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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Caro Gabriele, sono dispiaciuto della discussione dell’altra sera, dispiaciuto, soprattutto, che per te sia ancora così difficile capire nonostante ci si frequenti sin da ragazzi.

Il vittimismo di cui ti lagni e di cui ci accusi, ha origini innegabili, ineludibili, radicatissime e giustificate, è una conseguenza dell'oppressione passata e presente, dello stigma sociale, del condizionamento culturale e dell'omofobia interiorizzata che affligge etero e omosessuali, indifferentemente.

Se mi riconosco vittima, posso spiegare l'esistente, riesco persino a sopportarlo senza per forza dover entrare in conflitto con la cultura che mi ha formato e l'ambiente in cui vivo. Posso starmene ferito, spaventato, a non far nulla, o posso reagire, chiedere d'essere risarcito. In quanto vittima, posso credere di essere migliore dei miei aguzzini, di chi mi giudica, disconosce o aggredisce. Posso credere e identificarmi in tutte le castronerie che si dicono su quelli come: pervertiti, sì, contronatura, ma anche più sensibili, più intelligenti, più colti, più ricchi, più eleganti, più creativi, più simpatici, ecc. In quanto vittima, inoltre, faccio parte di una categoria, di un gruppo sociale con una sua precisa storia e identità. In quel gruppo mi sento capito, protetto, trovo me stesso, le mie radici, la forza di andare avanti. Sapere di esserne parte mi aiuta a fare i compromessi che mi sono necessari per sopravvivere, costruirmi delle sicurezze e una posizione. In quel gruppo partecipo a inventare e tramandare linguaggi, messaggi, comportamenti decodificati grazie ai quali si crea uno spazio fisico e virtuale in cui possiamo incontrarci, ritrovarci, per condividerli ed esprimerli. Qualcuno lo chiama "ghetto", per me è solo un luogo dove nessuno viene a sputarmi in faccia se abbraccio il mio compagno, dove posso burlarmi di me stesso e del mondo secondo i miei schemi e modi, divertirmi cercando di non pensare al peso della mia esistenza. Un luogo esclusivo, in cui entra solo chi vogliamo, che nessuno deve discutere, negare, dove ho l'illusione di contare qualcosa e posso fingere di avere una vita favolosa o semplicemente normale, simile a quella degli altri, quelli che non capiscono, accettano, non solo eterosessuali.

Vedi, Gabriele, quand'ero bambino non sapevo nulla di cosa avrei dovuto fare, essere, volevo soltanto diventare me stesso - sono stato umiliato, ridicolizzato, ho preso tante botte per questo. Non so se ero già omosessuale, come faccio a saperlo, però hanno avuto terrore che lo fossi e hanno cercato di reprimermi con ogni mezzo. Mi hanno riempito la testa di stupidaggini, menzogne, allevato a minacce e scherni, talvolta con pietà, più spesso senza - ne ho tratto sensi di colpa, paure, vergogne e insicurezze dalle quali non guarirò mai anche se ho imparato a conviverci, se fingo di averle superate. Non ero il bambino perfetto che si aspettavano, il bambino da amare e proteggere. Ero il figlio strano, malato, inadeguato, da persuadere, raddrizzare, giustificare, nascondere, punire, perdonare. L’ho già detto, non so se ero omosessuale, ma certo, se mi avessero lasciato libero di essere me stesso, non avrei sofferto così tanto e oggi, forse, sarei una persona migliore.

Non è paranoia, Gabriele. Io penso di essere una vittima perché la sono.

