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Aggiornato Martedì 12-Nov-2013

 

 

«Tornare in paese dopo aver tentato di affrancarsene non ha prezzo, per tutto il resto c’è la sgradevole sensazione di essersi arresi, di aver abdicato alle comodità.» Clotilde, parafrasando la nota pubblicità, rifletteva sulla sua scelta di accettare l’offerta di famiglia: trasferirsi nella cascina dei nonni. D’altronde, diversamente, l’avrebbero venduta, e questo proprio non riusciva a sopportarlo. Amava quel posto - vi aveva trascorso ogni estate della sua infanzia. Lì era stata libera, felice - mezza nuda, a piedi scalzi, sempre in cortile a giocare, dalla mattina alla sera. I più bei ricordi. I più antichi e ancora emozionanti: l’adorata nonna, matriarca d’altri tempi su cui poggiavano stabilmente le generazioni successive; il buon nonno con i suoi saggi ed egoisti silenzi; lo zietto un po’ scemo e scansafatiche da accudire come un bambino; i gatti, le galline, l’orto, i gelsi, i campi; la casa con il fienile, le rimesse, la stalla, i trattori - e poi lo sguardo che ancora poteva perdersi, vagare tutt’intorno senza incontrare i segni dell’abbrutimento che aveva devastato l’animo umano prima ancora del paesaggio. Vendere tutto sarebbe stata una pazzia, non potervi tornare, un dolore immenso. Così, alla fine, aveva lei stessa espresso il desiderio di abitarla, un giorno, e i suoi genitori, in breve, le avevano proposto di farlo subito, appena il primo piano fosse stato ristrutturato, a loro spese. Dopo appena qualche mese, Clotilde, imballò i suoi libri e vi fece ritorno, definitivamente, da donna adulta.

Gli ultimi quindici anni della sua vita li aveva trascorsi in una grande città, lontano dal provincialismo della sua terra di origine, dalle sue preclusioni e asfissie. Era stata libera e felice, come da bambina giocando nell’aia della sua nuova, vecchia vita. Fuggita, potremmo dire, dalle ingerenze e dalle aspettative della famiglia, fuggita da un luogo mediocre che le stava stretto e non poteva offrirle nulla. Non era riuscita a sistemarsi, ma aveva un lavoro decente, un piccolo appartamento e qualche buona amica. Quando arrivò il momento di prendere una decisione, nessuno poté ragionevolmente consigliarle di rinunciarvi - quella era una proposta che non si poteva rifiutare e, seppur con tutte le perplessità del caso, lei stessa ne fu irresistibilmente sedotta.

Ora, seduta in veranda, godendosi il teporino primaverile, annusando il profumo dei fiori, tentava l’ennesimo bilancio, invero sempre più debolmente. È vero, si stava arrendendo, ogni resistenza declinava lasciandola lieta in balia delle stagioni, nel calore rassicurante e avvolgente della abitudini e della familiarità.

Sua madre la raggiunse e si sedette accanto a lei, come sempre logorroica. Mal la sopportava, ma chissà per quale strana alchimia, faceva sempre meno fatica ad apprezzarne l’affetto invadente e infantile. Stava imparando a discernere la mamma dalla donna, perciò, se alla prima non perdonava una certa superficialità, le debolezze e le prepotenze che l’avevano sempre ferita, della seconda poteva almeno riconoscerne e rispettarne la storia, l’umanità. Ancora una volta, Elsa, le raccontò di sé, ragazzina: la povertà, le umiliazioni, la paura dell’abbandono, quel senso di inadeguatezza che la faceva sentire stupida e brutta - le raccontò del lavoro nei campi, di sua mamma che si spezzava la schiena, della sua voglia di trasformare la vecchia cascina in una bella casa con il bagno piastrellato, con finestre grandi e uno spazioso terrazzo che poi non poté realizzare perché avrebbe dato fastidio al transito dei trattori.

Le campane della piccola chiesetta cominciarono a suonare, a morto. Madre e figlia si ricordarono del giorno in cui, molti anni prima, in un pomeriggio come quello, le avevano udite chiedendosi per chi stessero suonando, poi, trasalendo, avevano capito che suonavano per la povera nonna. Clotilde si rese improvvisamente conto che in un paese si sa sempre per chi suona la campana, non si è mai totalmente estranei, invisibili, e percepì un senso di appartenenza che non conosceva, o al quale non aveva voluto prestare attenzione.

Abbandonando la città dei suoi sogni aveva perso le amiche, una parte consistente della sua libertà, aveva scoperto la paura di essere giudicata, ma aveva ritrovato i suoi ricordi, le sue radici e forse, con il trascorrere del tempo, avrebbe compreso che il mondo è piccolo: una capocchia di spillo su cui, stringendosi un po’, si può anche ballare.

 

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