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Aggiornato Venerdì 09-Nov-2012

 

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

 

Mariam accese il computer e scaricò la posta. Tra le mails perlopiù pubblicitarie che ricevette, trovò un comunicato che invitava a partecipare a una manifestazione di solidarietà con il popolo Rom. Un’altra parlava dell’emergenza razzismo riportando alcune deliranti esternazioni pubblicate dai giornali e su internet. Una di queste, riferita a un immaginifico quanto improbabile suicidio dei popoli europei, recitava: «La mafia sta al cancro come la criminalità zingaresca a una infezione, quella degli zingari è una invasione. Una pericolosa invasione allogena». Mariam ricordò le dichiarazioni di Alemanno dell’8 Maggio in cui, sulla questione campi nomadi abusivi, sosteneva che occorreva «fare in modo che ci sia una prospettiva per eliminarli tutti». Chi, i campi o i nomadi? Non era una sprovveduta, non la stupiva la malvagità e l’assurdità della situazione che mass-media e politici avevano montato ad arte intorno al falso problema dei Rom e dell’immigrazione clandestina - nulla di nuovo, in effetti, come al solito puntavano il dito sul nulla per distogliere l’attenzione dalle vere emergenze e gli italiani ci cascavano, ancora, perché, in fondo, settant’anni non erano bastati a cambiarli, renderli migliori, tutt’altro -, ciò che la preoccupava era il clima di legittimazione che autorizzava chiunque a sputare veleno, a invocare epurazioni, restrizioni e censure, a farsi promotore di spedizioni punitive e ronde notturne. In questo clima, più si seminava disprezzo, più si guadagnavano popolarità e consensi. Un film già visto, una storia che affondava i suoi tentacoli mortali nel purulento humus del nazifascismo europeo della prima metà del secolo scorso. Mariam pensava che se s’imbocca la strada per l’inferno, poi non si può tornare indietro.

Sulla questione Rom e, più in generale, sulla questione delle diversità che tanto turbano i cittadini uguali di ogni paese, Mariam si sentiva come una pentola a pressione dimenticata sul fuoco: o saltava il coperchio o saltava lei.

La sua conoscenza delle cause e degli effetti della discriminazione che colpisce certi anziché altri, era antica, reiterata, diretta e personale, molto personale.

Non era sua abitudine metterla troppo sull’autobiografico, non quando scriveva di cose serie che riguardavano tutti, e nemmeno quando si dedicava alla narrativa con lo scopo di dire qualcosa che fosse importante non solo per se stessa. Ma non era più il tempo dell’equidistanza, dei sofismi, delle ricercatezze linguistiche e stilistiche, dei paraventi ideologici e dei salamelecchi, non era più il caso di arrampicarsi sugli specchi per rendere comprensibile e condivisibile un ragionamento, un racconto - o si era sensati, o non lo si era. O si capiva, o non si voleva capire. O si stava da una parte, o si stava dall’altra. Quelli un po’ qui e un po’ là non esistono, sono una comoda invenzione delle cattive coscienze.

«Partirò da me,» - sentenziò - «lo farò dall’inizio, tralasciando le vicende più minute - non voglio dilungarmi, perdermi in dettagli che in fondo non aggiungerebbero nulla. Non ne posso più di tutta questa ipocrisia, di questa indifferenza e questa violenza, di questa falsa cecità. Non ne posso più del populismo, del nazionalismo, del regionalismo, della difesa del portafoglio e delle sedicenti origini genetico-culturali di chicchessia. Voglio di/mostrare che viviamo in un pogrom sempiterno in cui, prima di colpire le comunità sgradite, utili o non più tali, ci si accanisce e si fa pratica sui singoli individui, non necessariamente stranieri e delinquenti. Ci si accanisce e si fa pratica su certi, dall’alto verso il basso, perché, semplicemente, a qualcuno deve toccare - e se un nemico non c’è (e non c’è mai, non è mai reale), s’inventa, sparando nel mucchio, fra quelli che immaginiamo non siano come devono o li vorremmo, su quelli che, talvolta, odiamo soltanto perché sono come non saremo mai.»

