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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Un’altra giornata.

Teresa spense la sveglia. Aprì gli occhi. Rimase qualche minuto nel letto ad ascoltare i rumori. Dalla strada: il solito furgoncino, puntuale come un orologio svizzero. Dalla scala: il solito trambusto di ragazzi che scendono per andare a scuola. Dall’appartamento accanto: la solita TV accesa a un volume impossibile. Sospirò. Scese dal letto e andando verso la cucina sferrò tre pugni contro la parete – automaticamente il volume dell’apparecchio televisivo anziché calare, aumentò. Un modo come un altro per dimostrare di essere vivi.

Caffettiera, fornello. Bagno. Di nuovo cucina. Caffé. Era sveglia, pronta. Si vestì e uscì.

Sole. Poteva andare al lavoro in bicicletta. Scese nello scantinato e faticò per liberarla dalle altre buttate addosso alla sua, senza alcun riguardo. Incivili – sussurrò. Passò dai garage trascinandola a mano perché il piazzale era leggermente in salita. Inutile pedalare sin fuori il condominio.

Montò in sella aggiustandosi la gonna in modo che il vento non la sollevasse. Diede le prime energiche pedalate, poi prese un’andatura regolare, poco impegnativa. Era piacevole, le dava una sensazione di libertà e poi non era costretta a stare agli orari dei mezzi pubblici ai quali occorreva il doppio del tempo per fare quello stesso tragitto. Era in largo anticipo, decise di passare dal mercato. Aveva bisogno di un paio di calze.

«Buongiorno, signora. Visto che bella giornata? Era già un po’ che non la vedevo in giro. Tutto bene?» - l’ometto del banco della biancheria era allegro e chiassoso, come sempre.
«Tutto bene, grazie. Lei?»
«Si tira a campa’. Fa da sola?»
«Certo. Do un’occhiata.»
«Faccia, faccia.» - e ricominciò a urlare - «DONNE, OGGI MI ROVINO: TUTTO A METÀ PREZZO!»

Teresa trovò le calze che le servivano, pagò e le mise in borsa, quindi rimontò in bici e passando da dietro i banchi sgattaiolò via.

Il viale alberato era magnifico. Tigli. Presto sarebbero fioriti riempiendo l’aria di profumo e batuffoli di semi. Le piaceva così tanto, le ricordava le sere d’estate, quando era ragazza. Lo percorreva per andare a lavorare nella fabbrica di corsetteria. A fine turno lei e le ragazze del suo reparto si fermavano un po’ lì, a spettegolare, mostrarsi. Lo facevano anche i colleghi del magazzino. Molte amicizie erano nate così, lanciandosi occhiate, scambiando battute. Molte amicizie, qualche amore, alcuni matrimoni – fra questi il suo.

