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Aggiornato Martedì 12-Nov-2013

 

 

“Una vita al ribasso, di sottrazione in sottrazione - ecco come si è imbrigliata la mia esistenza. Forse è andata come doveva, come spesso va: con il dolore chiuso in un cassetto, perché se te lo porti appresso, prima o poi ti ammazza. Un silenzioso massacro quotidiano che ha incollato le pagine senza permettermi di voltarle. Non ci si può accorgere di nulla quando si è dentro un tale disastro. Si pensa di vivere, meglio che si può, ma in realtà non è vero. Con il tempo, mettendo la giusta distanza, guardando indietro, tutto diventa chiaro, allora non resta che raccogliere i cocci e quando cominci non finisci più. Ma sto bene, sia chiaro, come si può star bene facendo i conti con una vita che si sbriciola, che perde i pezzi. Una vita senza orizzonti. Non ho che il presente, l'adesso fino a stasera - e l'adesso non concede posticipazioni.”

NN, sciolse le dita che aveva sino a quel momento intrecciato sulle ginocchia, fece leva sul bracciolo della poltroncina e si mise più comodo, un po’ di traverso. Il medico che doveva esaminarlo, terminò di scrivere e poi lo guardò da sopra gli occhiali con aria interrogativa.

“La gente colleziona, accumula, accatasta anche cose che non servono, di cui non gl’importa niente. Nel mucchio finisce di tutto: soldi, roba, figli, amori. Un brusio indistinto - la ricchezza dell’uomo conforme che giunto al capolinea può, attraverso il computo dei propri averi, reclamare un posto di tutto rispetto nell’aldilà. A me è capitato il contrario: per sopravvivere ho dovuto far spazio.”

Il medico continuava a guardarlo da sopra gli occhiali, di tanto in tanto battendo la punta della penna sul tavolo.

“Mi piacevano un sacco di cose, avevo molti interessi - ognuno di essi, però, mi rendeva diverso e il tempo per coltivarli era un tempo sottratto alla famiglia, alla vita sociale, al lavoro, a quello che si deve fare, insomma. Per cercare di sistemarmi, trovare pace, negli anni vi ho semplicemente rinunciato. Ma quelle stesse persone non erano mica contente, ancora non andavo bene - così, un po’ alla volta, me ne sono allontanato. Non è che se resti solo fai tanta strada, ti permettono di sopravvivere lasciandoti in pace. Non è che se ti comporti bene, non rompi le scatole, ti danno un premio...”
“Si spieghi meglio.”
“Cosa c’è da spiegare?”
“Si sente tradito?”
“Tradito no - ingannato.”

In gioventù, NN era stato un ragazzo speranzoso. Non che la famiglia lo avesse incoraggiato a rendersi autonomo, a trovare se stesso, ma in lui, a dispetto delle circostanze, era cresciuta la convinzione di potersi riscattare. Non aveva mai pensato di essere un genio, ma nel nulla che lo circondava lui almeno spiccava per creatività. A scuola e, più tardi, nei primi anni da adolescente in fuga, era stato persuaso di avere un qualche talento da mettere a frutto. Si era così affacciato alla vita d’adulto credendosi un’artista e all’arte aveva affidato il compito di rappresentarlo: se si fosse impegnato, se avesse insistito, ce l’avrebbe fatta, prima o poi avrebbe trovato la sua strada o una nicchia sicura in cui mettere radici.

Mentre il mondo gli passava accanto, perlopiù sprezzante, lui dipingeva - e faceva la fame. Sapeva che gli artisti non se la passano bene, che devono fare una lunga gavetta prima di essere riconosciuti come tali. Aveva fiducia, NN, e tanto entusiasmo - credeva in sé, nelle proprie capacità, credeva che il merito alla fine emerge sempre e se proprio non arricchisce, aiuta almeno a non morire d’inedia.

