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Aggiornato Mercoledì 13-Nov-2013

 

 

Giuseppe e Maria si erano conosciuti all’università. Avevano avuto una lunga relazione, in vero assai osteggiata dai genitori di lui che avrebbero preferito per l’unico figlio avuto dopo molto penare, una modesta fidanzata del paese. Di Maria mal digerivano le origini meridionali - non credevano che vi fosse amore, si erano fatti l’idea che mirasse ai loro averi.

I genitori di Giuseppe erano persone piuttosto comuni: due eccellenti risparmiatori, due accumulatori di ricchezze anche estorte con l’inganno. Per loro il fine giustificava i mezzi e niente era immorale se serviva a garantirsi il possesso di qualcosa, a dispetto o a danno di qualcuno. Insomma, erano due giganteschi opportunisti, ladri per giunta, con un atavico istinto predatorio che non si preoccupavano minimamente di dissimulare. Avevano vissuto per loro stessi e per il figlio, al quale avevano dato tutto il possibile sperando con ciò di comprarne la devozione, la fedeltà. L’avevano cresciuto come un principe e tale credevano che fosse, oltre ogni ragionevolezza. Nonostante questo, Giuseppe non era divenuto un cattivo ragazzo, tutt’altro, ma come capita agli eletti, si era fatto un’idea di sé e del mondo un tantino sovrastimata, immaginaria. In buona sostanza, in virtù dei suoi modi amichevoli e del suo aspetto gradevole, pensava che tutto gli fosse dovuto o a tutto potesse legittimamente aspirare. In effetti, sino ad un certo punto della sua vita, non aveva avuto ragione di dubitarne: divenuto il pupillo di un barone universitario folgorato dalla sua affabilità, aveva fatto carriera assicurandosi un futuro che altri, più capaci e meritevoli, non potevano neppure sognarsi. Così in ogni altra cosa sino alla decisione di sposarsi e realizzarsi attraverso la costruzione di una famiglia perfetta, in una casa perfetta, facendo figli perfetti, attorniato da parenti ed amici perfetti.

Maria aveva una famiglia mediamente opprimente, totalmente convenzionale, votata anch’essa a fare tutto il possibile per sistemare al meglio la figlia, ricavandone un genero abbiente e nipoti promettenti, possibilmente maschi, destinati a carriere da dottori e bancari. Anche lei, nonostante i tentativi familiari, non era divenuta una cattiva ragazza. Certo, non brillava per vivacità, modernità, apertura mentale, ma, ben istruita com’era al più convinto, passivo conformismo, sarebbe stata una moglie e una madre ideale.

I due si sarebbero quasi certamente sposati, prima o poi, ma il casuale concepimento di un pargolo affrettò i tempi, obbligò entrambe le famiglie a rompere gli indugi, le costrinse ad accontentarsi.

Il matrimonio si svolse esattamente come doveva, con gran dispendio di soldi, energie ed ipocrisie. Con l’occasione, i giovani sposi vollero arredare suntuosamente un bell’appartamento di proprietà - furono accontentati. Arrivarono due auto adatte ad ogni esigenza, una moto ed un abbonamento ferroviario grazie al quale la mamma di lui poté prodigarsi in un effluvio senza fine di attenzioni amorevoli. Gli sposi, poverini, erano giovani, avevano altro di cui occuparsi - qualcuno doveva provvedere alla faccende, alle commissioni, e chi più di lei che non aveva nulla da fare poteva aiutarli?

Una tale, macroscopica invadenza, avrebbe messo in allarme chiunque, ma non loro. Fecero qualche timido tentativo, provarono a dissuaderla, la pregarono di ridurre almeno un poco lo sforzo, ma niente, lei era inamovibile e a loro, in fondo, faceva comodo non doversi occupare d’altro che organizzare i week-end in montagna. Pranzi e cene pronti, panni lavati e stirati, la casa che era uno specchio, nemmeno una bolletta da pagare, soldini in regalo che arrivavano, non richiesti, da tutte le parti - il paradiso in terra, gratis.

Nacque il pargolo, l’erede. Neanche farlo apposta era il ritratto sputato della nonna paterna. Pareva che fosse figlio suo. Da subito allungò le grinfie sulla culla e dato che Maria e Giuseppe non avevano tempo per occuparsene continuativamente, a tutti non parve vero che vi fosse qualcuno disposto a prendersene cura senza condizioni.

I problemi iniziarono non appena il pargolo cominciò a crescere manifestando sin da subito un temperamento malizioso, prepotente e sprezzante. Contestualmente partì la gragnola di critiche - un fuoco incrociato contro le capacità educative e di accudimento dei due giovani. I più accaniti nel sostenerne l’inadeguatezza, erano i genitori di Giuseppe i quali non mancavano di offenderli, anche di fronte agli estranei, mettendone in evidenza le trascuratezze - che non c’erano, sia chiaro. Improvvisamente, il principino era divenuto un inetto, un incapace, e la di lui moglie, beh, lasciamo perdere, cosa ci si può attendere da una che ha la pelle così scura che sembrava marocchina?

