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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Salvatore uscì dalla sala d’attesa trascinandosi appresso il suo borsone mezzo rotto. Tutta la sua vita stava lì dentro: un sacco a pelo e un po’ di vestiario sudicio, mal assortito, una vecchia carta d’identità scaduta, un sacchetto di plastica contenente uno spazzolino da denti spennacchiato, un pezzo di sapone e un asciugamano quasi pulito. Raggiunse una fontanella, bevve una sorsata d’acqua, si sciacquò la faccia, quindi s’incamminò verso il Bouffe dove sapeva che gli avrebbero offerto una piccola colazione e qualche sigaretta.

Non era sempre stato un barbone. Anche lui, come tutti gli altri, aveva avuto una casa, una famiglia, un lavoro, colleghi e amici soprattutto di bevute. Aveva fatto esattamente quello che doveva: poco e male, con scarsa convinzione e non necessariamente per amore. Non importa che tu creda in quello che fai, che ti piaccia o sia giusto, importa che tu lo faccia. Punto. Non aveva mai conosciuto nessuno che alla fine non si fosse adeguato e riconosciuto in questa semplice regola – perché avrebbe dovuto comportarsi diversamente? D’altronde non c’era niente che lo avesse davvero interessato, a parte racimolare i soldi che gli servivano per realizzare i suoi progetti o semplicemente mettersi nella condizione di arrivare in fondo alla giornata senza troppe seccature, comodamente.

Come molti ragazzi dei suoi tempi, dopo il servizio militare si era trasferito al nord, da un parente che lavorava per conto di una grande impresa edile. In breve, da manovale s’improvvisò muratore mettendosi in proprio. Poco dopo trovò una donna di campagna: braccia forti, poche esigenze e una casetta di proprietà da ristrutturare - l’ideale per mettere su famiglia. Nel giro di dieci anni si sistemarono ed ebbero due figli. Usciva di casa al mattino e vi tornava la sera. Si lavava, mangiava e poi via, in giro sino al mattino. Di giorno se ne andava da un cantiere all’altro. Ne aveva sempre tre o quattro attivi, affidati a lavoratori occasionali, ingaggiati tramite caporali privi di scrupoli che li reclutavano chissà dove. Manodopera a basso costo, innocua. Ma la scarsa qualità dei lavori eseguiti, sempre consegnati oltre i tempi preventivati, causava contestazioni e penalità a cui, spesso, corrispondevano pagamenti dilazionati con il contagocce, inferiori al pattuito, che regolarmente non utilizzava per mettersi in pari con i fornitori e gli operai. Nel tempo si riempì di debiti e a suon di non pagare, più nessuno volle fargli credito. Chiuse l’impresa lasciando molti a bocca asciutta, inveleniti e pronti a fargliela pagare. Divenne lui stesso un procacciatore di manodopera facendo delle gran creste sulle paghe orarie già modeste degli operai che reclutava per gl’impresari. Ma non gli bastava, così, forte della loro ricattabilità, ricominciò ad approfittarne. Dopo un sonoro pestaggio capì che rischiava grosso, allora decise di cambiare mestiere. Fortunosamente trovò un impiego come trasportatore. Mise insieme il denaro che gli occorreva, comprò un furgone e divenne padroncino: traslochi, consegne, un po’ di tutto. Ma nonostante i buoni guadagni, e sebbene ancora sfruttasse la manodopera e accumulasse debiti, i soldi non gli bastavano comunque. Alla famiglia dava pochi spiccioli, il resto lo scialacquava a donne, nei night, al bar. Dopo qualche anno, fallì. Banche e ufficiali giudiziari presero tutto il possibile: furgoni, casa, auto, scooter, mobilio. A quel punto la famiglia si ribellò: la moglie chiese e ottenne la separazione, i figli non vollero più saperne di lui, i parenti gli chiusero le porte in faccia e gli amici evaporarono. Una notte trovò in cortile le sue valigie, su una di esse c’era un'ingiunzione del Tribunale che lo obbligava a trasferirsi altrove. Era troppo orgoglioso per chiedere aiuto, montò sul primo treno che gli capitò a tiro e giunto a Roma stabilì la sua residenza ovunque capitasse, secondo le stagioni: dormitori, auto abbandonate, scatoloni. Non era mai stato così libero e in fondo, a guardar bene, l’unica cosa che gli mancava era il denaro per pagarsi le bevute e qualche prestazione sessuale.