Passò trent’anni a dipingere, disegnare, scolpire, scrivere. Bussò ad ogni porta, dapprima con immodestia, poi con il cappello in mano - ma non bastò. Conobbe una quantità enorme di approfittatori e perfette nullità che ingrassavano, si facevano favori a vicenda e si spartivano la torta razziando anche le briciole. Era bravo, NN, la sua era arte vera, narrazione, ricerca, sperimentazione, vi era forza, bellezza e poesia, ma da questa staffetta tutta giocata tra parenti e amici degli amici, non avendo egli parenti e amici in corsa a cui raccomandarsi, era ovviamente escluso. Così, senza il becco di un quattrino e in ultimo anche senza casa, non potendo più acquistare i colori, non sapendo dove lavorare e dove appendere i quadri, prima smise di dipingere, poi, un poco alla volta, cessò il resto. Era rimasto senza voce, orfano di se stesso e fuori dal tempo.

NN, provò a risollevarsi, ma a cinquanta anni, partendo da sotto zero, non si va da nessuna parte. Non aveva più l’età nemmeno per fare il lavapiatti, o il manovale. Finì per rinunciare, trovò riparo in un’auto abbandonata in una discarica abusiva ed una sera, dopo essersi scolato una bottiglia di whisky rubata in un supermercato, pensò di pareggiare i conti dando fuoco al magazzino di un mercante d’arte che anni prima lo aveva lungamente umiliato, sfruttato e illuso. Non contento, danneggiò alcune auto costose e infine pestò a sangue due poveri carabinieri che, sottovalutandone la rabbia, avevano tentato di bloccarlo senza troppa convinzione.

Fu immediatamente ricoverato nel reparto di psichiatria. Abbondantemente sedato, rimase inerme per alcuni giorni, quando poi fu giudicato in grado di intendere e di volere, ebbe inizio il processo per direttissima. Quasi catatonico, non proferì parola. La condanna fu pesante, da scontarsi ai domiciliari dato che era incensurato, ma siccome NN una casa non l’aveva, fu trasferito in carcere in attesa di una sistemazione alternativa che non arrivò mai e che lui non sollecitò.

Sembrerà incredibile, ma se ne dimenticarono, poi, per puro caso, il nuovo direttore lo notò e volle capire chi fosse quell’ometto zitto che scarabocchiava frasi sconnesse sulla carta igienica. Riuscì solo a sapere per cosa era stato condannato e, con sgomento, scoprì che aveva trascorso in prigione tre anni oltre la data di scarcerazione.

Il medico gli chiese se avesse qualche parente da contattare.
“Nessuno, che io sappia.”
“Ha un posto dove andare?”
“No. Posso restare qui?”
“Non è possibile.”
“Potrei lavorare, dare una mano, gratis...”
“Non si può, non insista. L’affidiamo ai servizi sociali, vedrà che loro una sistemazione la troveranno.”
“Ho visto quanto gliene frega.”
“Nel suo caso c’è stato un errore, imperdonabile e incomprensibile ma in buona fede. Nessuna volontà persecutoria, mi creda. Però, anche lei ci ha messo del suo: perché non ha detto nulla?”
“Non avevo niente da dire, dottore, e poi qui sto bene: ho un letto, mangio, bevo, non mi manca nulla.”
“Capisco, ma lei ha ampiamente saldato il suo debito con lo Stato, qua non può restare.”
“Io ho pagato il mio debito, ma lo Stato pagherà il suo?”
“Non faccia polemiche inutili.”
Il medico terminò di scrivere, firmò e timbrò il foglio consegnandogliene una copia. “Tutto a posto. Può andare.” - disse, ma poiché NN esitava, dovette insistere: “Vada, su, e stia tranquillo, vedrà che tutto si sistemerà.”

“Maledetto bugiardo.” - sussurrò NN, ma l’altro che era già chino su un nuovo incartamento, non sentì altro che il rumore della sedia trascinata sul pavimento.

 

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