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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Il mare lo ha portato via. Ho visto le sue braccia agitarsi, lottare, tendersi disperate verso di me. Ho visto il suo sguardo terrorizzato, smarrito – la sua bocca aperta, i denti scintillare nel buio. Non so se abbia gridato, chiamato. Ricordo solo il rumore del motore che ringhia, poi singhiozza, infine incupisce, sparisce inghiottito dall’acqua che azzanna, rabbiosa, e tutto afferra, strappa, tra sbuffi accecanti, frustate che scuotono o spezzano. Come in un film americano, o in certi bombardamenti: lo scoppio delle bombe a grappolo che innescano altre esplosioni, boati, l’aria ardente che si sposta, compatta, ubbidendo a una partitura di morte.

Da allora quei momenti me li porto nelle orecchie più che negli occhi. Ma ogni singolo rumore adesso è indistinguibile, quasi un ronzio, doloroso e persistente, che non mi abbandona mai.

Penso ogni giorno a quella notte, alla speranza, alle risa. Non avevamo paura. Eravamo troppo eccitati, assetati, affamati e stanchi per sentirla.

Sapevamo di gente partita e non più tornata, di alcuni scomparsi prima ancora di partire, di altri sicuramente morti, in mare o sulle strade delle città che credevamo essere la salvezza, l’unica via di scampo, l’unica soluzione. Interi villaggi decimati. Le madri, le mogli, i bambini rimasti a casa a chiedersi perché, o dove, come, quando. Il seno delle donne che avvizzisce, le ciotole private anche di quel pugno di riso che solo loro potevano procurare – e intorno nessuna risposta, niente altro che polvere, miseria, sopraffazione, e una sola alternativa sussurrata o taciuta: seguirli, prima o poi almeno tentare.

Ovunque si muore, in modi e per ragioni diverse – ma questo noi non potevamo saperlo, o non lo credevamo possibile, non per così poco, non dove i cani mangiano alla tavola del padrone, dormono con lui, dove ai suoi figli non mancano mai le scarpe, o il pane, i libri, dove si è liberi di pensare, parlare, andare ovunque, fare quello che si vuole.

Pensavamo che sarebbe bastato lasciarci alle spalle la mancanza di futuro per trovarne uno. Pensavamo che chi non gliel’aveva fatta non fosse stato abbastanza forte, o furbo, o attento, non avesse creduto di potercela fare, non avesse avuto una buona ragione per riuscirci – per questo aveva fallito. Ma di quelli di cui non sapevamo più nulla, pensavamo che facessero bene a non dare loro notizie, pensavamo che si fossero sistemati e avessero dimenticato o non volessero ricordare cosa avevano lasciato dietro di sé. Alla fine, se riesci a sopravvivere alle privazioni e alla paura, certe cose le capisci, non le biasimi, e cominci a sognare lo stesso sogno, a cullare la stessa illusione. La morte non è un buco nero che inghiotte la gente. La morte è giusta e pietosa – ti lascia almeno un corpo su cui piangere per darti il tempo di capire che là dentro non c’è più la vita. Se non hai un corpo da seppellire, come fai a essere sicuro che chi ami ti ha abbandonato, che è morto o vivo?

Talvolta chiudo gli occhi e penso: adesso li riapro e il mare è calmo, la notte è quieta e profumata, la spiaggia vicina. Immagino di svegliarmi scoprendo di aver fatto un brutto sogno, un incubo terribile. Lui è rannicchiato vicino a me, sorride, approfitta del freddo per abbracciarmi senza destare sospetti, attirare gli sguardi. Accende una sigaretta e me la passa dicendo: «Ce l’abbiamo fatta, Samir, prepariamoci a sbarcare» e io mi sento felice, rassicurato perché so che saprà proteggermi, mi sorreggerà se cadrò, se la paura mi paralizzerà avrà braccia forti per afferrarmi e nuotare anche per me, se non avrò la forza di arrivare sino a riva, le sue gambe saranno le mie. Ma quando li riapro non è lì, il mare l’ha portato via - e io ricomincio a cercare su ogni barca che passa, su ogni volto d’uomo e ragazzo il suo sorriso, o i suoi occhi che mi guardano pieni di terrore mentre il mare chiude un’altra volta i miei.

 

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