Il bimbo passava tutto il giorno con la nonna, stava attaccato alla sua gonna come una patella allo scoglio. Prima ancora che potesse esprimere un desiderio, un bisogno, la nonna vi aveva provveduto. Non voleva camminare, lo prendeva in collo. Voleva questo o quello? Accontentato, sempre, comunque. Al minimo accenno di pianto era tutto un prodigarsi, un coccolare, un vezzeggiare. Ormai non aveva più regole, orari, non vi erano più limiti. Giuseppe e Maria tornavano dal lavoro e avevano l’impressione di avere in casa un estraneo, importuno. Non li ascoltava, non gli riconosceva alcuna autorevolezza, era sempre imbronciato, li guardava con aria di sfida e sufficienza. Se contraddetto o sgridato, strillava come un’aquila cercando, chiamando la nonna, e se lei era presente accorreva, redarguendoli di fronte al bambino, poi consolandolo e compiacendolo, quasi strappandoglielo dalle braccia.

Non sapevano cosa fare. Stavano perdendo il controllo. Valutarono di mandarlo al nido, ma la spesa, sebbene fosse alla loro portata, gli sembrava alta - quei soldi preferivano risparmiarli per le vacanze. Così si convinsero che con la crescita le cose sarebbero andate meglio: sarebbe andato all’asilo e tutto si sarebbe sistemato.

Intorno ai due anni cominciò a picchiarli. Li prendeva a schiaffi con tutta la forza che aveva, poi assumeva un’espressione innocente, si scusava e diceva che non l’aveva fatto apposta. Un giorno, guardò negli occhi sua madre e le chiese se fosse felice. “Certo che sono felice, ho te...”, rispose Maria - e lui: “Sai, ci sono tante mamme in giro. Voglio una bicicletta.”

Entrambi cominciarono a star male, tale era la preoccupazione, lo smarrimento, lo spavento di fronte a questo bambino che pareva privo d’ingenuità, che si stava trasformando sotto i loro occhi in un mostro. Maria aveva dolori dappertutto, feroci mal di testa ed altri sintomi debilitanti. Giuseppe non dormiva, guardava suo figlio con disgusto, disprezzo. Gli avevano detto che doveva ignorarlo, si sforzava di non dargli peso ma aveva solo voglia di riempirlo di botte - erano sentimenti orribili che lo lasciano in uno stato di prostrazione profonda. Lei si vergognava a tal punto delle intemperanze, delle prepotenze e delle furbizie del figlio, che pur di nasconderle, renderle meno evidenti a se stessa e agli altri, cedeva contraddicendo Giuseppe che avrebbe voluto osteggiarlo.

Così, invece di decidere di sottrarlo all'influenza nefasta della nonna, cominciarono a pensare di concepire un altro figlio. Questo proposito non aveva alcun senso. Uno dei due avrebbe potuto prendere un periodo di aspettativa al lavoro per dedicarsi al figlio sino all’inizio dell’asilo, oppure avrebbero potuto affidarlo ad una tata esperta, oppure entrambe le cose per darsi respiro, ritrovare un equilibrio, fiducia - invece no, un altro figlio, senza minimante preoccuparsi delle reazioni del primo, forse, non del tutto inconsapevolmente, usandolo in funzione di castigo, punizione, un po’ come a dire: “Tu non sei il centro del mondo ed ora te lo dimostriamo”. Se Guido avesse saputo cosa avevano in serbo per lui, avrebbe risposto che i fratelli muoiono.

Pochi mesi dopo, andò all’asilo. Naturalmente fece tutto il possibile per restare a casa con la nonna, la quale pianse tutte le lacrime che aveva pur di non separarsene. Furono giorni terribili. Guido urlava, si rotolava in terra procurandosi ferite ed ecchimosi, li prendeva a calci, si rifiutava di mangiare e dormire. Picchiava i compagni, rubava o rompeva i giocattoli, strappava i disegni - faceva il diavolo a quattro tanto che le maestre cominciarono a pensare che avesse dei problemi psichiatrici o che addirittura fosse vittima di abusi. Persino i nonni materni, mossi a compassione, convincendosi che la coppia si stesse effettivamente comportando in modo inadeguato, arrivarono a chiedere di lasciarlo in pace.

Questa volta, Giuseppe e Maria non si lasciarono convincere e Guido, alla fine, si rassegnò. Pur continuando ad abusare dei compagni, si fece più furbo, seduttivo, tanto che le maestre ne furono conquistate arrivando per questo a non dare importanza all’enorme gravità delle sue azioni.

