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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Ines aveva trascorso la sua esistenza in uno stato di semi incoscienza, assecondando ogni richiesta, prendendo per buona ogni cosa insegnata, imposta. Ora, parlando di quelli che definiva sciocchi disturbi, si chiedeva perché avesse deciso di ricorrere al medico, in segreto per giunta, neanche fosse affetta da qualche strana, inconfessabile malattia.

«A guardar bene ho sempre dormito un po’ agitata, dottore, da ragazzina ero sonnambula poi però mi è passata. Oddio, passata... in effetti, non so se me ne vado ancora a spasso - mio marito dorme come un sasso, anche lo facessi non se ne accorgerebbe. È che ultimamente non riesco a prender sonno, oppure mi sveglio e non riesco a riaddormentarmi, ho anche l’impressione di avere degli incubi, ma a essere sincera non potrei descriverli, come apro gli occhi li dimentico.»
«Da quanto tempo soffre d’insonnia?»
«Insonnia? Ma no, dottore - mi sembra di dormire poco, male, ecco tutto. Quanto tempo... non saprei... qualche mese, anno... forse...» - il medico smise di scrivere e la guardò da sopra gli occhiali, con aria interrogativa - «Vede, mio marito faceva i turni e io dovevo alzarmi per preparargli la colazione, i vestiti, la roba per lavorare, insomma, poi, già che c’ero, stiravo, mettevo in ordine, facevo le faccende. Sa com’è, una casa, i figli, c’è sempre tanto da fare. Da qualche mese l’hanno assegnato a un reparto diurno e si alza presto, ma la mattina, così è da poco che mi sono accorta di non riuscire a dormire.»
«E gli altri disturbi di cui mi accennava?»
«?»
«La sensazione di soffocamento...»
«Ah, quando entro in ascensore o sto tra la gente, per strada... Ma mica sempre, talvolta... Sì, è come se mi mancasse l’aria, mi prende il caldo e il freddo, le gambe tremano, mi sembra quasi di svenire, di avere le vertigini. Mi è capitato anche in casa, da sola, fortuna che non è successo nulla.»
«Quanto durano questi attacchi di panico?»
«Attacchi di panico? Ma via, dottore – adesso esagera davvero. Sarà la menopausa!»
«È in menopausa?»
«Beh, sì, credo, da un po’.»
«Cos’altro?» - chiese spazientito.
«???»
«Ha altri malesseri?»
«Qualche volta mi prende la smania, come una specie di rabbia, ma a parte questo sto bene.»
«Probabilmente è solo un po’ di stress, signora Ines. Prenda qualche goccia di Valium, secondo la prescrizione. Se i disturbi non passano proviamo con altri farmaci.»

Ines uscì dall’ambulatorio blaterando a voce alta, incurante d’essere sentita: «Ma cosa crede, che sia matta? Prescrivermi quella robaccia per il nervoso - i miei nervi sono a posto, mai stati meglio, accidenti! Che razza di medico...»

