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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Chiara guardò l’ora. Non ne poteva più, aveva voglia di andare a casa, infilarsi nella vasca da bagno, farsi un latte caldo e poi via, a letto. Che razza di vita: lavorare otto ore, poi precipitarsi al corso serale – le rimaneva giusto il tempo per dormire un po’. Si svegliava già stanca, sfinita – come facesse a trottare così tutto il giorno, nemmeno lei lo sapeva.

Aveva deciso di diplomarsi. Senza quell’inutile pezzo di carta non poteva aspirare a migliorare le sue condizioni di vita. Era una donna certamente preparata, colta, ma la burocrazia è cieca, ottusa, considera reale ciò che è virtuale, presunto – seleziona non in base a quello che si è, si fa e si sa, ma in base a una preparazione attestata niente affatto scontata, anzi. Negli anni aveva visto decine di emeriti imbecilli affermarsi, persone ignoranti come capre, persino incapaci di scrivere in un italiano appena decente far carriera. E lei sempre lì, al palo, ultima ruota di un sistema assurdo che ha verso il merito, il valore e le capacità individuali, oggettive, una specie di avversione, se non proprio disprezzo. D’altronde ci si può aspettare dalle capre qualcosa di diverso? Sai che rabbia far finta di studiare sino alla laurea, o addirittura comprarla, far parte della casta dei privilegiati, di quelli che contano, per poi ritrovarsi un gradino più in basso di qualcuno che ne è fuori? Inaccettabile – insopportabile. Non le sarebbe servito a molto diplomarsi, ma avrebbe almeno potuto partecipare ai concorsi, perlomeno tentare – talvolta, sistemati gli amici e i parenti, pescavano nel mucchio, a casaccio, per dare al giuoco delle tre carte una parvenza di regolarità. D’accordo, la fortuna ci vede benissimo, ma perché negarsi un’occasione?

Suonò la campanella. Chiara infilò le sue cose nello zaino e s’incamminò spedita verso l’uscita.