La chiamava la vendetta degli idioti e pensava che, ciclicamente, essi tornassero a organizzarsi per fare piazza pulita, stabilire un ordine che fosse loro favorevole, accaparrarsi e spartirsi le libertà, le speranze e le illusioni degli altri, tornare a essere la maggioranza che decide chi vive e chi muore. L’ultima volta che l’avevano fatto, sessanta milioni di persone erano morte lasciandogli il posto. Si erano presi tutto: le case, i mestieri, le carriere, le ricchezze, le idee, la vita. Alla fine, gli idioti avevano perso la guerra, non il potere, né la possibilità di determinare il futuro, di deciderlo in combutta con i vincitori. Il presente era l’ovvia conseguenza del passato, di quella follia sanguinaria.

"Sin tanto che non avremo compreso le lezioni che la storia insegna, saremo costretti a ripetere i medesimi errori/orrori. Circa settant'anni fa, i proscritti etnici, culturali, politici e fisici, dopo essere stati privati di ogni bene e diritto, finivano nelle camere a gas o morti ammazzati per strada, come cani. In forma diversa, certo, ma la storia è destinata a ripetersi, perché nulla abbiamo imparato, capito. Ogni volta che si affida all'oblio la memoria, il ricordo di qualcuno che ha subito un torto, ogni volta che si tace o nega la verità su ciò che è accaduto e accade, si condanna qualcun altro a subire il medesimo trattamento". Potevano gli idioti di allora, e possono oggi gli idioti che essi hanno generato, permettere alla memoria, alla consapevolezza, all’onestà e alla bellezza di avere il sopravvento, di buggerarli e ricacciarli indietro? Certo che no.

Mariam li conosceva, sapeva di cosa erano capaci, quanto potessero essere persuasivi, malvagi, senza dubbi e pietà. Suo padre era stato uno di loro, gran parte delle persone che aveva conosciuto e che conosceva lo erano o fingevano d'esserlo.

Prese carta e penna e cominciò a scrivere, di getto.

 

Sono stata una bimba taciturna e timidissima, del tutto inerme. All’asilo, i miei compagni se ne approfittarono prendendomi di mira. Un giorno mi chiusero fuori dal bagno per impedirmi di usarlo e poiché ero incapace di chiedere aiuto, alla fine me la feci addosso. Mio padre, contrario persino a farmi avere un’educazione scolastica, se ne servì per tenermi a casa.

Alle elementari stessa musica. Mi prendevano la merenda e se la mangiavano sotto il mio naso. Nel 1970, le sezioni suddividevano ancora gli alunni in base alla classe sociale di appartenenza. La sezione A ospitava i più abbienti, in vista. Io ero iscritta alla sezione D. Con la maggior parte dei miei compagni avevo in comune le umili origini, ma nella mia classe c’erano anche gli eredi di alcune famiglie della piccola borghesia, perlopiù figli di bottegai e qualche colletto bianco. I miei vessatori appartenevano a questa aggressiva e arrogante minoranza, come la maestra, un’attempata virago al culmine della frustrazione perché declassata a istruire bambini che, data la provenienza sociale, erano a suo avviso certamente affetti da tare ereditarie mentali e comportamentali immodificabili. Intorno agli anni Trenta, gli eugenetisti le avrebbero dato senz’altro ragione. Dopo qualche settimana senza merenda, mamma si accorse che qualcosa non andava e non senza fatica mi convinse a dirle cosa subivo. Non volevo che facesse una cagnara, temevo ritorsioni e supplementi di offesa, ma lei non si trattenne. Il giorno dopo mi accompagnò, affrontò i tre ragazzini redarguendoli severamente, poi, di fronte a tutti, se la prese con la maestra. I bambini dimenticano, crescono, spesso trovano un modo e un motivo per farlo. Gli adulti, no. Negli anni seguenti subii dalla maestra ogni sorta di umiliazione e punizione, tentò persino di persuadere i miei genitori a mandarmi in una scuola differenziale (destino a cui la mia migliore amica e altri non riuscirono a sottrarsi), infine, unico caso della mia classe e sebbene non fosse così necessario (c’era di peggio), in quinta mi rimandò a settembre e per un pelo non dovetti ripetere l’anno.