Tornando verso casa, però, non poté fare a meno d’interrogarsi ancora sul suo stato d’animo, sui possibili motivi di quel mal sottile. Le venne in mente che ultimamente una vicina era diventata quasi pazza - cattiva come il veleno! Sempre a far dispetti, litigare, anche con i figli e soprattutto con il marito. Sicuramente era per colpa della menopausa, quella quando arriva trasforma. Ricordò che la sua bisnonna era diventata una mongolfiera, tanto che nel giro di qualche anno avevano dovuto affidarla a un istituto perché non ce la facevano a prendersi cura di lei, pesava troppo. Per quanto ne sapeva, solo una zia aveva avuto l’estro ben oltre i cinquant'anni. L’estro, dodici figli e un marito alcolizzato che l’aveva montata e messa incinta a ripetizione, povera donna. Sua nonna e sua madre erano morte giovani, quasi non le ricordava. Dagli otto ai diciannove anni si era occupata lei dei fratelli, di suo padre e del nonno. Una sguattera a tempo pieno, poi si era sposata e le nuore, seppur riluttanti, a poco a poco avevano preso il suo posto – d’altronde, si era trasferita in città e dopo la nascita del primo figlio non poteva fare avanti e indietro, trenta chilometri al giorno in bicicletta o con la corriera, d’inverno e d’estate. I primi tempi si portava dietro il piccolo, ma la situazione era diventata insostenibile: suo marito non sopportava d’essere trascurato per quella manica d’approfittatori, che si facessero servire dalle loro mogli. Era stufo di tornare a casa e doverla aspettare per poter mangiare, stufo di dover ricorrere alla lavandaia per avere camice e tute da lavoro pulite – se le piaceva tanto stare a casa sua, che ci rimanesse! Ines dovette smetterla e poco dopo nacque il secondo figlio – maschio pure lui. In realtà, se non avessero abitato tanto lontano, non avrebbe vissuto come un sacrificio dover provvedere a entrambe le famiglie – era abituata, nella sua vita non aveva fatto altro. Il suo dovere e il dovere di ogni donna era prendersi cura della casa, degli anziani, dei figli e del marito. Se avesse avuto una sorella e poi una figlia, si sarebbero divise le incombenze, ma Dio aveva disposto diversamente, c’era poco da lamentarsi. Certo, negli ultimi quarant’anni le cose erano assai cambiate. Molte sue coetanee si erano parzialmente adeguate ai vantaggi dell’emancipazione femminile, ma lei non aveva avuto né il tempo, né l’energia o le opportunità per interessarsene. La vita era volata via senza soluzione di continuità tra pezze di cotone, pannolini e pannoloni, stufe a legna e fornelli a gas, scope di saggina ed elettriche, lavatoi e lavatrici, zoccoli, scarpe risuolate, biciclette, corriere - per correre, correre, correre da un uomo all’altro, per non fargli mancare nulla, per non sentirli urlare, lamentarsi, per non dover subire i loro rimproveri, per risparmiarsi almeno una parte delle loro piccole e grandi pretese, violenze. Pensava, sapeva, che se li avesse accontentati, soddisfatti, non avrebbero voluto altro da lei, non avrebbero indagato - se fosse stata brava abbastanza da nascondere i propri pensieri, desideri, l’avrebbero almeno lasciata sognare, in pace. Ma ne aveva avuti, ne aveva adesso?

Ines si sedette su una panchina cercando di ricordare, ma più si sforzava e più entrava in confusione. In realtà, Ines non sapeva cosa cercare – i suoi sentimenti, le sue emozioni, persino i suoi bisogni erano un abisso sconosciuto, informe, spaventoso.

Si alzò e senza rendersi conto montò su un pullman.
«Capolinea, signora – deve scendere. Tutto bene? Le serve aiuto?»
Ines non reagì, poi guardò fuori dal finestrino, prese la borsa e scese.

Era una splendida giornata, insolitamente calda, calma. Forse senza volerlo, comunque senza esserne consapevole, era tornata in paese. Non aveva bisogno di decidere dove andare, le sue gambe avevano memorizzato ogni centimetro di strada, i suoi piedi sapevano dove portarla. Camminò a lungo, lentamente. Giunse di fronte a un vecchio casolare abbandonato. Vide panni stesi al sole, galline razzolare nel cortile, l’aratro pronto per il lavoro nei campi. Rimase immobile, osservando i suoi ricordi prendere corpo, ricomporsi, nitidi e reali. Vide suo padre giocare con uno dei suoi fratelli, ridere spensierato - e vide se stessa arrampicata sul lavatoio, le mani piene di geloni, quasi sanguinanti.
«Ma ti sembra questo il momento di fare il bucato? Vai a preparare il pranzo, cammina!»
Entrò in casa e trovò la nonna impegnata all’arcolaio, sua madre con un figlio attaccato al seno che cucinava.
«Mamma...» - sussurrò.
«Dai, Ines, fai la brava – lo sai quanto si arrabbia il babbo se non trova pronto.»
Montò le scale ed entrando in quella che fu la camera dei genitori, la vide stesa sul letto – bella, e morta. Vide suo padre, il nonno, i suoi fratelli vestiti a festa, tirati a lucido per i paesani che giungevano a fargli le condoglianze. Abbassò lo sguardo, vide le sue scarpe rotte, il grembiule sporco di sugo, l’ultimo nato tra le sue braccia mentre cercava di calmarlo perché non li disturbasse - e seppe di non avere avuto il tempo di dolersi, di non aver potuto piangere, né quel giorno, né mai più. Capì che se solo le fosse venuto in mente di dire almeno una volta no, la sua vita forse sarebbe stata diversa. Ma non conosceva quella parola, non gliel’avevano insegnata – non credeva di avere il diritto di dirla, nemmeno di pensarla.

Scese le scale, guardò ancora una volta sua madre, sua nonna, tutte quelle donne che improvvisamente le si fecero intorno, affaccendate, chine sui fasciatoi, con le mani nella farina e nell’acqua gelida, il viso solcato dalle lacrime, bruciato dal sole, devastato dai lividi - e se ne andò, per sempre.

 

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