«Ciao!»
Non sentì.
«Scusa, sono nuova. Sai a che ora c’è la lezione di matematica domani sera?»
Chiara trasalì, si voltò e vide una buffa ragazza tutta spettinata che le trottava dietro: «Alle sette, per fortuna.» Non aveva voglia di parlare, di spiegarle che le lezioni più impegnative erano concentrate nelle prime ore perché in seguito più nessuno sarebbe stato in grado di seguirle.
«Menomale! Pensavo di non fare in tempo.»
«Perché?» - si sentì chiederle.
«Non posso chiudere l’officina prima delle sei e mezzo, devo presentare un lavoro.»
«?»
«Creo macchine volanti.»
«???»
«È complicato. Mi chiamo Ruth, mia madre era fissata con la bibbia.»
«Scusami, la stanchezza - sono Chiara.»
«Non preoccuparti, è che non sapevo a chi chiedere.»
«Non ti hanno dato l’orario delle lezioni?»
«No.»
«Aspetta, forse ne ho una copia da qualche parte…» - e fece per aprire lo zaino ma Ruth le fermò la mano con un gesto così carino e confidenziale che la colpì.
«Non importa, davvero – domani passo dalla segreteria.» Chiara le sorrise, stordita. «Ti va un caffè?»
«Sì.» - Sì? Ma se non si reggeva in piedi!
«Ho lo studio ad appena tre chilometri. Hai la macchina?»
«No.»
«Possiamo fare una passeggiata, oppure andare con la moto.»
«La moto.» La moto? Ma se la terrorizzava! Senza riuscire a levarsi dalla faccia quello strano sorriso, infilò il casco e si aggrappò a lei. Non aveva mai abbracciato un corpo così minuto, le parve familiare, rassicurante. Allentò i pugni e si abbandonò completamente, senza timore. Poco dopo giunsero davanti a una costruzione molto grande, di mattoni. Ruth spense il motore e la lasciò scendere prima di estrarre il cavalletto.
«Si vede che ti piace andare in moto, non hai fatto alcuna resistenza.»
«Veramente è la prima volta.»
«???» - Ruth cominciò a guardarla con ancora più attenzione - «Quante sorprese…» - poi, senza darle il tempo di dire niente - «Abito e lavoro qua, vieni. Ho diviso l’ambiente in due, da una parte ho la mia tana, dall’altra l’officina. Non potrei vivere tenendo le due cose separate, in posti diversi.» Aprì una porticina posta a lato di un portone di metallo enorme e la fece entrare. Chiara si ritrovò in un mondo fantastico, inimmaginabile. Morbido e caldo, come un nido di piume – d’aquila. Le pareti erano antichizzate con velature che sfumavano dal giallo all’arancio per poi passare senza soluzione di continuità a varie tonalità del verde, dell’azzurro, del violetto – il soffitto era a travicelli e mezzane. Un solo ambiente, grandissimo, circondato da un soppalco di legno che ne occupava una buona metà, a vista. Su un lato i finestroni, nell’altro una porticina incastonata in una libreria che riempiendo tutta la parete sino all’inizio del soppalco, disegnando una L, divideva in due la zona giorno: di qua la sala/studio - divano, TV, stereo, scrivania, tecnigrafo -, di là la cucina, un bagno di servizio e un ripostiglio, grandi. Sopra, passando da una scala di legno posta al centro della stanza, la zona notte: sul ballatoio di sinistra, ancora una libreria che correva per tutta la lunghezza della parete, sull’altro, approfittando della luce proveniente dai finestroni che proseguivano sino al soffitto, piante, due sedie a dondolo, un piccolo tavolino - quasi un terrazzo o un giardino, pensile. Oltre, sul soppalco vero e proprio ricoperto di tappeti, in mezzo a due porte c’era solo un letto e due piani di appoggio per le lampade e altri libri.
«Cosa c’è là dentro?»
«A sinistra una stanza armadio, a destra il bagno… vai pure se hai bisogno, scendo a preparare il caffè, o preferisci qualcos’altro?»
«Il caffè va benissimo, grazie.» Chiara si appoggiò al parapetto di legno e la guardò scendere. Rimase così qualche minuto, ammirando dall’alto la stanza sottostante, le librerie, il giardino pensile. Non aveva mai visto nulla di simile, nemmeno su quelle riviste specializzate che mostrano i loft tanto di moda tra i ricchi. Approfittò del bagno e naturalmente ne rimase impressionata: come fare un salto indietro nel tempo, quasi pompeiano, ma non kitsch, al contrario: sobrio, essenziale. Quando uscì, il profumo del caffè l’aveva già raggiunta. Ruth aveva messo un po’ di musica – brani per pianoforte e violoncello. Scese la scala sperando che non facesse rumori molesti, inopportuni, invece anche il suo scricchiolio si armonizzava perfettamente, sembrava fatto a posta
«Come hai fatto?»
«A far cosa?»
«Tutto questo.»
«Da sola. C’è voluto quasi un anno e un po’ di soldi per il materiale, soprattutto per il legno e l’impiantistica, il resto lo avevo già.»
«In che senso da sola
«A parte l’impianto idraulico ed elettrico, il resto l’ho fatto io.»
«Anche il soppalco?»
«Sì, non è difficile – è solo faticoso. Mi ha aiutata un amico, ci sono cose che da soli non si possono fare. Questa è una costruzione dei primi del Novecento. Mio padre l’ha comprata intorno agli anni Settanta per farci l’officina. Riparazioni: auto, moto – sono cresciuta in mezzo alle chiavi inglesi. Quando le mie coetanee giocavano con le bambole, io ero già capace di smontare e rimontare un motore, funzionante.» - porse a Chiara una tazza di caffè all’americana - «Vieni, ti faccio vedere.»
Chiara la seguì, in silenzio, affascinata. Ruth aprì la porticina incastonata nella libreria, abbassò la leva di un interruttore e l’officina s’illuminò a giorno. Chiara rimase letteralmente senza parole, senza fiato, naso all’insù. Attaccata a catene e pulegge, sospesa nel vuoto, c’era un’enorme struttura fatta di pezzi di ferro assemblati, parti meccaniche di recupero, qualcosa che nella forma ricordava un uccello con il corpo di un uomo/donna.
«S’intitola Icaro – un po’ scontato, forse, ma è provvisorio. Si muove, sai?» - schiacciò un interruttore posto su una specie di centralina portatile e la struttura cominciò a battere le ali, lentamente - «Devo perfezionare i meccanismi, lavorare ancora sugli ingranaggi, gli alberi di trasmissione. Vorrei che fosse perfettamente silenziosa. Vorrei che si sentisse solo il sibilo dell’aria mossa dal suo movimento - più che guardarla, la si dovrebbe percepire, sulla pelle, come l’alito di un bambino che dorme.»
Chiara era assolutamente certa che ce l’avrebbe fatta. Ruth aveva quel tipo di sensibilità e ingegno che pochissime persone al mondo posseggono. Attraverso esse la bellezza si svela, esprime – diviene accessibile, patrimonio dell’umanità anche quando l’umanità non se ne accorge o non sa che farsene. Avrebbe voluto dirglielo, ma non vi riuscì. Ruth rimise a dormire Icaro, spense la luce, quindi la invitò a rientrare, a sedersi dove volesse.
«Tu cosa fai?»
«?»
«Per vivere intendo, per piacere o necessità.»
Chiara si sentì piccola-piccola, una specie di nullità – improvvisamente tutti i suoi problemi, tutte le sue arrabbiature le parvero stupide, puerili. Ruth non era diplomata, come lei, eppure era capace di così tanto! Lei al massimo scriveva poesie, ma ne ebbe talmente vergogna che preferì non dirlo. Rispose invece con una domanda, pentendosene subito: «Guadagni molto con le tue opere?»
«Nulla. Per finanziarmi faccio il mestiere di mio padre. Non ho un gran giro di clienti - sai, una donna non è credibile in questo campo - e d’altronde ho anche bisogno di tempo, le mie macchine ne richiedono molto e costano, è per questo che ho deciso di diplomarmi, magari poi riesco a trovare un lavoro capace di darmi abbastanza guadagno senza rubarmi tutta la vita.»
«Com’è possibile?»
«Cosa?»
«Le tue opere sono magnifiche, dovrebbero stare nei musei di arte contemporanea!»
«Non è così semplice, Chiara. Anche l’arte è un mercato e come tutti i mercati risponde a logiche commerciali che poco o nulla hanno a che vedere con il valore reale, intrinseco delle cose. Ci sono mercanti, critici, storici, collezionisti, galleristi, fondazioni, musei, biennali, fiere, editori e giornalisti accreditati, in ultimo arrivano gli artisti, perlopiù artigiani, esecutori, piccole industrie che producono il nulla, su commissione di pochi, per pochi – alla fine tutti se la suonano e se la cantano, fra loro. Il cosiddetto mondo dell’arte moderna non è altro che un’elite spocchiosa, piramidale, piena di soldi e debiti, che compra e vende idee come se trattasse partite di vino da tavola spacciandolo per pregiato. Non è né finanza, né impresa, né cultura – è pura speculazione, affabulazione, illusionismo, è fare soldi coi soldi, spesso virtuali, con le parole, sulle parole. Comprano un’opera o addirittura un artista intero, dopo un po’ rivendono, poi ricomprano, sempre la stessa opera o lo stesso artista, ma nei vari passaggi il valore raddoppia, crescono le quotazioni. Un artista vero se finisce nell’ingranaggio rischia di morire. Se non può essere assoggettato, se non sa adeguarsi, è presto rigettato, come un corpo estraneo. Le eccezioni ci sono, naturalmente, ma sono rare. Non m’interessa, non fa per me, ma sai, è un po’ come la storia dell’uva acerba.»
Già. Chiara l’ascoltava attentamente, ammirata. Era così calma, consapevole, lucida. Capì di non aver ragione d’esserne intimidita e allora le raccontò di sé, di quanto si sentisse offesa, sottovalutata, come donna e come essere umano, di quanto avesse sofferto la superficialità e il disimpegno, del fatto che non aveva mai trovato nessuno con cui condividere i suoi pensieri più profondi, certi valori, nessuno che si sentisse abbastanza arrabbiato, motivato, capace di fare scelte anche coraggiose, rinunciare a qualcosa, assumersi qualche responsabilità, in proprio. Un fiume in piena che non voleva arrestarsi nemmeno di fronte alle lancette dell’orologio che correvano fregandosene di lei, dell’alba incombente e di quel dannato cartellino che avrebbe dovuto timbrare di lì a poche ore. Se avessero smesso di parlare, poi, avrebbero potuto ricominciare? Così? In quello stesso modo, con quella stessa intensità, provando quello stesso piacere, quella stessa sensazione di sapersi ascoltate, capite? O non si sarebbero piuttosto perse, nella quotidianità ridimensionate, banalizzate? Adesso trovava in se stessa ciò che negli altri aborriva: la paura.