1976, scuola media inferiore, sezione D - neanche a dirlo. I problemi a casa mi distoglievano dallo studio, perciò il mio rendimento scolastico non migliorò, tuttavia, emerse (e fu notato) il mio talento per le arti (disegno, musica), per le applicazioni tecniche e per l’italiano. Mi guadagnai la fama di ragazzina strana ma particolarmente creativa, dotata d’ingegno, abilità manuale e un insolito quanto autonomo spirito critico. Con la fama ottenni un po’ di rispetto e mi feci tre buoni amici: i “secchioni” della classe, gli unici che provenivano da famiglie medio borghesi, molto benestanti. La nostra amicizia fu tale da superare qualunque differenza, formale e sostanziale - ma ciò fu possibile solo perché potemmo conoscerci e frequentarci a lungo, perché lo scambio umano e intellettuale era profondo e paritetico, perché, compensandoci, eravamo reciprocamente interessati gli uni agli altri. Nelle ore interdisciplinari, a contatto con gli alunni delle altre sezioni, soprattutto durante le lezioni di ginnastica, il classismo e i pregiudizi che sempre lo giustificano, emergevano prepotentemente, trionfavano. Non essere perfettamente omologati, vestiti in un certo modo, con abiti di certe marche, non avere i genitori di un certo tipo, con certi tipi di automobili, con certe abitudini e tenori di vita, era una discriminante insuperabile. Con la mia tuta da ginnastica acquistata al mercato, il mio disinteresse per le voglie dei ragazzi e la stupidità delle ragazze, ho attraversato quegli anni guardando il mondo da lontano, aspettando il giorno in cui, finalmente, avrei trovato il posto giusto in cui collocarmi, in cui sentirmi a mio agio. Tanto sana, “normale”, non potevo essere - ma forse, là fuori, c’erano altri come me.

L’ingresso repentino nel mondo del lavoro fu traumatico, ma inevitabile. Nel 1978, avevo 14 anni, una madre da salvare dal suicidio e due sorelle da sfamare e mandare a scuola. Trovai lavoro presso un bar/pasticceria del centro. Sgobbavo dieci, dodici, quattordici ore al giorno, scaricavo i camion che ci rifornivano, non ero assicurata, non avevo ferie, né malattia, mi spettava un solo giorno di riposo e le feste le trascorrevo lì, lavorando. Approfittando del bisogno disperato di soldi che avevamo, il primo mese ricevetti dal padrone novanta mila lire, il secondo me ne diede cento. Avrei dovuto ringraziarlo. Un anno e mezzo dopo riscossi l’ultima paga (duecentocinquanta mila lire) e gli feci vertenza, ma poiché nella mia beata inesperienza mi ero rivolta al sindacato che con i padroni andava a braccetto, ottenni soltanto una piccola liquidazione e parte dei contributi previdenziali che non aveva versato. «E’ sempre meglio di niente» - disse mamma, e si mise i soldi in tasca.

Mia madre si ristabilì e cominciò a lavorare. Trovammo un alloggio. Ormai ero pronta per tagliare il cordone ombelicale e a poco a poco diventai sempre più ribelle, insofferente agli obblighi, alle regole e alle imposizioni: scalpitavo, volevo vivere, dipingere, trovare i miei simili, unirmi a loro. Finalmente mio padre morì e l’anno dopo mi ritrovai in mezzo a una strada, cacciata di casa. Non servivo più.

Ero spaventata, ma per la prima volta potevo essere me stessa, potevo fare quello che volevo, sino in fondo. La libertà vale il prezzo che chiede. Lo pensavo allora e talvolta lo penso adesso.

