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Chiara
guardò l’ora. Non ne poteva più, aveva voglia
di andare a casa, infilarsi nella vasca da bagno, farsi un latte
caldo e poi via, a letto. Che razza di vita: lavorare otto ore,
poi precipitarsi al corso serale – le rimaneva giusto il tempo
per dormire un po’. Si svegliava già stanca, sfinita
– come facesse a trottare così tutto il giorno, nemmeno
lei lo sapeva.
Aveva
deciso di diplomarsi. Senza quell’inutile pezzo di carta non
poteva aspirare a migliorare le sue condizioni di vita. Era una
donna certamente preparata, colta, ma la burocrazia è cieca,
ottusa, considera reale ciò che è virtuale, presunto
– seleziona non in base a quello che si è, si fa e
si sa, ma in base ad una preparazione attestata niente affatto scontata,
anzi. Negli anni aveva visto decine di emeriti imbecilli affermarsi,
persone ignoranti come capre, persino incapaci di scrivere in un
italiano appena decente far carriera. E lei sempre lì, al
palo, ultima ruota di un sistema assurdo che ha verso il merito,
il valore e le capacità individuali, oggettive, una specie
di avversione, se non proprio disprezzo. D’altronde ci si
può aspettare dalle capre qualcosa di diverso? Sai che rabbia
far finta di studiare sino alla laurea, o addirittura comprarla,
far parte della casta dei privilegiati, di quelli che contano, per
poi ritrovarsi un gradino più in basso di qualcuno che ne
è fuori? Inaccettabile – insopportabile. Non le sarebbe
servito a molto diplomarsi, ma avrebbe almeno potuto partecipare
ai concorsi, perlomeno tentare – talvolta, sistemati gli amici
e i parenti, pescavano nel mucchio, a casaccio, per dare al giuoco
delle tre carte una parvenza di regolarità. D’accordo,
la fortuna ci vede benissimo, ma perché negarsi un’occasione?
Suonò
la campanella. Chiara infilò le sue cose nello zaino e s’incamminò
spedita verso l’uscita.
«Ciao!»
Non sentì.
«Scusa, sono nuova… Sai a che ora c’è la
lezione di matematica domani sera?»
Chiara trasalì, si voltò e vide una buffa ragazza
tutta spettinata che le trottava dietro: «Alle sette, per
fortuna…» - non aveva voglia di parlare, di spiegarle
che le lezioni più impegnative erano concentrate nelle prime
ore perché in seguito più nessuno sarebbe stato in
grado di seguirle.
«Menomale! Pensavo di non fare in tempo…»
«Perché?» - si sentì chiederle.
«Non posso chiudere l’officina prima delle sei e mezzo,
devo presentare un lavoro…»
«?»
«Creo macchine volanti…»
«???»
«È complicato… Mi chiamo Ruth, mia madre era
fissata con la bibbia…»
«Scusami, la stanchezza… Sono Chiara.»
«Non preoccuparti, è che non sapevo a chi chiedere.»
«Non ti hanno dato l’orario delle lezioni?»
«No.»
«Aspetta, forse ne ho una copia da qualche parte…»
- e fece per aprire lo zaino ma Ruth le fermò la mano con
un gesto così carino e confidenziale che la colpì.
«Non importa, davvero – domani passo dalla segreteria…»
- Chiara le sorrise, stordita - «Ti va un caffè?»
«Sì.» - Sì? Ma se non si reggeva in piedi!
«Ho lo studio ad appena tre chilometri… Hai la macchina?»
«No.»
«Possiamo fare una passeggiata, oppure andare con la moto…»
«La moto.» - La moto? Ma se la terrorizzava! Senza
riuscire a levarsi dalla faccia quello strano sorriso, infilò
il casco e si aggrappò a lei. Non aveva mai abbracciato un
corpo così minuto - le parve familiare, rassicurante. Allentò
i pugni e si abbandonò completamente, senza timore. Poco
dopo giunsero davanti ad una costruzione molto grande, di mattoni.
Ruth spense il motore e la lasciò scendere prima di estrarre
il cavalletto.
«Si vede che ti piace andare in moto, non hai fatto alcuna
resistenza…»
«Veramente è la prima volta…»
«???» - Ruth cominciò a guardarla con ancora
più attenzione - «Quante sorprese…» - poi,
senza darle il tempo di dire niente - «Abito e lavoro qua,
vieni… Ho diviso l’ambiente in due, da una parte ho
la mia tana, dall’altra l’officina… Non potrei
vivere tenendo le due cose separate, in posti diversi…».
Aprì una porticina posta a lato di un portone di metallo
enorme e la fece entrare. Chiara si ritrovò in un mondo fantastico,
inimmaginabile. Morbido e caldo, come un nido di piume – d’aquila.
