti, altrimenti perché darsi tanta pena? La criminalità organizzata (che non potrebbe esistere se non godesse di protezioni e correità a livello politico e istituzionale) raramente sbaglia. Se fosse stato “solo” un atto dimostrativo, sarebbe bastata una bombola, un fornellino da campeggio, una scatola vuota con qualche filo elettrico a penzoloni - diversamente non si può parlare di intimidazione e allora dobbiamo supporre che qualcosa sia andato storto, che la mafia abbia fallito? Non è credibile.

Ora comincerà il toto scommesse, il tifo all'italiana pro o contro questa o quella matrice - e mentre saremo impegnati ad accapigliarci e dividerci, mentre monterà la protesta portando migliaia di persone in piazza, esponendole alla repressione della Polizia ed altri attentati “insoliti”, Monti e soci ci fotteranno. Anche a questo servono le bombe.

Non vi è dubbio, c’è del marcio... in Italia - quanto in profondità abbia imputridito le nostre coscienze, la nostra volontà, la nostra capacità di leggere ciò che ci circonda, di volgere lo sguardo nella direzione giusta e reagire, ce lo dirà il tempo.

 

ELABORAZIONI FOTOGRAFICHE

 

Attraverso le elaborazioni che seguono, ho voluto individuare la collocazione esatta di alcuni detriti fotografati poco dopo l’esplosione, sia per comprendere il raggio della diffusione degli stessi a partire dal punto della deflagrazione, sia per comprendere altri aspetti che mi lasciano perplessa.

Le foto che ho utilizzato per la ricostruzione ambientale, le ho scaricate da Google Map e sono state riprese nel 2009, le altre sono del 19 Maggio.

 

Un pezzo del cassonetto ed altri frammenti allincrocio tra Viale Palmiro Togliatti e Via Giuseppe Maria Galanti.

Il fondo di una bombola di gas GPL e una valvola ancora sull'incrocio tra Viale Palmiro Togliatti e Via Giuseppe Maria Galanti.

Come nel 2009, i cassonetti per la raccolta differenziata posti all’angolo tra Via Oberdan e Via Giuseppe Maria Galanti, sono al loro posto - quindi non sono stati utilizzati per nascondere le bombole di Gas e successivamente spostati davanti alla scuola. Ma di che tipo era il bidone esploso?

Dal punto dell’esplosione, pezzi del cassonetto e un grosso pezzo di una bombola di Gas, hanno attraversato in linea retta, come proiettili, l’incrocio tra Via Giuseppe Maria Galanti e Viale Palmiro Togliatti, arrivando a tranciare una saracinesca posta all’angolo tra Viale Palmiro Togliatti e Viale San Giovanni Bosco. Si noti la fiancata dell'auto ferma sulle strisce pedonali annerita.

Raggio dell’esplosione: se davvero fossero state collocate tre bombole, sarebbe alquanto modesto. Altra particolarità: l’esplosione, forse seguendo il muro perimetrale della scuola, si è maggiormente scaricata in direzione di Viale Palmiro Togliatti.

Pare che davanti alla scuola non vi fosse un cassonetto per la raccolta differenziata stradale (verde, come nelle foto del 2009), ma un bidone mobile blu, più piccolo e maneggevole. Se questo fosse vero, non solo si spiegherebbe l'esigua quantità di frammenti blu visibili sull’asfalto, ma anche perché l’esplosione abbia prodotto così pochi danni: date le dimensioni standard del contenitore e delle bombole in commercio, la bambola di Gas GPL non poteva che essere una, da 10, 15 o 20 chili.

Qui vediamo una bombola da 20 chili dentro un bidone mobile (modello più grande).

Alcune considerazioni sul tipo di esplosione.

 

IL VIDEO

 

Osservate con attenzione...

 

 

 

A me non colpisce il presunto attentatore, ma la tempistica, i tagli apportati al filmato (ne ho contati almeno 3 prima dell'esplosione, perché?) e quello che avviene subito dopo lo scoppio: sembra che non sia successo nulla, le ragazze passano, senza correre, non una reazione di panico, evidente spavento, nemmeno si voltano, nulla.

I miei dubbi sul fatto che siano "esplose tre bombole" aumentano.

Si noti la tempistica:

1) detonazione (ammesso che l'uomo azioni un telecomando, tra l'altro è mancino);
2) dopo circa 7 secondi esplode il cassonetto (si vedono i detriti che colpiscono e rimbalzano contro la parete della casa);
3) dopo circa 7 secondi dall'esplosione del cassonetto, spostamento d'aria e fumo/polvere ("esplodono le bombole").

In tutto, circa 14 secondi - ma il conto non potrebbe essere che molto approssimativo dato che non sappiamo quanti secondi siano "scomparsi" dal video a causa della sua manipolazione.

Altra perplessità: l'attentatore. Anche il più sprovveduto, il più cretino, azionerebbe la detonazione piazzandosi proprio sotto una telecamera (ben visibile anche nelle foto scattate dopo l'attentato), addirittura a pochi metri dall'ordigno (tre bombole di gas poste sull'altro lato della strada)? Io penso che lo farebbe solo per due ragioni: 1) per farsi riprendere o perché certo di non poter essere identificato - 2) perché consapevole del basso potenziale dell'ordigno.

Il "mistero" (all'italiana), s'infittisce.

(Il video su "La Repubblica.it")

 

 

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