Ruth si accorse che Chiara stava lottando strenuamente per non addormentarsi. Cominciò a parlarle sottovoce, quasi cantilenando. Quando si fu assopita la coprì con un plaid, predispose una sveglia perché suonasse all’ora giusta e spense le luci.

La sveglia trillò, discreta. Ruth la zittì subito. Scese al piano di sotto contenta che non si fosse svegliata. Riscaldò il caffè e gliene portò una tazza piena. Chiara aprì gli occhi e nel vederla ancora seduta accanto a sé, si sentì attraversare da una strana, sconosciuta felicità.

«Comodo questo divano, vero? Io ci faccio certe dormite… Prendi, è caldo. Bevi con calma, abbiamo ancora un po’ di tempo. Ah, se vuoi farti una doccia non fare complimenti, gli asciugamani sono puliti.»

Banalità certo, eppure avevano un suono così dolce, naturale e al tempo stesso inconsueto, carico di tensioni, promesse, incognite – alcune, forse, anche spaventose.

Chiara sospirò, le chiese dove dovesse andare.
«In nessun posto. Ti accompagno e poi torno qui.»
«Mi spiace darti tanto disturbo. Avresti potuto dormire, invece…»
«Stai scherzando, vero?»
«No, ma posso rimediare invitandoti a pranzo.»
«Nella vita qualche rischio va corso, l’hai detto tu.»

Risero – e finalmente capirono di potersi fidare, di non essere più sole.

 

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