Lei aveva vent’anni, lui trentacinque. Piuttosto basso ma prestante, capelli corvini, ondulati e impomatati, occhi tra il nocciola e il verde, baffi all’americana, curatissimi. Pugliese. Era arrivato da poco. La fabbrica si era ingrandita e mancando manodopera locale ne era arrivata altra dal sud, chiamata da parenti e amici che nel frattempo si erano sistemati. Il salario, seppur modesto, offriva la possibilità di lasciare la campagna, mettere un piatto di minestra in tavola, provvedere a una famiglia. Gli emigranti riuscivano persino a mandare qualche soldo a casa dove, spesso, avevano moglie e figli. Dopo un po’ si ricongiungevano. Così, nel giro di qualche anno, i paesani erano diventati quasi una minoranza – ostile, preoccupata, riottosa. Terroni. Pensavano, dicevano. Non comprendevano le abitudini di quella gente, i loro modi, le loro regole. Gli portavano via il lavoro, le donne, le case. Facevano i padroni in casa d’altri. Teresa si era sempre chiesta come facessero a non rendersi conto che se non vi fossero stati le fabbriche avrebbero chiuso, se ne sarebbero andate altrove. Non sarebbero sopravvissuti un giorno, non con quattro galline, qualche baco da seta ed ettari infiniti di terra i cui proventi non bastavano più nemmeno per coprire le spese. Giuseppe non parlava una parola d’italiano, era analfabeta – all’inizio comunicavano a gesti, poi ognuno dei due imparò le parole dell’altro e cominciarono a intendersi. Lei, il poco che sapeva l’aveva imparato alle elementari. Finita la terza era andata a servizio presso i farmacisti del paese dove riceveva solo ordini. Quando aprì la fabbrica, trovò un posto in sartoria e lì rimase sino al giorno del matrimonio. Lui non voleva che lavorasse, le donne dovevano stare a casa e in questo, come in molto altro purtroppo, gli uomini erano tutti uguali, terroni o meno che fossero. Quanto avevano litigato. Lui pretendeva che lasciasse l’impiego già dal giorno del fidanzamento, ma lei s’impuntò. Lui si offese a morte e per quasi un mese non si fece più vivo. Alla fine si presentò con una proposta: dopo il matrimonio basta, prendere o lasciare. Teresa, sebbene dubbiosa, prese. Il dialogo non migliorò neppure dopo sposati. D’altronde, a parte le questioni pratiche, di cosa avrebbero mai dovuto parlare? Lui era molto rigido, tradizionalista, e a lei avevano insegnato che in una donna il silenzio e l’ubbidienza sono le virtù più apprezzate – a far diverso c’è solo da rimetterci. E comunque, lo vedeva così poco. Cenavano e dormivano insieme – per il resto, cosa facesse fuori dagli orari di lavoro, specialmente la sera e certe notti, era un mistero. La gente bisbigliava che frequentasse qualcuno, in città. Meglio, dopo due figli Teresa ne aveva le tasche piene di fare il suo dovere. Non le era mai piaciuta quella cosa. Quando lo facevano provava fastidio, talvolta dolore, e dopo si sentiva da schifo – nemmeno se si strofinava con l’acqua e il sapone riusciva a levarsi di dosso il suo odore. Prima di sposarsi, sua madre le aveva detto che doveva impegnarsi per soddisfarlo, l’aveva avvertita che qualche volta sarebbe stato un sacrificio e tuttavia avrebbe dovuto adattarsi perché soprattutto da questo sarebbe dipeso il matrimonio: «Una donna senza figli e senza marito è niente, non ha nulla. E un uomo ha le sue esigenze». Un abisso la separava da quelle parole, da ciò che aveva letto nei fotoromanzi, visto nei film. Aveva pazientato, aveva atteso, poi si era rassegnata. Si era sempre sentita brutta, disprezzata, infelice - a servizio, ventiquattro ore al giorno, gratis. Aveva allevato i suoi figli meglio che poteva, senza fargli mancare nulla – gli aveva voluto bene, ma… Perché l’avevano trattata con indifferenza, al più come una serva? Li aveva cresciuti, aveva fatto quello che doveva. Quando, qualche anno dopo che il padre aveva abbandonato la famiglia anche loro se ne andarono, Teresa ne fu tutto sommato sollevata. Il più piccolo viveva all’estero, il grande in un’altra provincia. Ormai li vedeva e sentiva di rado, a malapena l’avevano invitata per il battesimo dei nipoti. Cosa poteva farci? Non avevano niente da dirle, nient’altro da prendere. Il legame di sangue da solo non basta per tenere insieme le persone.

Teresa finì di riporre nell’armadio i panni, piegò l’asse da stiro e lo mise a posto. Lasciò un biglietto su cui aveva scritto l’ora di arrivo e partenza, chiuse l’appartamento assicurandosi di aver inserito l’allarme, quindi se ne andò facendo attenzione che i sacchetti della spazzatura non sgocciolassero lungo le scale. Attraversò la strada per raggiungere il cassonetto ma non fece nemmeno in tempo ad aprirlo. Rimase qualche istante così, perfettamente immobile, senza capire cosa le stesse succedendo. Andò giù, dolcemente, come una foglia che si stacca dal ramo e trattenuta dall’aria tocca il suolo quasi carezzandolo, senza peso. Una piuma candida circondata di luce. «Vieni, non aver paura» e finalmente seppe come ci si sente a essere belle, amate, felici.

 

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