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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Il vento scuoteva le fronde degli alberi. Nuvole di foglie e polvere riempivano l’aria di quel mattino freddo, terso - autunnale. Francesco camminava spedito tenendo gli occhi bassi, socchiusi – solo in mezzo a una folla di rumori e organismi operosi, distratti. «Colazione da Tiffany, allora» - aveva riso, rassegnato. Perché Giulio si ostinasse a cercarlo proprio non lo capiva. Lo aveva lasciato da sei mesi eppure continuava a chiamarlo, faceva l’amico, il simpatico. Come potesse pensare d’esserlo dopo quello che aveva fatto, era un mistero. Nondimeno, Francesco era indulgente con lui: credeva che dietro al suo opportunismo, alla sua inarrivabile protervia, superficialità, vi fosse soltanto confusione, inconsapevolezza – e in un certo senso non si sbagliava.

Si erano conosciuti lungo il viale che costeggia il cimitero. «Hai una sigaretta?» - due battute e via, a scopare, in fretta e male.
«Se vuoi possiamo rivederci.» Aveva detto Giulio allacciandosi i pantaloni - «Non farti idee strane, però, non sono finocchio». Francesco l’aveva guardato di sottecchi, abbozzando un sorrisetto ironico. «Sono un uomo vero, io, mi tira sempre – le donne fanno troppe storie. Mi arrangio, cosa dovrei fare?»
«Seghe?» - aveva detto Francesco trattenendo a stento una risata.
«Fattele tu, a me non bastano.» Poi, rendendosi conto di essere stato brusco: «Dai, che c’è di male. Potremmo diventare amici, ogni tanto divertirci insieme.»
Giulio era un bel ragazzone. In fondo anche Francesco chiedeva soltanto un po’ di sesso facile, senza complicazioni, non voleva fare altro che le sue abluzioni quotidiane nel testosterone – meglio se prodotto da un inseminetor nerboruto. E poi i viali, i boschetti, i cessi della stazione non erano di certo il posto dove andare a cercare una storia seria, addirittura l’amore. Perché privarsi di quell’opportunità? Magari, al secondo incontro si sarebbe rivelato un amante migliore di tanti altri. «Va bene» - disse.
Si presentarono, ma Giulio non volle dargli il suo numero di telefono: «Non ti offendere, è meglio così – sai, la famiglia, il lavoro...»

Già.

Tre mesi dopo squillò il cellulare e Francesco fece fatica a riconoscerlo, ricordarsi – ne aveva incontrati parecchi come lui.
«Oggi sono libero, ci vediamo?».
Con una scusa Francesco si assentò dal lavoro e lo raggiunse in una piazzola all’ingresso dell’autostrada. Giulio gli raccontò che faceva l’agente immobiliare: «Ho le chiavi di un appartamento sfitto, potremmo andare lì.»

Giulio fu incontenibile, instancabile, insaziabile. Per liberarsene, Francesco dovette inventarsi un impegno al quale non poteva assolutamente mancare. Quando infine si salutarono corse in farmacia per comprare qualcosa che gli alleviasse il dolore – non riusciva nemmeno a stare seduto. Raccontò l’avventura agli amici e questi morirono dall’invidia, ma per lui che non era abituato a tutto quel trambusto, a quell’eccesso di passionalità, intimità, per giunta con una persona di cui non sapeva nulla, non c’era molto da entusiasmarsi. Si era persino dovuto impegnare per fargli usare il preservativo – tanta imprudenza lo insospettiva. Giulio era una mina vagante, un pericolo per se stesso e gli altri. Si ripropose di fargli una bella ramanzina se si fossero risentiti, ma non credeva che sarebbe accaduto: Giulio era troppo, troppo in tutto per essere vero. Invece chiamò. Francesco declinò l’invito, lo fece altre tre, quattro, cinque volte, poi, un giorno, se lo ritrovò davanti, all’uscita dal lavoro.
«Visto che la montagna non va da Maometto...» - disse con dolcezza offrendogli una margherita che aveva colto lì vicino - «Se ho fatto qualcosa di sbagliato ti chiedo scusa. Se non ti piaccio o stai con qualcuno basta che me lo dici. Però smettila di trattarmi come se fossi scemo.»
«Hai ragione.» Francesco gli disse che era spaventato. Se aveva fatto sesso con lui decidendosi a usare il preservativo solo perché altrimenti non se ne sarebbe fatto di nulla, era evidente che faceva così con tutti mettendo a repentaglio la propria salute e quella degli altri - non era un comportamento responsabile e lui non se la sentiva di rischiare tanto per una scopata senza capo né coda.
Giulio giurò e spergiurò che quella era la prima volta che non voleva metterlo, che con lui aveva la sensazione di potersi fidare e comunque, normalmente, non frequentava le checche, quindi poteva stare tranquillo.
«Stronzate!» - tagliò corto Francesco - «Siete voialtri che diffondete l’HIV! Pensate ancora che l’AIDS sia un castigo divino destinato solo hai finocchi, che a voi non vi tocchi perché mica siete froci – poi scopate a destra e a manca (culi, fiche, che v’importa? Tanto sempre buchi sono per il vostro supercazzo eterosessuale!), vi beccate le peggio schifezze e le seminate dappertutto. Nemmeno le analisi vi fate, stronzi!». Era infuriato, aveva voglia di stringergli le mani attorno al collo per strozzarlo. Fra gli anni Ottanta e Novanta aveva perso più della metà dei suoi amici. Se n’erano andati in silenzio, nella vergogna: polmoniti, infezioni, malanni misteriosi e fulminanti - la peste del ventesimo secolo semplicemente non si poteva nominare, nemmeno bisbigliare. «Prevenzione? Che, scherziamo? In quest’Italia ipocrita e bacchettona? Raccontare hai giovani che senza preservativo si rischia la vita? Che l’unica alternativa al condom è la castità, l’astinenza, ma poi, se non hanno il chiodo fisso per la fica, sono anormali, degli sfigati, dei froci maledetti e allora che crepino?»
«Aspetta, aspetta... Faccio le analisi, va bene - se questo può farti stare tranquillo, anche domani, subito!» - Francesco lo guardò incredulo - «Davvero, sono serio. Però mi accompagni, ho terrore degli aghi.»
Francesco scoppiò a ridere. Un omone grande e grosso come lui che se la faceva sotto per un prelievo di sangue: «Certo che ti accompagno, ci mancherebbe.» Lo prese sottobraccio: «Domani mattina alle sette in punto, a digiuno – e ora andiamo a berci un aperitivo, voglio sapere tutto di te.»

