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Aggiornato Venerdì 21-Dic-2012

 

Una donna subisce violenza e i passanti la insultano, un ragazzino è picchiato perché difende la libertà di espressione, una madre e suo figlio sono trucidati - tutt’intorno le sceneggiate di Palazzo, l’inquietante assenza di una sinistra antagonista, costruttiva, propositiva, davvero alternativa e perciò competitiva, la chiesa che senza alcun pudore c’illustra il suo programma elettorale, il suo progetto politico: riappropriarsi integralmente del potere temporale, affidare ai sedicenti cattolici (avvilenti omuncoli la cui unica ambizione è rendersi visibili, protagonisti di qualcosa, qualunque cosa: un programma televisivo, la militanza Forza-Italiota o lo sterminio di una minoranza, indifferentemente - salvo poi, nel privato, incarnare allegramente, uno ad uno, i sette peccati capitali!) l’ennesima crociata contro gli infedeli di ogni genere e grado.

Troppa carne al fuoco? Macché! La vita non è una favoletta a compartimenti stagni: tutto è la causa e la conseguenza di tutto. “La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, cantava Francesco De Gregori. Questo concetto dovrebbe essere il life motive di ogni persona mediamente dotata di buon senso. Non passa giorno senza che qualcosa non me lo rammenti: quando vengo offesa perché chiedo il rispetto delle leggi e dei regolamenti e quando vengo irrisa perché rispettandoli vado contro i miei stessi interessi, perché non posso fare a meno di essere scrupolosa e coerente; quando ascolto gli insulti e i ragionamenti dei bambini e in quelle parole riconosco l’opera devastante dei padri e delle madri; quando discuto con gli amici e mi trovo costretta a rimproverargli il qualunquismo, l’indifferenza e la pigrizia intellettuale; quando, di fronte a un foglio bianco, cerco di mettere ordine nei sentimenti senza cedere alla tentazione di scrollare le spalle, di scrollarmi di dosso la capacità di avere un pensiero critico, autonomo o la volontà di capire quanto più possibile, costi quel che costi. È faticoso, tremendamente faticoso e, lo ammetto, non sempre ci riesco, tuttavia mi sono imposta, e in questo un po’ il carattere mi aiuta, di provarci - sempre.

Ecco perché mi accaloro tanto, e mi arrabbio anche: non si può far finta di nulla, badare solo ai propri interessi, fregarsene di tutto e poi, all’improvviso, indignarsi, invocare la pena di morte e quant’altro ogni volta che un fatto di cronaca scuote le coscienze…

Tempo fa ebbi un acceso diverbio con un’amica la quale, dopo l’ennesimo stupro ai danni di un bambino, cominciò a sciorinare quanto di più terribile e irragionevole le abbia mai sentito dire (evirazione, marchiatura a fuoco, ecc.). Dovetti, mio malgrado, alzare la voce. Tornata a casa scrissi quello che avevo asserito, quello che sinceramente penso, quindi gliene consegnai una copia. Per non dimenticare.

 

 

Non distogliere lo sguardo, non abbassare le palpebre, non voltare il capo, dovresti sapere che il vento soffia dove può e non dove vuole, che in qualche luogo l’attimo è sospeso fra buio e luce, rumore e silenzio, ordine e disordine - un luogo che non è un luogo, un tempo che non è un tempo. Una frattura invisibile, una microscopica voragine in cui tutto al fine precipita, in cui tutto si vanifica, trasforma, pacifica. Nulla è certo, nulla è definitivo, nulla è univoco. Chi ha visto in faccia l’uomo conosce Dio - di questo Dio non si può aver paura e di questo uomo non si può che aver pena. Tu, sì proprio tu dovresti saperlo. Tu che guardi il mondo con sospetto, dovresti sapere che spesso l’apparenza rende inintelligibile la sostanza, che l’evidenza è un abile giuoco di prestidigitazione - dovresti sapere che l’indifferenza, la connivenza e le omissioni armano la mano dell’assassino non meno dei mandanti e che non ci si può sentire irresponsabili quando si accetta l’esistenza di una giustizia che usa due pesi e due misure mandando al capestro l’esecutore materiale di un crimine, ma non chi ne ha causato la pazzia e chi ha lasciato che in lui questa pazzia si radicasse e poi esplodesse - né si potrebbe tollerare una giustizia che facesse tabula rasa, indiscriminatamente. È il principio che è sbagliato, un principio che pervade quasi tutte le culture, che nasce dall’ipocrisia e dall’ignoranza, dal qualunquismo, dall’individualismo più sfrenato e del quale il potere economico, politico e religioso ha disperatamente bisogno per riaffermarsi e consolidarsi.

Gli stati che adottano la pena di morte la giustificano sostenendo che questa sia un deterrente efficace - chi uccide, assassino o giustiziere che sia, non ha paura né della morte, né del giudizio. Questi paesi applicano la legge del taglione e spesso rafforzano il castigo attraverso la degradazione, l’umiliazione e la mortificazione sistematica - si tratta di vendetta non di giustizia e da questo non può venirne nulla di buono, questo non modifica i comportamenti, non ha niente a che vedere con la prevenzione, l’educazione e quant’altro sarebbe utile e giusto fare.

La vendetta non rende migliori, non restituisce la vita a chi l’ha persa, non lenisce il dolore di chi resta. Chi persegue la vendetta, chi la legittima, chi la propaganda, nega le sue responsabilità e, di fatto, le perpetua. Tutela se stesso, non la società, le vittime - dimostra solo d’avere bisogno di chi non rispetta le sue regole e non condivide le sue opinioni, per sentirsi migliore, superiore, legittimato quindi ad esercitare il suo controllo e le sue strategie inutilmente repressive. Come potrebbe sostenere di essere l’unico in grado di governare e giudicare se non fosse circondato da un’umanità tanto involuta e scellerata?

Giustiziare, punire attraverso la mortificazione, l’abbrutimento, anziché recuperare, in qualche modo restituire alla collettività, rendere costruttiva l’esistenza di questi esseri umani che più di altri hanno sofferto l’offesa e, spesso inconsapevoli, non hanno potuto fare a meno di ripagare il mondo con la stessa moneta. Certo, ucciderli o cancellarli è più semplice, costa meno, non sovverte gli equilibri, non mette in discussione, garantisce l’impunità di chi ha armato le loro mani, di chi si guarda bene dal fare tutto quanto è in suo potere per non creare i presupposti della violenza e dello smarrimento. Perché le necessità di uomo spaventato si limitano alla sopravvivenza, il suo sguardo non va oltre la punta del suo naso ed è facile, così sfacciatamente semplice indurlo a fare, pensare e desiderare quel che fa comodo. Se poi quest’uomo violenta un bambino o una donna, se imbraccia un fucile e spara tra la folla, se taglia la gola a qualcuno solo per portargli via l’orologio, non è una gran perdita - altri occuperanno il posto di ogni carnefice ed ogni vittima che verrà a mancare, molti, molti altri, tutti invariabilmente spaventati e purché li si lasci finalmente in pace, non li si costringa a pensare, tutti assolutamente disposti ad accontentarsi della vendetta.

Così è, nessuno dovrebbe permettere alla rabbia di avere il sopravvento sul buon senso. Nessuno dovrebbe cedere alla tentazione di pensare che il nero è nero e il bianco è bianco. Tutto qua.

C. Ricci

 

 

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