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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Nicola poteva vedere dalla sua finestra la cima degli alberi. L’autunno era giunto, a poco a poco le foglie erano cadute trasformando il paesaggio in un dipinto a tempera: un fitto intrecciarsi di linee scure su sfondo grigio. Aveva sperato che almeno le gazze non abbandonassero i nidi, ma anche loro se n’erano andate. Era rimasto solo. Un altro inverno. Un altro giorno in quella città senza senso, in quella scuola ricettacolo di frattaglie, in quella casa galera.

Nicola si opponeva colorandosi la vita – una piccola ribellione fatta di abiti e accessori variopinti, sgargianti, reinventati, sovrapposti e mescolati, esibiti con fierezza, come una bandiera. Eccentricità adolescenziali disprezzate dalle insegnanti, guardate con sospetto o derisione dai compagni, punite a suon di calci e pugni dal padre, tollerate da una madre assente e ininfluente.

Solo – nella nebbia. Con le sue aspirazioni e un destino senza vie d’uscita, senza alternativa.

Nicola era il figlio che nessun padre avrebbe voluto. Per raddrizzarlo, farne un uomo vero, avevano cercato di ammansirne l’emotività, la sensibilità e la creatività. Terminate le medie, però, Nicola aveva dichiarato di volersi iscrivere a un corso di moda che si teneva in una scuola d’arte del capoluogo. Il padre era sbottato: «È roba da finocchi! Ora basta, in un cantiere ti sbatto, te la faccio passare io la voglia, vedrai!», ma non potendo dar seguito alla minaccia a causa della nuova normativa che aveva innalzato a sedici anni l’obbligo scolastico, l’aveva spedito in una scuola di formazione professionale pensata per i figli di quelle famiglie che non potevano o non volevano far loro proseguire gli studi – in pratica un parcheggio per adolescenti che nella maggioranza dei casi avevano il quoziente intellettivo di una formica, una preparazione scolastica ferma alla terza elementare e un livello di consapevolezza di sé e del mondo scarsissima o del tutto inesistente.

Nicola non era una cima. Aveva sempre studiato poco e male – più per disubbidienza verso la famiglia che per vero disinteresse o difficoltà d’apprendimento. Si era ritrovato in una classe di sole ragazze, eccezion fatta per Sergio, un coetaneo incapace di qualsiasi ragionamento, privo di personalità. Non avevano nulla in comune e non provavano un per l’altro alcuna simpatia, tuttavia legarono subito, per solidarietà maschile, e perlomeno il look di Sergio ne beneficiò. Le ragazze, da principio incuriosite dall’estrosità di Nicola, ben presto lo trovarono eccessivo, talvolta ridicolo per quella sua fissazione per i capi femminili che stravolgeva e poi indossava senza malizia e imbarazzo. Le professoresse semplicemente lo detestavano – e lui detestava loro. Se avesse avuto atteggiamenti femminili, forse ne avrebbero avuto compassione – ma Nicola, seppur magro e di aspetto delicato, non aveva nulla che potesse far pensare a un caso di omosessualità, quindi, per loro era solo un fastidioso provocatore, un egocentrico e un arrogante.

«Un maschio non si concia in quel modo, non è decoroso!» Disse l’insegnante di matematica durante il consiglio di classe.
«E poi avete visto come ci tratta? Come fossimo sceme! Ma chi si crede d’essere?» Aggiunse l’insegnante d’informatica.
«L’altro giorno, per difendere il compagno che non voleva essere interrogato, ha fatto una cagnara davanti a tutta la classe con una tale aggressività che l’insegnante d’inglese ha avuto paura d’essere aggredita fisicamente. Chiedo l’espulsione, immediata.»
«Sono d’accordo, non possiamo permettere che cose di questo tipo si ripetano. Dobbiamo dare un segnale forte. Serve un esempio.»
«Ci sono stati episodi ben peggiori di questo, perché lui e non altri?» Chiese l’insegnante d’italiano, ma nessuno perse tempo per darle una risposta.
«Espellerlo è eccessivo, ma possiamo interpellare il padre – che ci pensi lui, a suo modo!»
«L’ultima volta che lo abbiamo convocato l’ha massacrato di botte, il giorno dopo a malapena camminava, aveva lividi dappertutto.»
«Appunto, gli serve una bella lezione, vediamo se poi la smette.»

Dopo la scenata, Nicola aveva chiesto scusa, ma l’insegnante d’inglese era stata irremovibile, voleva vederlo morto: «Ci sono casi in cui le scuse non bastano, questa volta non la passi liscia.»
«Fate quello che vi pare, non m’importa – tanto prima o poi me ne vado. Vi chiedo solo di non dirlo a mio padre.»
«Dovevi pensarci prima.»

In seguito a una lunga discussione, la direttrice lo convocò per comunicargli la sua decisione: «Ti sospendo due giorni. Il 25 devi presentarti con tuo padre e tua madre. Di fronte alle insegnanti e ai tuoi genitori, chiederai ufficialmente scusa e prometterai di assumere comportamenti rispettosi e adeguati. Non avrai un’altra possibilità, tienilo a mente.» Neanche suo padre gliel’avrebbe data.

Nicola stringeva in pugno la comunicazione della scuola da restituire firmata. Il libro aperto, gli appunti di italiano sparpagliati sulla scrivania, nelle cuffie Seven Nation Army degli White Stripes ripetuta all’infinito, fuori quel dipinto a tempera.

Vide l’ombra di suo padre passare davanti alla porta a vetri della sua camera. Lo vide di nuovo, smanacciare come un pazzo. Alzò il volume della musica al massimo e chiuse gli occhi: non voleva sentire, non voleva vedere, non voleva sapere, voleva solo essere lasciato in pace. Li riaprì per un istante e vide suo padre che gli stava sopra, con la bava alla bocca, urlava e colpiva. Sembrava un film. Li richiuse e immaginò di camminare spedito, sotto la pioggia – lontano da lì. Quando tutto fu finito provò a muovere le gambe, le braccia, le dita – aveva male dappertutto, un auricolare gli si era conficcato nell’orecchio. Gli venne da ridere: il lettore Mp3 funzionava ancora. Cercò di tirarsi su e barcollando aprì la finestra.

«Fottiti, papà.» - sussurrò, e spiccò il volo.

 

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