Le pareti erano antichizzate con velature che sfumavano dal giallo
all’arancio per poi passare senza soluzione di continuità
a varie tonalità del verde, dell’azzurro, del violetto
– il soffitto era a travicelli e mezzanine. Un solo ambiente,
grandissimo, circondato da un soppalco di legno che ne occupava
una buona metà, a vista. Su un lato i finestroni, dall’altro
una porticina incastonata in una libreria che riempiendo tutta la
parete sino all’inizio del soppalco e disegnando una L divideva
in due la zona giorno: di qua la sala/studio - divano, TV, stereo,
scrivania, tecnigrafo -, di là la cucina, un bagno di servizio
ed un ripostiglio, grandi. Sopra, passando da una scala di legno
posta al centro della stanza, la zona notte: sul ballatoio di sinistra,
ancora una libreria che correva per tutta la lunghezza della parete,
sull’altro, approfittando della luce proveniente dai finestroni
che proseguivano sino al soffitto, piante, due sedie a dondolo,
un piccolo tavolino - quasi un terrazzo o un giardino, pensile.
Oltre, sul soppalco vero e proprio ricoperto di tappeti, in mezzo
a due porte c’era solo un letto e due piani di appoggio per
le lampade e altri libri.
«Cosa c’è là dentro?»
«A sinistra una stanza armadio, a destra il bagno… vai
pure se hai bisogno, scendo a preparare il caffè, o preferisci
qualcos’altro?»
«Il caffè va benissimo, grazie.» - Chiara si
appoggiò al parapetto di legno e la guardò scendere.
Rimase così qualche minuto, ammirando dall’alto la
stanza sottostante, le librerie, il giardino pensile. Non aveva
mai visto nulla di simile, nemmeno su quelle riviste specializzate
che mostrano i loft tanto di moda tra i nuovi ricchi. Approfittò
del bagno e naturalmente ne rimase impressionata: come fare un salto
indietro nel tempo, quasi pompeiano, ma non kitsch, al contrario:
sobrio, essenziale. Quando uscì, il profumo del caffè
l’aveva già raggiunta. Ruth aveva messo un po’
di musica – brani per pianoforte e violoncello. Scese la scala
sperando che non facesse rumori molesti, inopportuni, invece anche
il suo scricchiolio si armonizzava perfettamente, sembrava fatto
a posta…
«Come hai fatto?»
«A far cosa?»
«Tutto questo…»
«Da sola. C’è voluto quasi un anno e un po’
di soldi per il materiale, soprattutto per il legno e l’impiantistica,
il resto lo avevo già.»
«In che senso “da sola”?»
«A parte l’impianto idraulico ed elettrico, il resto
l’ho fatto io…»
«Anche il soppalco???»
«Sì, non è difficile – è solo faticoso.
Mi ha aiutata un amico, ci sono cose che da soli non si possono
fare… Questa è una costruzione dei primi del Novecento,
un magazzino, per l’esattezza. Mio padre l’ha comprato
intorno agli anni Settanta per farci l’officina. Riparazioni:
auto, moto – sono cresciuta in mezzo alle chiavi inglesi…
Quando le mie coetanee giocavano con le bambole, io ero già
capace di smontare e rimontare un motore, funzionante!» -
porse a Chiara una tazza di caffè all’americana - «Vieni,
ti faccio vedere…».
Chiara la seguì, in silenzio, affascinata. Ruth aprì
la porticina incastonata nella libreria, abbassò la leva
di un interruttore e l’officina s’illuminò a
giorno. Chiara rimase letteralmente senza parole, senza fiato, naso
all’insù… Attaccata a catene e pulegge, sospesa
nel vuoto, c’era un’enorme struttura fatta di pezzi
di ferro assemblati, parti meccaniche di recupero, qualcosa che
nella forma ricordava un uccello con il corpo di un uomo/donna.
«S’intitola “Icaro” – un po’
scontato, forse, ma è provvisorio… Si muove, sai?»
- schiacciò un interruttore posto su una specie di centralina
portatile e la struttura cominciò a battere le ali, lentamente
- «Devo perfezionare i meccanismi, lavorare ancora sugli ingranaggi,
gli alberi di trasmissione… Vorrei che fosse perfettamente
silenziosa… Vorrei che si sentisse solo il sibilo dell’aria
mossa dal suo movimento - più che guardarla, la si dovrebbe
percepire, sulla pelle, come l’alito di un bambino che dorme…»
Chiara era assolutamente certa che ce l’avrebbe fatta. Ruth
aveva quel tipo di sensibilità e ingegno che pochissime persone
al mondo posseggono. Attraverso esse la bellezza si svela, esprime
– diviene accessibile, patrimonio dell’umanità
anche quando l’umanità non se ne accorge o non sa che
farsene. Avrebbe voluto dirglielo, ma non vi riuscì. Ruth
rimise a dormire Icaro, spense la luce, quindi la invitò
a rientrare, a sedersi dove volesse.
«Tu cosa fai?»
«?»
«Per vivere intendo, per piacere o necessità…»
Chiara si sentì piccola piccola, una specie di nullità
– improvvisamente tutti i suoi problemi, tutte le sue arrabbiature
le parvero stupide, puerili. Ruth non era diplomata, come lei, eppure
era capace di così tanto! Lei al massimo scriveva poesie,
ma ne ebbe talmente vergogna che preferì non dirlo. Rispose
invece con una domanda, pentendosene subito: «Guadagni molto
con le tue opere?»
