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Aggiornato Venerdì 09-Nov-2012

 

 

Carla non provava alcun dolore, non aveva alcuna percezione del proprio corpo. All’improvviso era altro. Un senso di leggerezza e pace la rendeva lieta come non era stata mai.

Poteva vedersi. Vedeva tutto. I medici, le infermiere, i parenti di là dal vetro. Non sentiva le loro voci, ma sapeva cosa dicevano, pensavano. Poteva stargli accanto, percepiva il loro sgomento, il loro calore, ma, per quanto li toccasse, tentasse di rassicurarli, non riusciva ad attirarne l’attenzione. Solo la piccola Beatrice riusciva a vederla. Aveva raccontato alla nonna che la zia non sembrava triste. Un giorno corse dalla mamma e indicando il nulla pretese che tutti vedessero quello che lei sola poteva. Così smisero di portarla all’ospedale e Carla improvvisamente si sentì sola, per la prima volta un senso d’impotenza e irrimediabilità la pervase gettandola nel più cupo sconforto.

«Non sono morta,» - sussurrò - «non ancora, almeno.» E pensò a tutte le cose che aveva lasciato a metà o non aveva neppure cominciato, alle parole che non aveva detto, rimandando, sempre, perché comunque c’era tempo, avrebbe avuto altre occasioni. E se davvero non ne avesse avute più? E se fosse rimasta intrappolata in quel limbo? Poteva essere vita quella, o non era piuttosto una specie di castigo?

Sapeva che in quel luogo, in quel tempo sospeso, non avrebbe trovato risposte. Dopo un po’ smise di cercarle, si sedette accanto al proprio corpo inerme e si rassegnò a restare lì, inutilmente.

Le visite si diradarono sino quasi a sparire. Solo la sorella, di tanto in tanto, andava - la guardava, le accarezzava le mani, talvolta piangeva, più spesso doveva combattere contro il desiderio fortissimo di liberarla, lasciarla andare. Una non vita, o una non morte - come si poteva imporre un tale, devastante calvario?

«Vai a casa, non stare qua. Vai dalla tua famiglia, ti prego.» Ma immancabilmente Anna non le dava ascolto e si addormentava. Allora, seppur invano perché il risveglio avrebbe cancellato quei momenti, Carla l’abbracciava e consolava.

Così per quindici anni. Poi, un giorno, entrò nella stanza una nuova infermiera e Carla si sentì improvvisamente felice.

Beatrice esitò qualche secondo, infine le appoggiò un cuscino sul viso.

Sentì una grossa e calda lacrima scivolarle lungo la guancia arrossata, poi, per un istante, vide la zia Carla in piedi accanto al letto, circondata di luce. Sorridente - e grata.

 

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