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Aggiornato Venerdì 09-Nov-2012

 

 

«Senti, tesoro, te l’ho gia detto e ridetto: non voglio che tu lasci le scarpe in giro per casa, non lo sopporto!».

Pino s’infilò le ciabatte e poi, senza nemmeno lavarsi le mani sporche di terra, andò in cucina e bevve alcune sorsate di latte direttamente dalla confezione.

«Ma allora lo fai apposta! Guarda come l’hai conciata... e fatti una doccia, sei lercio da fare schifo.»

Pino andò in salotto, accese la TV e crollò sul divano.

«Almeno la tuta potresti levarla! Ti ho stirato il cambio, accidenti, ma che ci vuole a cambiarsi quando si rientra dal lavoro? Tu mi farai impazzire! Cosa credi che io sia, la tua serva?»

Pino si alzò. Raggiunse la finestra e guardò dall’alto il campo. Aveva fatto un bel lavoro, nessuno avrebbe capito.

«E poi, quanta fretta. Occorreva per forza arare oggi? Ti avevo chiesto di accompagnarmi a fare due commissioni, ti avevo chiesto di aggiustare lo scarico del lavabo, di stendere i panni, mica ti viene l’ernia se ogni tanto mi dai una mano!»

Pino si sbottonò la camicia e la lasciò cadere in terra, i pantaloni finirono sul letto in camera, le mutande lungo il corridoio. Riempì la vasca di acqua calda, largheggiò con il bagno schiuma per fare un’abbondante, soffice schiuma, quindi s’immerse - spossato ma lieto.

«Dio mio, Pino! Ma ti sembra il modo? Devo sempre venirti dietro. E poi, tutto quel bagno schiuma, tutta quell’acqua, la pensione del tuo povero babbo non serve mica a questo!»

Si accese una sigaretta aspirando profonde boccate di fumo e scuotendo la cenere sul pavimento, infine strinse la cicca tra il pollice e l’indice lanciandola contro la parete.

«Sei un maiale, Pino. SEI UN LURIDO MAIALE!»

Uscì dalla vasca e s’infilò l’accappatoio. Poi, gocciolando per tutta la casa, andò in camera della madre e si mise a rovistare tra le sue cose.

«Beh, cosa ti credi di fare adesso? Ma oggi cos’hai, ti sei ammattito? Guarda che se cerchi i soldi finisce male!»

Pino trovò la grossa scatola di latta in cui la madre custodiva tutti i risparmi di una vita, quelli suoi e quelli del marito, buonanima. Entrambi avevano paura che le banche glieli avrebbero fatti sparire, prima o poi, quindi preferivano tenerli in casa.

Li rovesciò sul letto. Erano quasi tutte banconote da 500 euro. Ce n’erano tantissime, molte di più di quelle che si aspettava. Un fremito lo attraversò e pieno di eccitazione cominciò a contarle.

«Che intenzioni hai? Lascia stare i miei soldi, ti proibisco di toccarli!», si avventò contro il figlio ma lui non se accorse. Lo colpì con tutte le forze che aveva, ma lui nulla. Quando Pino ebbe finito di disporre le banconote in mazzetti da dieci mila euro, balzò in piedi, si mise a saltare come un pazzo, rise e cacciò un urlò tremendo. Non aveva mai visto tanti soldi tutti insieme. «Brutta stronza, e non volevi comprarmi lo scooter. Altro che scooter, ora mi compro la macchina, una Ferrari mi faccio!», esclamò cominciando a battere i denti.

«Servivano per acquistare una casa quando ti fossi sposato. Ma figuriamoci se tu ci pensi a queste cose. Asciugati i capelli, tesoro, altrimenti ti prenderai un accidente...» e corse ad accendere il riscaldamento.

Pino, rimise i soldi nella scatola e la scatola nell’armadio. Riempì un secchio di acqua bollente e varechina, cercò gli stracci e uno spazzolone, quindi si mise a pulire il sangue dal pavimento della cucina. Ce n’era molto, dovette faticare prima di riuscire a eliminarlo. Lavò e sciacquò un’infinità di volte, pulì anche i mobili e le piastrelle schizzate, smise solo quando fu certo che non ne fosse rimasta traccia. Intanto si era fatto tardi, il sole era quasi sparito all’orizzonte.

Buttò in un sacco l’accappatoio, le ciabatte, la tuta da lavoro, le scarpe, gli stracci, qualsiasi cosa fosse sporca di sangue. Si mise il cambio stirato di fresco e scese in cortile. Accese il forno. Bruciò tutto, assicurandosi di fare le cose per bene.

L’aria era fredda ma lui, accanto al fuoco, non poteva sentirla. L’indomani avrebbe seppellito la cenere, poi avrebbe distrutto il forno e ne avrebbe ricostruito un altro, più grande e bello, moderno. I suoi amici ne sarebbero stati felici. «Vedrai che grigliate, questa estate...», pensò.

Tornò in casa e, data l’ora, come d’abitudine, andò ad avviare il riscaldamento. «Che strano,» - sussurrò - «è già acceso. Quella rincoglionita. Vuoi vedere che ieri sera si è dimenticata di spengerlo? E poi mi scassava la minchia a me se mi lamentavo per il freddo. Va là che ora non rompi più il cazzo a nessuno!» e fu sul punto di chiedere cosa ci fosse per cena, ma le parole gli rimasero in bocca.

«Dure a morire le abitudini, vero? Si fa più fatica che con le persone - quelle una botta e via, gli spacchi la testa, le seppellisci in un campo, e non ci sono più. Anche con i soldi si fa presto - finiscono, prima di quanto credi. L’hai fatta grossa e stavolta io non potrò levarti dai guai, ci hai pensato?»

Pino si guardò intorno. La casa era insolitamente buia, silenziosa. Opprimente.

Si chiese cosa potesse finalmente fare, quale sfizio potesse finalmente levarsi, ma non riuscì a darsi una risposta.

 

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