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Aggiornato Venerdì 09-Nov-2012

 

 

Betta chiuse gli occhi, si concentrò sui rumori che la circondavano: le onde, i gabbiani, il vento. Il sole era caldo e dolce sulla sua pelle. Si sentiva serena, in pace, finalmente. Avrebbe voluto fermare il tempo, quell’attimo preciso, perfetto, pieno di luce e armonia.

Non le capitava spesso di potersi concedere un po’ di solitudine, vera. I ragazzi, il marito, i parenti, gli amici, le faccende di casa. Una vita che non le corrispondeva più, se mai le era corrisposta, che le aveva fatto dimenticare i suoi sogni, le sue aspirazioni, che l’aveva portata lontano da se stessa.

Stentava a ricordarsi l’ultima volta che si era sentita così bene. Forse da giovane, prima del fidanzamento, certamente prima di rimanere incinta e sposarsi. In seguito non aveva più potuto trascorrere un solo giorno di tregua.

La gravidanza difficile, l’esagerata protettività dei genitori, l’invadenza dei suoceri, Luca onnipresente, geloso e possessivo, le amiche in festa, eccitate, perché lei era la prima che si sposava, la prima, soprattutto, che aspettava un bambino.

Betta, con il suo bel pancione, non voleva smettere di studiare. Non provava vergogna. Si sentiva forte, sana, ma i medici avevano disposto diversamente: doveva riposarsi, evitare strapazzi e stress. Così, si ritrovò segregata in casa e non ne uscì più, non da sola, almeno, e non per un tempo che le fosse sufficiente per sentirsi ancora libera di decidere per sé, in autonomia.

All’inizio aveva provato a ritagliarsi un po’ di spazio, aveva provato a coltivare i propri interessi, ma pareva una congiura, sembrava che tutti si fossero messi d’accordo per farla sentire sconsiderata, inadeguata.

Ognuno faceva leva sui suoi sentimenti, sui sensi di colpa, sul fatto che le persone mature, consapevoli, fanno delle scelte e se ne assumono la responsabilità. Aveva una famiglia, un marito - non era più il tempo delle ragazzate, dei capricci. Anche se giovanissima, era una donna con dei compiti precisi. Le sue priorità erano altre, ormai - doveva prenderne atto e smetterla con quelle puerili rimostranze. Betta aveva chiesto perché Luca non dovesse modificare il proprio stile di vita, potesse continuare ad andarsene in giro con gli amici, fare sport e quant’altro. «Sei tu incinta, mica lui. Tu dovrai prendertene cura, dovrai badare ai figli e alla casa. Mica lui. Lui non vi farà mancare nulla, lavorerà sodo per voi, avrà ben diritto a svagarsi un po’, e poi è un uomo, Betta, possibile che sia tanto difficile da capire?», non era difficile da capire, ma da accettare, sì - tuttavia, per non scontentare nessuno, aveva ceduto.

Quando Betta e Luca si trasferirono nella loro casa da sposati, i libri, i dischi, i colori e i pennelli rimasero nella sua cameretta, nell’appartamento dei genitori. Luca, naturalmente, non fece altrettanto - e il garage si riempì di scatoloni e borsoni. La sua vita lo aveva seguito, senza soluzione di continuità.

Erano trascorsi venti anni. Nel tempo si erano aggiunti altri due figli, un paio di traslochi, la calvizie e i silenzi di Luca, parecchie auto, qualche moto e qualche lutto, un tot imprecisabile di piccoli acciacchi e circa venti chili finiti tra le tette e le ginocchia, di Betta.

Una mattina si era svegliata e guardandosi nello specchio non si era riconosciuta.

Dov’era finita quella ragazza che studiava al Liceo Artistico, che voleva girare il mondo, magari diventare fotografa freelance? Dov’erano finiti i suoi lunghi capelli neri? La sua pelle liscia e vellutata? Dov’erano i figli per i quali si era sacrificata? Dov’era l’uomo per il quale aveva rinunciato alla sua vita? E dov’erano tutti gli altri, quelli che sapevano sempre cosa avrebbe dovuto fare per essere come doveva?

Nello specchio vedeva solo una donna appesantita, brutta e vecchia, e si chiedeva perché sua madre non le avesse mai dato un’impressione simile, nemmeno quando appesantita e vecchia lo era diventata davvero. Pensò che sua madre era stata felice, che non ci si abbrutisce se si fanno scelte sincere, se non si deve rinunciare a se stessi, e allora gli anni non trasfigurano, scivolano addosso lasciando il profumo buono dell’esistenza vissuta in pienezza, nella sicurezza, nella certezza di avere avuto senso, di averne dato.

Non riuscì a trattenere le lacrime. Scoppiò in un pianto a dirotto come non era mai accaduto prima. Singhiozzò, ferita a morte - senza mai distogliere lo sguardo da quella faccia sconosciuta. Poi si ritrovò in strada, ancora piangente, che guidava verso il mare.

Le onde carezzavano la sabbia. Il sole carezzava lei. Quello era Amore, l’Amore assoluto che aveva immaginato da ragazzina e poi scordato.

Aprì gli occhi. Pensò che se almeno non avesse rinunciato a momenti come quello, avrebbe forse avuto un’esistenza migliore, ma poi capì che la gioia è nulla senza il dolore, capì che quanto più grande è il dolore, tanto più le piccole cose infondono felicità. Sorrise pensando al cinismo di Luca che certamente avrebbe chiuso il discorso con uno dei suoi soliti luoghi comuni, una di quelle frasi che sempre le facevano passare la voglia di ribattere. Chi si accontenta gode - già.

Si sgranchì le gambe, sollevò le braccia tendendole verso il cielo. Si tolse le scarpe e raggiunse la battigia. L’acqua era fredda e l’aria si era fatta pungente. Si chiese che ore fossero, ma si accorse di non avere al polso l’orologio. Se ne rallegrò infinitamente.

Passeggiò sino al tramonto, giocando con le onde, studiando le proprie orme e quelle lasciate da chissà chi. Raccolse conchiglie e rami scolpiti. Infine tornò verso l’auto.

 

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