Mi unì a un gruppo di giovani impegnati nel sociale. Facevamo politica, teatro, pensavamo di condividere le stesse idee, di certo condividevamo gli stessi sacchi a pelo, lo stesso fiasco di vino e, talvolta, anche la stessa ragazza. Era entusiasmante. Poi capì che loro una casa l’avevano, avevano una famiglia in cui tornare, una rete di relazioni parentali e amicali di protezione su cui fare affidamento, un lavoro e un futuro segnato o prossimo a esserlo. Io no. Ero senza futuro - lì per caso, come uno straniero arrivato da chissà dove, sprovvisto di ogni cosa. La mia vita era tutta da costruire, inventare - partendo da zero. Non avere denaro, un tetto, prospettive, qualcuno su cui contare, che sappia e voglia aiutarti nella consapevolezza che non riceverà nulla in cambio perché niente c’è da prendere, ti sbatte faccia a terra e a un certo punto ti svegli, cominci a capire quando, in che modo e a quale scopo agiscono i tuoi simili, capisci che la strada è in salita, per te, che non puoi aspettarti nulla e se non accetterai compressi che i più hanno già fatto o potranno risparmiarsi, probabilmente non sopravvivrai.

Inaspettatamente ebbi una proposta di lavoro da un importante teatro con cui avevo collaborato come attrezzista durante l’allestimento di alcune opere liriche. Concordammo tempi e modi del mio incarico ma poco dopo ricevetti una laconica telefonata attraverso la quale mi si informava che c’era stato un equivoco: i nostri rapporti potevano considerarsi conclusi. Più tardi scoprii la ragione di quell’improvviso cambiamento: qualcuno si era preso la briga d’informarli circa il mio orientamento sessuale, invero all’epoca non ancora così definito e definitivo, e la cosa non era affatto piaciuta.

Avevo diciassette anni e nessuna esperienza diretta di forme manifeste di omofobia. Il colpo fu durissimo da incassare. Ma reagii e subito tentai d’iscrivermi a un importante corso di scenografia che si teneva in zona. La mia domanda fu respinta. Il motivo era sotteso e semplice: in quanto lesbica malamente sponsorizzata, nessuno degli organizzatori, maschi, aveva un buon motivo per volermi tra i piedi. Pur di parteciparvi proposi di lavorare con la paga dimezzata. Accettarono. Per riuscire ad arrivare in fondo al corso, dovetti elemosinare ospitalità, pranzi e cene. Ce la feci, distinguendomi, tra l’altro, per le mie abilità e il mio zelo. Terminato il corso fui l’unica a decidere di partire per la tournée come volontaria, gratis. Gli altri (i preferiti, gli eletti) incassarono la paga e se ne tornarono a casa.

Sì, avrei voluto scendere a compromessi, ma non ne sono stata mai capace e quando ci ho provato non è servito a nulla. Lasciai perdere il teatro.

Nelle arti grafiche non è andata meglio. Ho visto gente che non sapeva tenere in mano una penna passarmi avanti, ottenere incarichi, commissioni. Una volta, un sedicente grafico si guadagnò il nome sulla copertina di un libro presentando al posto di un bozzetto la fotocopia di un dipinto famoso. Era un buon amico dell’editrice. Alla fine degli anni Novanta mi rassegnai e smisi anche di disegnare.

Sposarsi, umiliarsi, mortificarsi, prostituirsi - sopportare subalternità e ricatti per un tozzo di pane, una posizione socialmente riconoscibile e riconosciuta, dimenticare se stessi, chi si è, per qualche soldo, un tetto, la promessa e la speranza di poter, un giorno, riappropriarsi di quello che ci è stato tolto o noi stessi abbiamo disconosciuto, svenduto, perduto, credere ciecamente, stoltamente a un tale inganno. No, giuro, non ho potuto. Per questo sono diventata una disoccupata cronica, per questo ho abitato quindici anni in una cantina di venti metri quadrati, senza bagno, gabinetto, finestre: perché se non volevo rinnegare me stessa, di più non potevo permettermi.

