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Il
vento scuoteva le fronde degli alberi. Nuvole di foglie e polvere
riempivano l’aria di quel mattino freddo, terso - autunnale.
Francesco camminava spedito tenendo gli occhi bassi, socchiusi –
solo in mezzo ad una folla di rumori e organismi operosi, distratti.
«Colazione da Tiffany, allora...» - aveva riso, rassegnato.
Perché Giulio si ostinasse a cercarlo proprio non lo capiva.
Lo aveva lasciato da sei mesi eppure continuava a chiamarlo, faceva
l’amico, il simpatico. Come potesse pensare d’esserlo
dopo quello che aveva fatto, era un mistero. Nondimeno, Francesco
era indulgente con lui: credeva che dietro al suo opportunismo,
alla sua inarrivabile protervia, superficialità, vi fosse
soltanto confusione, inconsapevolezza – e in un certo senso
non si sbagliava.
Si
erano conosciuti lungo il viale che costeggia il cimitero. «Hai
una sigaretta?» - due battute e via, a scopare, in fretta
e male. «Se vuoi possiamo rivederci...» - aveva detto
Giulio allacciandosi i pantaloni - «Non farti idee strane,
però, non sono finocchio».
Francesco l’aveva guardato di sottecchi, abbozzando un sorrisetto
ironico.
«Sono un uomo vero, io, mi tira sempre – le donne fanno
troppe storie... Mi arrangio, cosa dovrei fare?»
«Seghe?» - aveva detto Francesco trattenendo a stento
una risata.
«Fattele tu, a me non bastano...» - poi, rendendosi
conto di essere stato brusco - «Dai, che c’è
di male... potremmo diventare amici, ogni tanto divertirci insieme...»
Giulio era un bel ragazzone. In fondo anche Francesco chiedeva soltanto
un po’ di sesso facile, senza complicazioni, non voleva fare
altro che le sue abluzioni quotidiane nel testosterone – meglio
se prodotto da un inseminetor nerboruto. E poi i viali, i boschetti,
i cessi della stazione non erano di certo il posto dove andare a
cercare una storia seria, addirittura l’amore... Perché
privarsi di quell’opportunità? Magari, al secondo incontro
si sarebbe rivelato un amante migliore di tanti altri...
«Va bene.» - disse.
Si presentarono, ma Giulio non volle dargli il suo numero di telefono:
«Non ti offendere, è meglio così – sai,
la famiglia, il lavoro...». Già.
Tre mesi dopo squillò il cellulare e Francesco fece fatica
a riconoscerlo, ricordarsi – ne aveva incontrati parecchi
come lui.
«Oggi sono libero, ci vediamo?».
Con una scusa Francesco si assentò dal lavoro e lo raggiunse
in una piazzola all’ingresso dell’autostrada. Giulio
gli raccontò che faceva l’agente immobiliare: «Ho
le chiavi di un appartamento sfitto, potremmo andare lì...».
Seppur consapevole dei rischi che correva, accettò.
Giulio fu incontenibile, instancabile, insaziabile. Per liberarsene,
Francesco dovette inventarsi un impegno al quale non poteva assolutamente
mancare. Quando infine si salutarono corse in farmacia per comprare
qualcosa che gli alleviasse il dolore – non riusciva nemmeno
a stare seduto. Raccontò l’avventura agli amici e questi
morirono dall’invidia, ma per lui che non era abituato a tutto
quel trambusto, a quell’eccesso di passionalità, intimità,
per giunta con una persona di cui non sapeva nulla, non c’era
molto da entusiasmarsi. Si era persino dovuto impegnare per fargli
usare il preservativo – tanta imprudenza lo insospettiva.
Giulio era una mina vagante, un pericolo per se stesso e gli altri.
Si ripropose di fargli una bella ramanzina se si fossero risentiti,
ma non credeva che sarebbe accaduto: Giulio era troppo, troppo in
tutto per essere vero. Invece chiamò. Francesco declinò
l’invito, lo fece altre tre, quattro, cinque volte, poi, un
giorno, se lo ritrovò davanti, all’uscita dal lavoro.
«Visto che la montagna non va da Maometto...» - disse
con dolcezza offrendogli una margherita che aveva colto lì
vicino - «Se ho fatto qualcosa di sbagliato ti chiedo scusa.
Se non ti piaccio o stai con qualcuno basta che me lo dici. Però
smettila di trattarmi come se fossi scemo...»
«Hai ragione...». Francesco gli disse che era spaventato.
Se aveva fatto sesso con lui decidendosi ad usare il preservativo
solo perché altrimenti non se ne sarebbe fatto di nulla,
era evidente che faceva così con tutti mettendo a repentaglio
la propria salute e quella degli altri - non era un comportamento
responsabile e lui non se la sentiva di rischiare tanto per una
scopata senza capo né coda. Giulio giurò e spergiurò
che quella era la prima volta che non voleva metterlo, che con lui
aveva la sensazione di potersi fidare e comunque normalmente non
frequentava le checche, quindi poteva stare tranquillo. «Stronzate!»
- tagliò corto Francesco - «Siete voialtri che diffondete
l’HIV!!! Pensate ancora che l’AIDS sia un castigo divino
destinato solo hai finocchi, che a voi non vi tocchi perché
mica siete froci – poi scopate a destra e a manca (culi, fiche,
che v’importa? Tanto sempre buchi sono per il vostro supercazzo
eterosessuale!), vi beccate le peggio schifezze e le seminate dappertutto.