«Nulla. Per finanziarmi faccio il mestiere di mio padre. Non
ho un gran giro di clienti - sai, una donna non è credibile
in questo campo - e d’altronde ho anche bisogno di tempo,
le mie macchine ne richiedono molto e costano… è per
questo che ho deciso di diplomarmi, magari poi riesco a trovare
un lavoro capace di darmi abbastanza guadagno senza rubarmi tutta
la vita… Chissà…»
«Com’è possibile…»
«Cosa?»
«Le tue opere sono magnifiche, dovrebbero stare nei musei
di arte contemporanea!»
«Non è così semplice, Chiara. Anche l’arte
è un mercato e come tutti i mercati risponde a logiche commerciali,
opportunistiche e clientelari che poco o nulla hanno a che vedere
con il valore reale, intrinseco delle cose. Ci sono mercanti, critici,
storici, collezionisti, galleristi, fondazioni, musei, biennali,
fiere, editori e giornalisti accreditati, in ultimo arrivano gli
artisti, perlopiù artigiani, esecutori, piccole industrie
che producono il nulla, spesso a tavolino, premeditatamente, su
commissione di pochi, per pochi – alla fine tutti se la suonano
e se la cantano, fra loro. Il cosiddetto mondo dell’arte moderna
non è altro che un’elite spocchiosa, piramidale, piena
di soldi e debiti che compra e vende idee come se trattasse partite
di vino da tavola spacciandolo per pregiato o nel futuro tale. Non
è né finanza, né impresa, né cultura
– è pura speculazione, affabulazione, illusionismo,
è fare soldi coi soldi, spesso virtuali, con le parole, sulle
parole. Comprano un’opera o addirittura un artista intero,
dopo un po’ rivendono, poi ricomprano, sempre la stessa opera
o lo stesso artista – ma nei vari passaggi il valore raddoppia,
crescono le quotazioni... Un artista vero se finisce nell’ingranaggio
rischia di morire. Se non può essere assoggettato, se non
sa adeguarsi, è presto rigettato, come un corpo estraneo.
Le eccezioni ci sono, naturalmente, ma sono rare… Non m’interessa,
non fa per me… Ma sai, è un po’ come la storia
dell’uva, se sta tanto in alto da non poter essere colta è
senz’altro acerba…»
Già. Chiara l’ascoltava attentamente, ammirata. Era
così calma, consapevole, lucida. Capì di non aver
ragione d’esserne intimidita e allora le raccontò di
sé, di quanto si sentisse offesa, sottovalutata, come donna
e come essere umano, di quanto avesse sofferto la superficialità
e il disimpegno, del fatto che non aveva mai trovato nessuno con
cui condividere i suoi pensieri più profondi, certi valori,
nessuno che si sentisse abbastanza arrabbiato, motivato, capace
di fare scelte anche coraggiose, rinunciare a qualcosa, assumersi
qualche responsabilità, in proprio… Un fiume in piena
che non voleva arrestarsi nemmeno di fronte alle lancette dell’orologio
che correvano fregandosene di lei, dell’alba incombente e
di quel dannato cartellino che avrebbe dovuto timbrare di lì
a poche ore. Se avessero smesso di parlare, poi, avrebbero potuto
ricominciare? Così? In quello stesso modo, con quella stessa
intensità, provando quello stesso piacere, quella stessa
sensazione di sapersi ascoltate, capite? O non si sarebbero piuttosto
perse, nella quotidianità ridimensionate, banalizzate? Adesso
trovava in se stessa ciò che negli altri aborriva: la paura.
Ruth
si accorse che Chiara stava lottando strenuamente contro le sue
palpebre. Cominciò a parlarle sottovoce, quasi cantilenando.
Quando si fu addormentata la coprì con un plaid, predispose
una sveglia perché suonasse all’ora giusta e spense
le luci.
La
sveglia trillò, discreta. Ruth la zittì subito. Scese
al piano di sotto contenta che non si fosse svegliata. Riscaldò
il caffè e gliene portò una tazza piena. Chiara aprì
gli occhi e nel vederla ancora seduta accanto a sé, si sentì
attraversare da una strana, sconosciuta felicità.
«Comodo questo divano, vero? Io ci faccio certe dormite…
Prendi, è caldo. Bevi con calma, abbiamo ancora un po’
di tempo. Ah, se vuoi farti una doccia non fare complimenti, gli
asciugamani sono puliti…»
Banalità certo, eppure avevano un suono così dolce,
naturale e allo stesso tempo inconsueto, carico di tensioni, promesse,
incognite – alcune, forse, anche spaventose.
Chiara sospirò, le chiese dove dovesse andare.
«In nessun posto. Ti accompagno e poi torno qui.»
«Mi spiace darti tanto disturbo. Avresti potuto dormire, invece…»
«Stai scherzando, vero?»
«No, ma posso rimediare invitandoti a pranzo…».
«Nella vita qualche rischio va corso, l’hai detto tu.»
Risero
– e finalmente capirono di potersi fidare, di non essere più
sole. |