Dopo due anni senza un posto in cui vivere, finalmente trovai una cantina a buon prezzo. Cento mila lire al mese. Volevo un posto che fosse innanzitutto uno studio, da cui partire, con calma, alla ricerca di una sistemazione migliore. Appena trasferita, nel 1983, cominciarono le delazioni. Il quartiere si prese la briga di raccogliere le firme per farmi allontanare. Una ragazza, sola, certamente drogata, forse puttana, senza lavoro, famiglia, in uno scantinato - incomprensibile e insopportabile. Io dipingevo, disegnavo, mi sfinivo di lavoro e tentavo con tutte le mie forze di affermarmi se non come persona, almeno come artista. Il mio studio/abitazione era un porto di mare: ricevevo visite giorno e notte, tutti dicevano che a star lì si perdeva la cognizione del tempo e dello spazio. A molti faceva comodo un posto dove andare nei giorni di pioggia, tra un impegno e l’altro, un posto dove ascoltare strani discorsi e buona musica, dove, nonostante l’indigenza della padrona di casa e la mancanza di spazio, un letto, qualcosa da mangiare e bere lo rimediavano sempre, dove non erano tenuti a elargire favori, gentilezze. Certo, non ero una persona dalla quale potessero aspettarsi chissà cosa, ma almeno non erano costretti a frequentarmi.

Credevo davvero che quel tipo di vita fosse provvisorio. Non avrei mai potuto immaginare che non mi sarebbero bastati 44 anni per farmi accettare, né mai avrei immaginato che mi sarei ritrovata a scriverne. Erano altre le cose a cui aspiravo e altre, nonostante tutto, sono le cose che ancora vorrei fare.

Verso la seconda metà degli anni Ottanta, dunque, entrai in contatto con i primi veri e propri gruppi gay, in particolare lesbici. Sino ad allora non avevo mai fatto esperienze analoghe. In passato avevo frequentato persone omosessuali, ma mai in gruppi chiusi, stabili, in un certo senso organizzati. Conoscevo tanta gente, frequentavo chiunque nei limiti delle mie possibilità e dell’accoglienza che mi si concedeva, perché avrei dovuto diffidarne? Discoteche, ristoranti, auto, vestiti, soldi, vacanze, studio o carriera, personalismi, verticismo, autoreferenzialità - non ho mai visto tanto conformismo, tanto disprezzo per gli altri, tanta vacuità e ottusità, tanto opportunismo, tanta gratuita cattiveria esercitata contro i propri simili, i diversi e i più deboli - tutto questo insieme e tutto concentrato in e tra poche persone. Non che gli eterosessuali ne fossero immuni, ma era come se il peggio di cui ogni essere umano è capace, diluito in rivoli infiniti tra infinite variabili e possibilità, fosse meno preminente. Invece, tra gli omosessuali, maschi e femmine, indifferentemente, specie se chiusi in piccoli gruppi asfittici, gli umori, le dinamiche, le più basse inclinazioni, i più auto/distruttivi istinti, le più miserabili o miserevoli ambizioni e necessità si esaltano, esplodono, senza freni inibitori e senza troppi complimenti. La mia irriducibile indipendenza, il mio senso critico e il dissenso che, se c’è, non avendo motivi personali e utilitaristici per farlo, non mi preoccupo di nascondere, alla lunga mi hanno inviso le cosiddette comunità LGBT* - così, ogni gruppo di questo tipo che da allora sino al 2004 ho avuto la ventura di frequentare (politicizzato o meno che fosse), ha finito per rigettarmi dopo avermi sottoposta a catartici linciaggi.