Nemmeno le analisi vi fate, stronzi!!!». Era infuriato, aveva
voglia di stringergli le mani attorno al collo per strozzarlo. Fra
gli anni Ottanta e Novanta aveva perso più della metà
dei suoi amici. Se n’erano andati in silenzio, nella vergogna:
polmoniti, infezioni, malanni misteriosi e fulminanti - la peste
del ventesimo secolo semplicemente non si poteva nominare, nemmeno
bisbigliare. «Prevenzione? Che, scherziamo? In quest’Italia
ipocrita e bacchettona??? Raccontare hai giovani che senza preservativo
si rischia la vita? Che l’unica alternativa al condom è
la castità, l’astinenza, ma poi, se non hanno il chiodo
fisso per la fica, sono anormali, degli sfigati, dei froci maledetti
e allora che crepino?»
«Aspetta, aspetta... Faccio le analisi, va bene - se questo
può farti stare tranquillo, anche domani, subito! Dimmi solo
dove, cosa serve...» - Francesco lo guardò incredulo
- «Davvero, sono serio. Però mi accompagni, ho terrore
degli aghi...»
Francesco scoppiò a ridere. Un omone grande e grosso come
lui che se la faceva sotto per un prelievo di sangue: «Certo
che ti accompagno, ci mancherebbe...» - lo prese sottobraccio
- «Domani mattina alle sette in punto, a digiuno – ed
ora andiamo a berci un aperitivo, voglio sapere tutto di te...»
Giulio gli disse che ci teneva molto alla sua amicizia, che anche
se non era omosessuale, mica li disprezzava i gay, anzi, spesso
con gli uomini fare sesso era più divertente, più
appagante che con le donne, gli uomini sapevano cosa fare, sapevano
farlo meglio... Certo, non poteva sbandierare i suoi gusti in fatto
di erotismo, ma nemmeno era uno di quelli che vanno con gli amici
ad offendere o pestare i froci e dopo se la spassano con i viados,
i ragazzini... la domenica a pranzo dai suoceri con moglie e figli,
poi via, a puttane e trans – quanti ne conosceva... «Devo
confessarti una cosa,» - disse abbassando la voce - «sono
fidanzato da cinque anni. È una brava ragazza, seria. Ci
vediamo poco perché lavora e si sta laureando. È frigida,
ma se decidessi di mettere su famiglia sarebbe la donna giusta...»
Francesco lo ascoltava chiedendosi cosa ci stesse a fare, lì,
con quel ragazzo tanto bello quanto insulso. Nondimeno, nei mesi
successivi la loro “amicizia” si stabilizzò trasformandosi
in una specie di relazione. D’altronde, le analisi del sangue
erano risultate negative e Giulio si era dichiarato talmente soddisfatto
della sua vita sessuale da non aver bisogno d’altro. Francesco
poteva accontentarsi, in fondo, a parte le sporadiche uscitine con
la fidanzata, passava più tempo con lui che con chiunque.
Aveva la sua parte d’armadio, il suo spazzolino e i suoi rasoi
preferiti in bagno, ogni tanto dormivano insieme e gli era persino
capitato di uscire qualche volta a cena, comportandosi da amici,
sia chiaro. Mai un “ti amo”, un “ti voglio bene”,
ma sesso sì, a volontà, e regali anche, belli, talvolta
costosi – difficile farne a meno per il nulla, per quegli
squallidi, avvilenti incontri occasionali a cui pensava di non poter
rinunciare sino ad appena qualche mese prima. Lo amava? Forse sì,
o forse no – ma che differenza poteva fare?
Un pomeriggio, circa un anno dopo, Giulio gli aveva telefonato annunciandogli
che sarebbe andato da lui e che avrebbe portato con sé un
amico. «Vedrai, ti piacerà.» - aveva precisato.
Una stranezza che Francesco aveva accolto con gioia pensando ad
una inattesa, insperata apertura. Si mise ai fornelli, apparecchiò
per bene e si vestì elegante. Quando la porta si aprì
rimase di stucco: Giulio era in compagnia di un aitante nordafricano
che Francesco conosceva di vista per averlo incontrato ai giardini.
Appena furono abbastanza in disparte, sbottò: «Ma ti
sei ammattito? Lo sai che quello batte? Vuoi dirmi cosa ti passa
per la mente?»
Giulio cadde dalle nuvole: «E dai, non fare lo schizzinoso!
Voglio solo ravvivare la serata, dopo tutti questi mesi qualcosa
di nuovo ci vuole, no? Pensavo che avresti gradito...»
Francesco non riuscì a dire una parola, gli porse la giacca
e indicò la porta, ad entrambi.
Giunto
davanti alla pasticceria si fece forza, sospirò ed entrò.
Giulio era già seduto al solito tavolino, leggeva il giornale.
«Eccoti, finalmente!» - disse facendo segno al cameriere
di procedere con l’ordinazione - «Siediti, ho una bella
notizia e voglio che tu sia il primo a saperla...» - Francesco
si accomodò trattenendo il fiato - «Valeria è
incinta, abbiamo deciso di sposarci...»
«Uhm, questa sarebbe la bella notizia?»
«Non fare il sarcastico, Fra’. La bella notizia è
che abbiamo deciso di chiederti di farci da testimone...»
«Accidenti, ragazzi – in quanto ad originalità
siete imbattibili. Anch’io però ho una bella notizia...»
«Davvero?»
«Già. Mi c’è voluto un po’ di tempo
ma oggi ho capito che non ci stai tutto con la testa - io sì,
però, quindi... FANCULO. Se tieni alla tua reputazione non
cercarmi più - sono stato chiaro?» - per la prima volta
lo vide arrossire, anzi, avvampare.
Francesco
si alzò con calma, soddisfatto. Giunto in strada si sfilò
la fedina d’oro che aveva ricevuto per il suo compleanno e
la gettò nel primo tombino che trovò. |