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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Sabrina si sedette in veranda, sulla sedia di vimini sghimbescia che si era sempre rifiutata di buttare via. Una tazza di tè bollente stretta fra le mani. La sigaretta tra le dita. Era quasi sera. Il sole già declinava all’orizzonte definendo i contorni degli alberi e delle case. Strana sensazione sapersi sola, sapere che per quanto avesse chiamato, aspettato, Mary non l’avrebbe raggiunta, non sarebbe apparsa all’improvviso alle sue spalle con quel ragionare concitato e impellente che tanto la infastidiva. Dopo il lavoro, dagli ultimi giorni di primavera sino all’inizio dell’autunno, amava sedersi lì, bevendo qualcosa, fumando, guardando davanti a sé, per riordinare i pensieri, riprendersi la vita – quando l’aria si faceva pungente, rientrava, finalmente pronta a prestarle ascolto, soddisfarne le richieste. Ma Mary non aveva mai voluto assecondarne i tempi, i silenzi, non a lungo almeno, e ora che non poteva più violarli, Sabrina si sentiva persa, immersa in una sarabanda di parole senza suono, nell’eco indistinto delle mille domande rimaste senza risposta. Adesso avrebbe voluto chiederle come andò a finire quella volta, cosa pensasse di questo e quello, voleva chiederle di sedersi accanto a lei e di parlare, parlare, parlare – parlarle senza fermarsi, finché avesse voluto, finché avesse avuto fiato.

Felicità è ascoltare il respiro della persona amata. Sabrina capì di averne avuto la possibilità perlopiù senza coglierla, non ogni volta che avrebbe potuto, e il rimpianto si unì a un senso di colpa immenso – immenso come quel silenzio, quell’assenza priva di rimedio.

Quante volte l’aveva allontanata da sé, le aveva negato i suoi pensieri, le sue attenzioni – quante volte non aveva capito, apprezzato le sue. Adesso sapeva che Mary stava solo cercando di riempire i vuoti che lei si lasciava intorno, poneva fra loro, perché non divenisse impossibile raggiungersi. L’aveva fatto a suo modo, con la saggezza semplice e antica delle donne.

Ricordò quella volta che rientrando a casa prima del previsto, la trovò con le valigie in mano, sulla soglia di casa, decisa a lasciarla libera. Le disse: «Non puoi pensare che io sia disposta ad accettare tutto di te, che io voglia o sia capace di fare anche la tua parte.»
Stare insieme non era soltanto sedersi a tavola quando la cena era pronta, fingere di non pensare a niente, di non aver niente da dire. Sabrina si sentì colta con le mani nel sacco. Le raccontò di quella ragazzina né carne né pesce che inspiegabilmente l’attraeva, che era diventata il suo chiodo fisso.
«Finché non provi non puoi sapere se potrebbe funzionare, ma non puoi nemmeno credere che io me ne stia qui ad aspettare che ti venga il coraggio per scoprirlo. Vai, fai – il resto si vedrà.» Mary era consapevole che Sabrina aveva bisogno di non sentirsi costretta in un angolo, ma sapeva anche quanto fosse brava a mettersi in trappola da sola, a perdere il contatto con la realtà – talvolta era necessario scuoterla, ridestata.
Sabrina portò le valige in camera e quella sera si ritrovarono a ridere e scherzare come non accadeva da mesi. Non le disse che non aveva alcun bisogno di fare tentativi perché sapeva già che non poteva funzionare – non occorreva dirlo, Mary non era stupida.

Trillò il telefono. Sabrina sospirò e rientrò per rispondere. La famiglia di Mary aveva deciso d’impugnare il testamento – voleva la loro casa, non gl’importava nulla che l’avessero comprata insieme, che vi avessero trascorso gli ultimi vent’anni. Mary non gliel’avrebbe mai lasciata, piuttosto l’avrebbe incendiata. Dov’erano quando era rimasta sola con un figlio piccolo da crescere? Dov’erano quando il tribunale glielo aveva portato via perché il marito l’aveva fatta passare per una pazza? Dov’erano quando il dolore e la rabbia l’aveva resa pazza sul serio? Dov’erano quando il cancro aveva cominciato a divorarla? Dov’erano?

«Sabrina, ho paura che il testamento non sia sufficiente. Chiamiamo un notaio per fare il passaggio di proprietà così non avrai problemi.» Le aveva detto poche settimane prima.
«Non dire sciocchezze, tesoro – non ti preoccupare, non pensare a queste scemenze.»

Mary si era spenta poco dopo, una notte, stringendole la mano come a consolarla, sorridendole come a rassicurarla. Sabrina era tornata a casa da sola, al posto di Mary un borsone con i suoi effetti personali. Non aveva neppure potuto vestirla, prepararla per l’ultimo viaggio. Gli sciacalli erano piombati sul suo cadavere ancora caldo. Fatti da parte, le avevano intimato. Venticinquemila euro - è una proposta onesta, non saremmo nemmeno tenuti a farla. Prendere o lasciare.

Mary aveva avuto ragione, come al solito, e come al solito Sabrina aveva creduto che stesse esagerando.

Tornò in veranda, svuotata, senza fiato. Quando si ridestò non vide altro che buio. Pensò che Mary non le avrebbe permesso di prendere freddo. Fece per alzarsi ma le gambe non si mossero, le braccia non riuscirono a sollevarla. Allora si abbandonò al pianto e pianse, pianse, pianse – pianse nell’unico modo che sapeva: in dignitoso silenzio.

 

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