Giulio gli disse che ci teneva molto alla sua amicizia, che anche se non era omosessuale, mica li disprezzava i gay, anzi, spesso con gli uomini fare sesso era più divertente, più appagante che con le donne, gli uomini sapevano cosa fare, sapevano farlo meglio. Certo, non poteva sbandierare i suoi gusti in fatto di erotismo, ma nemmeno era uno di quelli che vanno con gli amici a offendere o pestare i froci e dopo se la spassano con i viados, i ragazzini, la domenica a pranzo dai suoceri con moglie e figli, poi via, a puttane e trans – quanti ne conosceva. «Devo confessarti una cosa,» - disse abbassando la voce - «sono fidanzato da cinque anni. È una brava ragazza, seria. Ci vediamo poco perché lavora e si sta laureando. È frigida, ma se decidessi di mettere su famiglia sarebbe la donna giusta.»

Francesco lo ascoltava chiedendosi cosa ci stesse a fare, lì, con quel ragazzo tanto bello quanto insulso. Nondimeno, nei mesi successivi la loro amicizia si stabilizzò trasformandosi in una specie di relazione. D’altronde, le analisi del sangue erano risultate negative e Giulio si era dichiarato talmente soddisfatto della sua vita sessuale da non aver bisogno d’altro. Francesco poteva accontentarsi, in fondo, a parte le sporadiche uscitine con la fidanzata, passava più tempo con lui che con chiunque. Giulio aveva la sua parte d’armadio, il suo spazzolino e i suoi rasoi preferiti in bagno, ogni tanto dormiva con lui ed era persino capitato che lo invitasse fuori a cena, comportandosi da amici, naturalmente. Mai un ti amo, un ti voglio bene, ma sesso sì, a volontà, e regali anche, belli, talvolta costosi – difficile farne a meno per il nulla, per quegli squallidi, avvilenti incontri occasionali a cui pensava di non poter rinunciare sino ad appena qualche mese prima. Lo amava? Forse sì, o forse no – ma che differenza poteva fare?

Un pomeriggio, circa un anno dopo, Giulio gli aveva telefonato annunciandogli che sarebbe andato da lui e che avrebbe portato con sé un amico. «Vedrai, ti piacerà» - aveva precisato. Una stranezza che Francesco aveva accolto con gioia pensando a una inattesa, insperata apertura. Si mise ai fornelli, apparecchiò per bene e si vestì elegante. Quando la porta si aprì rimase di stucco: Giulio era in compagnia di un aitante nordafricano che Francesco conosceva per averlo incontrato ai giardini. Appena furono abbastanza in disparte, sbottò: «Ma ti sei ammattito? Lo sai che quello batte? Vuoi dirmi cosa ti passa per la mente?»
Giulio cadde dalle nuvole: «E dai, non fare lo schizzinoso! Voglio solo ravvivare la serata, dopo tanto tempo qualcosa di nuovo ci vuole, no? Pensavo che avresti gradito.»
Francesco non riuscì a dire una parola, gli porse la giacca e indicò la porta, a entrambi.

Giunto davanti alla pasticceria si fece forza, sospirò ed entrò. Giulio era già seduto al solito tavolino, leggeva il giornale. «Eccoti, finalmente!» - disse facendo segno al cameriere di procedere con l’ordinazione - «Siediti, ho una bella notizia e voglio che tu sia il primo a saperla...» - Francesco si accomodò trattenendo il fiato - «Valeria è incinta, abbiamo deciso di sposarci.»
«Uhm, questa sarebbe la bella notizia?»
«Non fare il sarcastico, Fra’. La bella notizia è che abbiamo deciso di chiederti di farci da testimone.»
«Accidenti, ragazzi – in quanto a originalità siete imbattibili. Anch’io però ho una bella notizia.»
«Davvero?»
«Già. Mi c’è voluto un po’ di tempo ma oggi ho capito che non ci stai tutto con la testa - io sì, però, quindi: fanculo. Se tieni alla tua reputazione non cercarmi più - sono stato chiaro?» - per la prima volta lo vide arrossire, anzi, avvampare.

Francesco si alzò con calma, soddisfatto. Giunto in strada si sfilò la fedina d’oro che aveva ricevuto per il suo compleanno e la gettò nel primo tombino che trovò.

 

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