Entrò nel Bar. La barista gli incartò una brioche e gli mise in una bottiglietta un cappuccino. Il cassiere gli porse un paio di sigarette, lui prese tutto ringraziando a malapena e uscì sul lato della piazza. Raggiunse una panchina, fece colazione, tirò fuori dal borsone una bottiglia di Rhum quasi finita e ne tracannò un paio di sorsate, quindi la rimise via subito quasi volesse nasconderla.

«Ce l’hai una sigaretta?» - Ciaccina era un uomo di età indefinibile, sporco e puzzolente da levare il fiato, già barcollante alle otto del mattino. Molti anni prima era scappato dal suo paese per difendersi dalla cattiveria della gente: avevano scoperto che aveva una relazione con un ragazzo più giovane e c’era stato uno scandalo, una specie di sollevazione popolare cui erano seguite minacce, insulti, botte. I due si volevano bene. Ciaccina se ne andò per non rovinarlo completamente, ma il peso della vergogna e il dolore per la perdita lo annientarono.
«Tieni.»
«Ce l’hai da bere?»
«No.»
«Fa niente» - tirò fuori da una tasca un cartone di vino e lo svuotò rapidamente.

Stettero uno accanto all’altro in silenzio, fumando, per lungo tempo, poi Ciaccina gli raccontò che al paese aveva una piccola barberia, che se avesse trovato i soldi sarebbe tornato, gliel’avrebbe fatta vedere, a quelli là. Avrebbe aperto una casa di accoglienza per quelli come lui, abbandonati dalle famiglie, cacciati dalla società: tutto gratis, alla luce del sole, sai che smacco.

Salvatore lo lasciò lì a straparlare, da solo, ma pensò che la sua idea era buona. Una casa di riposo sarebbe stato un buon affare, vecchi e barboni fruttano un sacco di soldi, ma quelli come lui non ce li avrebbe voluti, facevano troppo schifo. Stava rimuginando sulle possibili convenzioni da stipulare con le USL, quando vide cadere qualcosa dalla tasca di un turista che correva verso la stazione. Si precipitò e fulmineamente la raccolse. Sperava di stringere nel pugno una banconota, ma appena dietro una siepe ebbe l’amara sorpresa: era un gratta e vinci, integro. Imprecò contro la malasorte e tuttavia cominciò a grattare con un’unghia. Più andava avanti e più impallidiva. Quand’ebbe finito cominciò a ridere come un pazzo, tanto che il cuore non ce la fece a stragli dietro: prima arrancò, poi perse qualche colpo, infine si fermò. Il biglietto gli cadde di mano e una folata di vento lo trascinò in mezzo alle altre cartacce che ricoprivano il marciapiede, poi si arrestò ai piedi di Ciaccina che nel frattempo si era incamminato verso il centro. Stranamente lo vide, prese la mira e cercò di raccoglierlo, al terzo tentativo vi riuscì. Non appena lo ebbe fra le mani la vista si annebbiò, il cervello entrò in confusione e quasi subito perse coscienza di quello che stava facendo. Si ritrovò a sedere nell’erba, accanto a un cestino dei rifiuti, tra la spazzatura, a mani vuote. Intorno la gente si era fatta nervosa, curiosa, concitata.

L’ambulanza arrivò nel giro di pochi minuti. Ciaccina riuscì ad alzarsi e a piccoli passi incerti si avvicinò alla lettiga. Un portantino lo riconobbe: «Un attacco cardiaco – se n’è andato. Tieni, vai a farti un amarino alla sua memoria…» - gli diede qualche euro e delicatamente lo spinse via.

 

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