Nel 1990 circa, restai incinta. Un incidente, ovviamente. E ovviamente il problema era serio: lesbica, senza soldi, famiglia, qualcuno a cui appoggiarmi, in una cantina ammuffita priva di servizi igienici e riscaldamento. Pensai: «Se il “Signore” mi ha dato questo bambino, avrà i suoi buoni motivi» e tentai di assecondarlo. Finii il mio unico paio di scarpe rimbalzando da un ufficio all’altro nella speranza di ottenere aiuto, ma non ne trovai. Perché una ragazza giovane e apparentemente intelligente, beneducata e persino colta, si trovava in quelle condizioni? Perché non aveva marito o almeno un compagno che provvedesse a lei e al bambino? Perché non se ne trovava uno, in fretta? Perché viveva in una cantina ed era ancora disoccupata? Già, perché? Avevo difficoltà a capirlo io stessa, potevo spiegarlo a loro? Un mattino misi in un sacchetto di plastica una camicia da notte e m’incamminai verso l’ospedale. Nella sala d’attesa eravamo in molte, mi parve, ma anche fossi stata sola mi sarei sentita di troppo. Ci portarono in una camerata, ci preparammo e attendemmo il nostro turno. Fui la prima a svegliarmi. Ancora barcollante mi alzai e non attesi il parere favorevole del medico per andarmene. Giunta a casa finalmente piansi. Le mie care amiche, lesbiche ed etero, i miei amichetti così trendy, tutti colsero l’occasione per scaricarmi. Dal quel momento e per un anno intero, non ricevetti visite. Il telefono taceva giorno e notte. Per la prima volta ero completamente sola. Sopravvissi e decisi che non avrei più permesso alla solitudine di portarmi a un passo dalla follia, dalla morte.

Ma l’aborto ebbe anche altre conseguenze. Un fibroma grosso come un’arancia prese il posto del figlio che non era nato. La mia nuova fidanzata mi convinse a ricoverarmi nell’ospedale della sua città, dove, a detta sua, aveva amici che mi avrebbero assistita al meglio. Mi portò da un luminare: 200 mila lire a visita, era il 1994. Ci assicurò che avrebbe operato lui, ma io non ero come le sue blasonate clienti, le amiche e le parenti del primario, della moglie o chissà chi, e la mia fidanzata millantava amicizie che in realtà non aveva. Nessuno sa cosa accadde in sala operatoria: mi squartarono la pancia e forse, affidandomi a un praticante o a un chirurgo ubriaco, mi rovinarono. Soffrì le pene dell’inferno e ho una cicatrice impressionante che me lo ricorda ogni volta che la guardo - non riesco nemmeno a toccarla. Due anni più tardi, a causa di quell’intervento scellerato, una piega aderenziale all’intestino quasi mi spedì al camposanto. Non avevo parenti ad assistermi e all’ospedale si “dimenticarono” di me, moribonda, per più di dodici ore. Quando la mia compagna venne a trovarmi non la riconobbi, allora finalmente si resero conto che ero già con un piede nella fossa. Altra operazione, un pezzo d’intestino in meno e altra cicatrice - questa volta in verticale. Il chirurgo mi chiese chi mi avesse operato precedentemente e si scusò per lui.

Nel 1999, dopo quindici anni di disillusa attesa, inaspettatamente uscì la graduatoria per l’assegnazione delle case popolari e venni a sapere di avere diritto a un alloggio. Il mio punteggio era alto, fui una delle prime a scegliere l’appartamento. Fu come uscire da un incubo e mi parve che la mia vita fosse giunta a una svolta. Finalmente avevo una casa, ma non un posto dove lavorare. Non me ne preoccupai perché in fondo avevo smesso di dipingere, a cosa mi serviva uno studio? Avevo chiuso con le mie fantasie d’artista a cui nessuno prestava la minima attenzione. Ero stufa di disegnare, scrivere cose di cui nessuno sentiva il benché minimo bisogno, volevo essere normale, avere due soldi da spendere per esserlo, soprattutto volevo un PC per concentrarvi la mia creatività, il mio bisogno di esprimerla, perlomeno in privato. Lo acquistai e poco dopo iniziai a collaborare con un falegname. Assunta regolarmente, sulla carta - in realtà pagata a ore. Ne lavoravo una media di dieci al giorno, sovraccaricata di responsabilità, circondata da colleghi maschi maestri nell’arte d’imboscarsi, combinare guai. Ho retto un paio d’anni, poi, a causa della menopausa precoce che mi spinse a consultare una ginecologa, scoprii di avere un carcinoma all’utero e iniziò il secondo capitolo della mia corposa cartella clinica.