Quando fu evidente che la mamma aveva qualcosa di strano, quando capì che le attenzioni di tutti si stavano spostando da lui a quella pancia gonfia dentro cui, come gli dissero, stava crescendo un bel fratellino, un simpatico compagno di giochi, in lui crebbe la determinazione di sbarazzarsene. Un giorno, al culmine di una crisi isterica, si avventò sulla pancia con una tale forza, una tale ferocia, che Maria dovette correre in ospedale. “E’ normale, signora, suo figlio è geloso. Vedrà, gli passerà.” E’ normale afferrare un posacenere e usarlo come un martello, mordere la carne e colpirla sino a sfinirsi? No, non lo è - ma ancora si può far finta di nulla, ancora si può credere che accadrà un miracolo, che l’amore trionferà.

La gravidanza procedeva nonostante i malesseri di Maria e lo scoramento di Giuseppe. Qualcuno suggerì di rivolgersi a uno specialista perché forse Guido aveva bisogno di aiuto, forse ne avevano bisogno tutti, invece lo infagottarono, lo portarono dalla nonna e lo lasciarono lì. Sarebbe tornato a casa dopo il parto.

Guido era finalmente felice, sereno, aveva il mondo ai suoi piedi, due nonni meravigliosi che lo trattavano come un Re parlando tra loro, di fronte a lui, di quegli incapaci che sfornavano figli meticci, come conigli. Non sentiva la mancanza di mamma e papà e lui non mancava a loro, tuttavia, Antonio nacque e arrivò il momento di tornare a casa.

Questa volta, Guido pianse appena - sapeva che opporsi non sarebbe servito. Prese il suo orsacchiotto e, senza farsi vedere, gli cavò gli occhi.

Si chiuse in se stesso e i suoi genitori tirarono un sospiro di sollievo. Avevano avuto ragione. Ora la nonna poteva andare a trovarli quando voleva, ma a prendersi cura dei bambini non sarebbe stata lei. Maria aveva ottenuto un part-time, Antonio sarebbe andato al nido e i nonni materni avrebbero provveduto a pagare una baby sitter in modo che i bambini non fossero mai lasciati soli. La perfezione era prossima a realizzarsi.

Maria e Giuseppe adoravano Antonio: un bel bimbo paffuto e tranquillo che si affidava a loro ciecamente. Rideva felice, il piccolo Antonio, mentre entrambi lo coprivano di attenzioni. Guido, in disparte, torvo, aspettava il momento in cui avrebbe potuto strappargli le braccia.

Passava molto tempo in giardino, da solo - d’altronde avvertiva che mamma e papà non lo sopportavano, ne avevano timore o repulsione. Faceva esperimenti. Schiacciava le lumache con le dita, lentamente, per vedere le carni sfarsi sotto la pressione. Lucertole, rane, per ognuno aveva un nuovo supplizio. Un giorno, Giuseppe portò a casa un cucciolo di cane, Guido lo abbracciò così forte che se Maria non fosse intervenuta l’avrebbe soffocato. Guido fu punito: niente cartoni animati per una settimana, ma a lui non importava, aveva i suoi giochi segreti consumati nell’orto dei nonni materni, nel loro pollaio. Quando, dopo molti tentativi disastrosi, riuscì finalmente a uccidere una gallina, seppe di essere pronto. Portò la povera bestiola a suo nonno, mostrando dispiacere, stupore, chiedendo spiegazioni. Egli capì subito che le era stato tirato il collo, ma non poté credere, nemmeno per un istante, che l’assassino fosse davanti a lui, avesse quegli occhi lucidi, il labbrino inferiore vibrante, sul punto di cedere al pianto. Pensò ad uno spregio, un dispetto di qualche vicino invidioso e la cosa finì in cucina, con la nonna intenta a spiumare la carcassa, aprirle il ventre mostrando le interiora, lo stomaco duro, pieno di sassolini e poltiglia verde, Guido attento che chiede se le altre galline soffriranno non vedendola tornare. Un caro bambino, un po’ difficile, forse, ma così curioso, sensibile.

Giuseppe e Maria, preoccupati per l’improvvisa introversione di Guido, per la sua ostinazione a raccontare bugie, a usare mezzucci per estorcere attenzioni e consensi, chiesero alle maestre dell’asilo cosa ne pensassero. Una di loro, colpita dalla sua furbizia, dalle sue sottili malizie, avanzò l’ipotesi che avesse un quoziente intellettivo superiore alla media, ma nessuno dei due si sentì per questo rassicurato o orgoglioso. In realtà, Guido era un piccolo narcisista, un manipolatore in erba, uno psicopatico in potenza.

Per festeggiare il quarto anno di matrimonio, Giuseppe e Maria decisero di concedersi una cenetta romantica. Con l’occasione, consentirono alla nonna paterna di fermarsi a dormire da loro, così avrebbe potuto prendersi cura dei bambini senza dover chiedere al marito di andare a prenderla a tarda notte. Guido e lei, naturalmente, ne furono entusiasti.

