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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Il Bus partì. Angela si fece largo tra i passeggeri e trovò posto accanto a uno studente che stava riempiendo di sottolineature un grosso libro. Aprì il suo e provò a leggere, ma siccome non riusciva a concentrarsi, vi rinunciò.

Non stava attraversando un bel periodo. La ragazza con la quale flirtava da quasi un anno, aveva fatto pesanti allusioni sul suo conto accusandola di essere lesbica, poi l’aveva minacciata: «O lasci tuo marito o gli dico tutto.» Angela era spaventata e offesa. Primo: non era lesbica. Secondo: per quale ragione avrebbe dovuto lasciarlo? Per mettersi con lei? Via, non scherziamo.

Gennaro era un bravo ragazzo, serio e rispettabile. Sposato fedelmente a lei e alla banca presso la quale lavorava a tempo pieno, praticamente sette giorni su sette. D’altronde voleva far carriera - non si sale di grado, non ci si migliora se non si è disposti a fare qualche sacrificio. Ma era fortunato: Angela non gli faceva mancare nulla e, soprattutto, non si lamentava delle sue frequenti, lunghe assenze. All’inizio Angela ne aveva sofferto, poi cominciò ad apprezzare la grande quantità di tempo libero che le rimaneva e pensò d’investirlo per costruirsi una professione adatta al suo temperamento e alle sue aspettative. Voleva diventare una giornalista di successo, così, per farsi le ossa, contattò un amico della madre che lavorava nella redazione di un quotidiano locale e si offrì di collaborare gratuitamente. Era convinta che a quelle condizioni le sarebbe stato facile inserirsi, dovette invece scontrarsi con un ambiente chiuso, gretto e snob, pieno di galoppini che, come lei, avrebbero pagato pur di farsi strada. Tra una sgomitata e l’altra, le capitava di scrivere qualche articolo, partecipare all’organizzazione di eventi culturali, correggere bozze e fare traduzioni – ciò le dava la sensazione di avere molte cose da fare, di godere di una certa importanza, ma dopo un po’ si rese conto di essere finita in un vicolo cieco. A quel punto le sarebbe bastato guadagnare almeno due soldi per non doversi giustificare in continuazione con il marito, per non dovergli chiedere il denaro che le serviva per coltivare i suoi interessi, provvedere alle proprie necessità, ma sapeva di non avere alternative: o trovava un lavoretto part-time come baby sitter, o niente. Persino fare la commessa o l’impiegata era un privilegio a cui poche potevano aspirare, specie se avevano superato i trent’anni – tanto valeva accettare alcuni compromessi, alcune piccole mortificazioni, continuare a fingere di essere soddisfatti della propria vita.

Gennaro pensava che Angela fosse un’illusa. Avrebbe preferito che se ne stesse a casa, ma non voleva costringerla. L’importante era che si comportasse bene, non gli creasse problemi e preoccupazioni. Per il resto che giocasse pure a fare la donna impegnata – prima o poi si sarebbe stancata.

Angela e Gennaro si erano conosciuti sette anni prima, a una festa. Lei aveva iniziato da poco una relazione con Lia, la fidanzata di Francesco, un amico comune. Nulla di serio. Si frequentavano da sole o in gruppo, cogliendo ogni occasione per appartarsi, scambiarsi carezze e baci furtivi, appassionati – era così eccitante e loro erano bravissime a non dare nell’occhio. Gennaro apparteneva a una famiglia molto in vista. Vestiva elegante, aveva una bella macchina, un appartamento di proprietà, una carriera bene avviata ed era educato, gentile. Anche Angela veniva da una buona famiglia, era graziosa, socievole e istruita. Erano proprio fatti uno per l’altra, una coppia perfetta. Si fidanzarono. Quando Lia comunicò che avrebbe sposato Francesco, Gennaro e Angela decisero di seguirne l’esempio. La relazione continuò anche dopo il matrimonio, poi Lia rimase in cinta e non se la sentì di proseguire – fare sesso con una donna, con un figlio in grembo, la faceva sentire a disagio. Angela non capiva: andava tutto a meraviglia, i mariti erano contenti che fossero amiche e l’arrivo del bambino avrebbe dato loro ancora più occasioni per stare insieme. Non c’era nulla di male in quello che facevano. Erano donne moderne, aperte, si volevano bene e si divertivano - mica erano lesbiche!
«Io non lo sono, e tu?» - le chiese Lia a muso duro.
«Che diamine, Lia, mi piacciono i maschi, e molto, lo sai - sono anche sposata! Le lesbiche queste cose non le fanno e poi l’hai visto come si conciano, come si comportano? Sono brutte, rozze, uomini mancati. Ti sembro un uomo?»
«No, ma ti sei troppo attaccata a me – non è normale.» Di fronte a quell’affermazione Angela smise di protestare, uno schiaffo le avrebbe fatto meno male. «Pensi che Francesco e Gennaro si farebbero una risata se venissero a sapere quello che facciamo? Non voglio nemmeno immaginare cosa succederebbe, sarebbe la fine, di tutto – e io ora aspetto un bambino, non rischio la catastrofe. Dobbiamo smetterla, immediatamente.»
Angela si rassegnò buttandosi a capofitto nel lavoro, Lia nei preparativi per la nascita del figlio. Simulando di essere troppo occupate per avere il tempo di vedersi, dopo un po’ smisero anche di sentirsi. Francesco e Gennaro ne furono sollevati – senza darlo a vedere e senza capirne le ragioni, si erano sentiti minacciati dalla loro amicizia. Finalmente non avevano più rivali, non dovevano faticare per stare soli con le loro mogli, non dovevano spartirle con nessuno – e tutto sembrò sistemarsi, quietarsi. Ma Angela conobbe Concetta e, nonostante si fosse riproposta di mettere la testa a posto, non resistette.