Senza alcuna analisi che indagasse posizione e gravità del carcinoma, subii un’allegra e inutile conizzazione in anestesia totale. La mia ginecologa percepiva un lauto compenso ogni volta che portava all’ospedale una paziente da operare, ma io cosa potevo saperne? Qualche mese dopo rifeci il Pap Test e il carcinoma era sempre lì. Cambiai medico, ospedale, e questa volta, grazie all’intercessione di un’amica, nel giro di poche ore il primario ebbe sulla sua scrivania tutte le analisi del caso. Lui non poteva decidere, dovevo farlo io. Optai per l’isterectomia: ero stufa di gente che entrava e usciva come se avessi una porta al posto della pancia. Lui fece qualche resistenza: ero giovane. Gli dissi che ero anche lesbica, nonché in menopausa, e avere figli, date le circostanze pregresse, attuali e future, era l’ultima delle mie preoccupazioni. Alla fine mi propose di conservare almeno le ovaie, se possibile. Accettai, con scarsissima convinzione. Passando dalla prima cicatrice, scoprì perché il chirurgo che mi operò per la piega aderenziale all’intestino si era scusato a nome dei medici precedenti: il mio utero, massacrato dall’interno, cicatrizzandosi aveva inglobato entrambe le ovaie. Fece del suo meglio. Riuscì a scalzarne una e la salvò, l’altra finì tra i rifiuti speciali assieme all’utero. Finalmente tornai a casa e, nonostante i punti, la prima cosa che dovetti fare fu pulire, cucinare. Quando si vive da soli nessuno lo fa al posto tuo. Ero felice, però, il morale era alto, ma tutto si poteva dire tranne che fossi fisicamente in forma. Il decorso fu lungo e non pagato. Provai a tornare al lavoro, ma scoprii che non ce la facevo più, così mi licenziai.

Esaurii i miei risparmi in fretta, ma in compenso avevo molto tempo libero. Pensai di regalarlo, come se ne avessi in abbondanza da lì all’eternità.

In seguito alla disastrosa permanenza in una nota mailing list lesbica, due anni prima, ne avevo fondata un’altra che nella mia testa bacata prima doveva diventare un modello di democrazia reale, orizzontale, poi un’associazione capace di agire nel concreto. Ma la mia operosità e visibilità, il mio evidentemente esagerato attivismo e, soprattutto, la mia pressante richiesta di partecipazione e assunzioni di responsabilità da parte delle altre fondatrici e delle iscritte, sortirono l’effetto contrario. L’epilogo fu, come al solito, un catartico quanto, per me, devastante linciaggio. Ma qualcosa di buono ne nacque: capii che se volevo far sentire la mia voce dovevo arrangiarmi da sola. Imparai a costruire pagine web e nel 2003 misi on-line il mio sito. Apriti cielo! Tra quello che scrivevo e una breve ma travolgente militanza antifascista in una associazione gay e lesbica, dopo essere stata massacrata dal comitato organizzatore di una nota manifestazione LGBT* e dopo altre vicende da psicopatici accadutemi all’interno dell’associazione, il 18 Aprile 2004 accade l’imprevedibile con i fatti di cronaca che sono ampiamente documentati nell’omonima sezione del sito.

Il movimento lesbico, soprattutto nella figura di alcune sue esponenti che già avevano tentato di sbarazzarsi della mia ingombrante, inopportuna presenza, colse l’occasione per infliggermi il colpo di grazia: fui vittima di una incredibile campagna diffamatoria montata ad arte che mi screditò completamente facendomi terra bruciata intorno.

Sono passati quattro anni. Sul piano emotivo, bene o male ho rimesso insieme i cocci, ma tutto il resto è tabula rasa. Il mio isolamento è totale. Sono diventata invisibile. Di fatto, ho smesso di esistere. Sono stata condannata alla morte civile e da questa condizione si esce solo rinunciando alla propria storia, alla propria identità, cambiando faccia, nome, territorio.

 

Non poteva farlo. Così come non possono farlo le migliaia di irregolari che tengono in piedi questo schifo di nazione e che dovrebbero, secondo i demenziali proponimenti del governo e troppi italiani, tornare nel paese d’origine a proprie spese o di chi li spreme, per poi, forse, rientrare in Italia su precisa richiesta dei loro sfruttatori.