Mentre la coppia finiva di sistemarsi, nonna e nipote si misero a sfogliare un libro illustrato. Antonio dormiva nella sua culla, in camera di mamma e papà.
“Mi raccomando, tienilo a bada e mandalo a letto alla sua ora. Non rovinarci la serata, non farci pentire.” - disse Giuseppe abbozzando un sorriso.
“Ma certo, stai tranquillo - vero Guido che facciamo i bravi?”
Un brivido percorse la schiena di Maria. Ebbe un brutto presentimento e fu sul punto di chiedere a Giuseppe di rimanere a casa, poi pensò che si stava preoccupando per nulla, s’infilò il cappotto e dopo aver dato un buffetto al bimbo che non la degnò nemmeno di uno sguardo, uscì sul pianerottolo.

Guido e la nonna rimasero finalmente soli. L’ora di cena si avvicinava e lei gli chiese di aiutarla a fare i biscotti. Mentre erano intenti a impastare la farina, udirono la vocina di Antonio. La nonna si pulì le mani al grembiule e cercò di raggiungere il piccolo, ma Guido l’afferrò bloccandola, frapponendosi tra lei e la porta. Lo rassicurò: “Su, Guido, non fare i capricci - sei tu l’amore della mia vita, ma Antonio si è svegliato, mica possiamo lasciarlo lì da solo, avrà fame anche lui, no?”. Guido pianse, come non faceva da tempo. Lei fece qualche passo pensando che si sarebbe rassegnato, invece rimase attaccato alle sue gambe. Lo trascinò ancora per un paio di metri, infine lo prese in braccio e lo minacciò: “Guarda che se fai così non vengo più a trovarti!”. Guido non si lasciò impressionare, ma capì che se non voleva essere del tutto scavalcato dal fratello, doveva agire.

Il resto della serata trascorse in modo abbastanza tranquillo. Guido si fece imboccare. Antonio mangiò senza fare storie e alle nove già crollava dal sonno. La nonna lo mise a letto, poi si coricò sul divano e permise a Guido di attardarsi guardando la TV. Si assopì. Guido sgusciò via e raggiunse il fratello. Si chinò sulla culla, gli sputò, poi gli mise le manine in faccia e cominciò a pigiare. Antonio si dimenava, avrebbe voluto gridare ma una delle mani gli chiudeva la bocca - non emise alcun suono, non riusciva nemmeno a respirare. Se Guido non si fosse messo a canticchiare allegramente, la nonna avrebbe continuato a dormire, invece, come in un incubo, l’interfono collegato con la camera diffuse quella cantilena sinistra e lei capì. Si precipitò arrivando appena in tempo. Diede uno spintone a Guido che cadde a terra. Antonio era cianotico ma respirava ancora. Lo prese in braccio e lo scosse, quando scoppiò in un pianto a dirotto, si accasciò a sedere sul letto, in lacrime pure lei. Guido non capiva quel trambusto. Non aveva forse fatto il necessario? Si avvicinò cercando di prendere il posto del fratello, ma la nonna lo allontanò da sé con forza, guardandolo dritto negli occhi, rimproverandolo duramente: “Sei un bambino brutto e cattivo! Vattene subito in camera tua, cammina!”

Guido capì che era solo, nemmeno sua nonna lo meritava, ma non era arrabbiato, non era nemmeno deluso. Era eccitato, aveva voglia di correre e corse come un pazzo per tutta la casa fino a quando, sfinito, si spense, accasciò. La nonna lo trovò riverso sul pavimento della cucina, sorrideva. Lo portò in camera, lo mise a letto, carezzò la sua fronte sudata chiedendosi cosa doveva fare. Il suo piccolo Re... aveva fatto tanto per rendersi adorabile, indispensabile, e lui come la ripagava? Mettendola nei pasticci, distruggendo tutto il lavoro fatto. Avrebbe taciuto. Quello che era accaduto non poteva essere detto, non vi erano le parole per dirlo. Sarebbe stato il loro segreto. Lo avrebbe protetto, avrebbe impedito che gli facessero del male, lo allontanassero definitivamente da lei. Lo avrebbe aspettato perché un giorno, ne era certa, almeno lui le sarebbe stato riconoscente, fedele, a qualunque costo. Mica come suo figlio, sua nuora o quel piccolo bastardo con i capelli e gli occhi troppo scuri.

Vi è una vena di follia che attraversa il tempo, talvolta salta una o più generazioni, poi ricompare e non la si può più contenere, controllare. Le famiglie perfette hanno molte cose da nascondere o fingere di non sapere. Le famiglie perfette hanno il potenziale di una bomba a grappolo - molto intelligente.

 

 

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