Nessun eterosessuale sarà mai accusato di essere un deviato, indegno, pernicioso, debole, immeritevole cristiano, nessun eterosessuale sarà mai offeso, si vedrà negare un posto di lavoro a causa del suo orientamento sessuale, sarà licenziato, ricattato, picchiato, stuprato, ucciso per questo. Potrà sposarsi, fare e adottare figli, assistere il coniuge malato e decidere per lui, ereditare i suoi beni, subentrargli nell'affitto, potrà ricevere assegni familiari, ottenere permessi e trasferimenti, potrà persino donare il sangue e gli organi senza generare allarmismo, sospetto. Le famiglie, gli amici, i conoscenti, i colleghi gli saranno accanto con compiacimento, accoglieranno le persone che ama e se ne interesseranno, lo aiuteranno a sistemarsi. Credi che noi si riceva il medesimo trattamento? Lo sai che se bacio il mio compagno per strada, subito qualcuno si sente in diritto di insultarmi? Lo sai che al ristorante le persone cominciano ad alzarsi e andarsene se capiscono di stare nella stessa stanza con un omosessuale? Lo sai che se cerco una casa in affitto è meglio che finga di essere eterosessuale? Lo sai che ci sono locali dove non posso entrare perché i gay non sono graditi? Lo sai che se sporgo denuncia per un'aggressione omofobica probabilmente non otterrò soddisfazione? Lo sai che se faccio certi mestieri possono cacciarmi perché la mia omosessualità è una giusta causa per il licenziamento? Lo sai che a scuola e nei luoghi di lavoro gli omosessuali sono presi di mira e nessuno si scandalizza? Lo sai che tra gli omosessuali, specie adolescenti, la percentuale di suicidi è altissima ma tutti negano, voltano la faccia dall’altra parte? Lo sai che gli omosessuali sono stati perseguitati e sterminati dai nazifascisti ma ancora lo si omette o dice sottovoce, quasi non fosse vero, grave come negli altri casi? E allora, non siamo vittime per davvero? Cos'altro deve subire un persona per esserlo? E cosa deve fare per non essere accusata di approfittarne, autocommiserarsi? Morire, sparire? Forse sì.

Ecco, ti ho spiegato perché non devi avercela con me se talvolta la paura mi paralizza, se mi arrabbio perché non posso godere dei tuoi stessi privilegi, se perciò difendo la mia diversità, i miei spazi e la mia cultura anche se ti sembrano cose stupide o scioccanti, se difendo persino le mie imbecillità, insensatezze e inconcludenze, se una volta all'anno canto e ballo sfilando in parate che danno così fastidio e di cui, ammetterai, Tv e giornali mostrano solo gli eccessi.

Ti ho spiegato perché sono simile a te, ma tanto, tanto differente - non perché piaccia a entrambi o perché sia vero, ma perché tu hai legittimità, diritti che io non ho. È questo crea l'abisso che ci separa, che ci mette gli uni contro gli altri.

Dici che vi teniamo fuori, che non vi aiutiamo a dialogare, conoscere – forse hai ragione, Gabriele, ma io, personalmente, non ne ho colpa. Io, come la maggior parte di quelli come me, non m'interesso di politica. Vivo, meglio che posso - nello sforzo quotidiano che mi costa nascondermi ma non troppo, avere buone relazioni senza dar troppa confidenza, essere più bravo degli altri per guadagnarmi la loro stima, tolleranza, per meritare di non essere preso a calci.

È tutta la vita che lotto per essere benaccetto nonostante l’omosessualità, non mi gioco il poco che ho esponendomi più del necessario, svelando i miei segreti, i miei trucchi per sopravvivere. Dimmi, Gabriele, anche tu lotti da una vita per essere benaccetto nonostante l’eterosessualità? Capisci perché fai tanta fatica a comprendere? Non potrai mai immedesimarti completamente nella mia condizione perché ci sono cose talmente distanti da quello che conosci o puoi tentare d’immaginare, da renderlo quasi impossibile – tuttavia, uno sforzo in più dovresti farlo: non sei stupido, né ignorante o insensibile - da un amico me lo aspetto, lo pretendo. Ma non ti azzardare a compatirmi, non ci provare! Compatisci piuttosto quelli che ci condannano alla marginalità, che hanno fatto di noi il diverso da normalizzare, il nemico da combattere o il malato da curare. Compatisci te stesso se dopo tanti anni di amicizia fraterna, confidenze e condivisioni, sei ancora a questo punto.

Non voglio le tue scuse - so quanto sei orgoglioso. Voglio la tua fiducia incondizionata e voglio continuare ad averne - in te. Non lasciarmi solo. Ascolta il tuo cuore – io non ho mai smesso di farlo, né mai smetterò.

 

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