Sin da bambina, Angela aveva provato per le donne un interesse irresistibile. Senza rendersene conto, si era innamorata spesso delle sue coetanee. Come loro, aveva scambiato l’amore per amicizia, aveva fatto fronte alla gelosia mettendosi in competizione. Durante l’adolescenza capì che se non si fosse opposta alla propria femminilità, se avesse accettato il ruolo a cui era destinata, avrebbe potuto più facilmente conquistarne la fiducia, attrarle – in seguito imparò a sedurle senza provare sensi di colpa, senza procurare vergogna, spavento o imbarazzo. Per essere accettata doveva comportarsi in modo adeguato, secondo le regole: una donna vuole un marito, una casa, dei figli, una famiglia dietro la quale nascondersi, che le dia legittimità e sicurezza. Sapeva che se non avesse voluto altro, se avesse fatto il suo dovere sino in fondo, nessuno le avrebbe impedito di sognare, desiderare – doveva soltanto farlo in silenzio, in segreto, se possibile anche all’oscuro di se stessa. Ciò era esattamente quello che faceva, da sempre.

L’autobus si fermò. Angela aveva il cuore in gola, era terrorizzata - ma scese.

Concetta la vide e si avvicinò: «Andiamo a casa mia.» - intimò, ma Angela trovò la forza di dirle che aveva i minuti contati, dovevano parlare in fretta, lì o in un bar.
«Allora?» - chiese Concetta strattonandola.
«Allora cosa?»
«Gliel’hai detto?»
«No.»
«Gennaro verrà a saperlo in ogni caso.»
«Non lo saprà – e tu non glielo dirai.»
«Certo che glielo dirò!»
«Cosa? Che ti sei innamorata di me e questa è la tua vendetta perché a me non interessano le donne? È la tua parola contro la mia. Secondo te a chi crederà?»
«Forse non mi crederà, ma tu non la passerai liscia. Gli racconterò anche delle altre.»
«Non so di cosa parli, Concetta. Smettila. Io non sono come te!»
«Certo che lo sei! Se tu non lo fossi non mi avresti detto che mi amavi, non saresti mai venuta con me!»
«È stato solo sesso. Si dicono un sacco di sciocchezze in quei momenti, ma a me le ragazze non piacciono, non come piacciono a te. Io non mi metterei mai con una donna!»
«Te la fai sotto, Angela, ecco perché non vuoi lasciare tuo marito.»
«Ti sbagli. Sono felice con lui, la vita che sto facendo è esattamente come la voglio.»
«Sei pericolosa. Non puoi usare le persone, farle a pezzi e poi buttarle pensando che non ci siano conseguenze.»
«Hai sempre saputo che ero sposata, te l’ho detto sin dall’inizio che non volevo una storia! Non ti ho obbligata.»
«Hai detto che mi amavi!»
«Mi è scappato, accidenti, ma non lo pensavo! Vuoi capirlo o no che non ti amo?»
«Non è vero. Te lo leggo negli occhi.»
«Tu sei completamente pazza. Non costringermi a denunciarti.»
«Ti rovineresti.»
«Non sarei la sola. Certe cose non convengono a nessuno e poi, io sono normale, non tu.»

Concetta avrebbe voluto picchiarla, oppure portarla via con la forza, ma non poteva, non doveva farlo. Con gli occhi pieni di lacrime le disse di dimenticarsi di lei. Le strappò dal collo la catenina d’oro che le aveva regalato, sputò in terra e se ne andò.

Angela rimase immobile qualche minuto, respirando appena. Quando sentì di potersi muovere raggiunse una panchina e crollò a sedere. L’amava, ma non lo sapeva. L’aveva persa, ferita a morte, ma aveva fatto la cosa giusta, si era salvata. Illeso il suo matrimonio. Indenne la sua reputazione. Intatto il suo attestato di sana e robusta costituzione eterosessuale. Poteva tornare a sentirsi normale, adesso. Normale sino a prova contraria, sino alla prossima volta.

 

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