Quando, tempo addietro, il sindaco di un comune governato dalla coalizione di centro-destra alleata con Forza Nuova, dichiarò che avrebbe espulso chiunque non potesse dimostrare in che modo si guadagnava da vivere, a Mariam si gelò il sangue, ma ancor di più gli si è gelato di fronte alle immagini della fuga dei Rom dal campo di Ponticelli, a Napoli.

Per chi non conosce la storia della prima metà del secolo scorso, per chi non ricorda o non ha guardato con sufficiente attenzione le fotografie di quel tempo (in particolare quelle dei ghetti e delle deportazioni), la vista delle donne, dei bambini e dei vecchi accatastati con le proprie masserizie sui pianali delle Api Car 50, incolonnate, con i bravi e onesti cittadini intorno, festanti, nel migliore dei casi non ha significato nulla. Lei quelle foto le conosceva bene, conosceva bene quel periodo storico, lei aveva un’Ape Car 50 ed era la donna che per quarantaquattro anni aveva ricevuto calci in faccia senza che questo scandalizzasse alcuno. Non era stata trattata meglio dei Rom e aveva le loro stesse probabilità di finire arrosto.

Non riusciva più a scrivere.

Era personalmente e motivatamente infuriata, non contro i Rom, i clandestini, gli extracomunitari e gli islamici, ma contro gli italiani, gli europei, gli americani, tutti quelli che cadono dal pero, che piangono guardando i bambini africani morenti e poi, di fronte alla rovina del dirimpettaio, hanno un sussulto di gioia che non devono nemmeno più sforzarsi di nascondere. Era furiosa contro le famiglie normali, perbene, che trasformano i propri figli in mostri assetati di sangue, soldi e potere, capaci di stuprare, picchiare e uccidere - per divertimento, per noia, per un cellulare, una scopata o niente. Era personalmente e inutilmente furibonda contro i politici, i giornalisti, gli intellettuali, gli opinionisti, i sindacati, la polizia, ogni corporazione, i predicatori e i ministri di qualunque Dio - ma soprattutto era piena di collera contro chi, per difendere i propri miserabili interessi, proteggere i propri fittizi privilegi, ne è o ne diventa complice. Era quindi arrabbiata contro tutti perché nessuno, NESSUNO, poteva onestamente affermare di non sapere cosa stesse accadendo, nessuno poteva chiamarsene fuori, nessuno che non si sentisse morire guardando il volto dei proscritti vecchi e nuovi, che non si sentisse direttamente responsabile della loro (sua) sofferenza, che non si sentisse obbligato a chiedere almeno scusa, aveva il diritto di aprir bocca, sorprendersi, gridare, accusare gli altri e su di essi pulirsi le scarpe.

Era furente, ma sapeva che per quanti sforzi facesse per scuotere e spiegare, non avrebbe ottenuto nulla - perché le parole, da sole, non bastano. Per capire qualcosa di questo dannato mondo, per incominciare a vedere la realtà per quello che è bisogna volerla conoscere, comprendere, occorre esserne vittime, averne coscienza, e forse nemmeno basta.

Mariam strappò i fogli dal taccuino, ne fece una grossa palla e la buttò nel cestino, accanto alla scrivania.

Ancora una volta si ritrovò a pensare che non avesse più alcun senso parlare, scrivere, soprattutto non aveva senso farlo riferendosi a se stessi. Le sembrava una caduta di stile, adesso, ma sapeva anche che se non si fosse decisa a raccontare la sua storia, essa sarebbe morta con lei rendendo il suo pensiero incompleto, in parte incomprensibile, vanificando la sua intera esistenza e tutto il suo lavoro.

«Il cerchio dovrà chiudersi, prima o poi…» - sussurrò - «Dovrò chiuderlo in fretta perché presto potrei non averne il tempo, la possibilità.» Si chinò e prese dal cestino la grossa palla di carta. «Domani, lo farò domani…»

 

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