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Ines
aveva trascorso la sua esistenza in uno stato di semi incoscienza,
assecondando ogni richiesta, prendendo per buona ogni cosa insegnata,
imposta. Ora, parlando di quelli che definiva sciocchi disturbi,
si chiedeva perché avesse deciso di ricorrere al medico,
in segreto per giunta, neanche fosse affetta da qualche strana,
inconfessabile malattia.
«A guardar bene ho sempre dormito un po’ agitata, dottore,
da ragazzina ero sonnambula poi però mi è passata.
Oddio, passata... in effetti, non so se me ne vado ancora a spasso
- mio marito dorme come un sasso, anche lo facessi non se ne accorgerebbe...
È che ultimamente non riesco a prender sonno, oppure mi sveglio
e non riesco a riaddormentarmi, ho anche l’impressione di
avere degli incubi, ma ad essere sincera non potrei descriverli,
come apro gli occhi li dimentico...»
«Da quanto tempo soffre d’insonnia?»
«Insonnia? Ma no, dottore - mi sembra di dormire poco, male,
ecco tutto. Quanto tempo... non saprei... qualche mese, anno...
forse...» - il medico smise di scrivere e la guardò
da sopra gli occhiali, con aria interrogativa - «Vede, mio
marito faceva i turni ed io dovevo alzarmi per preparargli la colazione,
i vestiti, la roba per lavorare, insomma... poi, già che
c’ero, stiravo, mettevo in ordine, facevo le faccende... sa
com’è, una casa, i figli, c’è sempre tanto
da fare... Da qualche mese l’hanno assegnato ad un reparto
diurno e si alza presto, ma la mattina, così è da
poco che mi sono accorta di non riuscire a dormire...»
«E gli altri disturbi di cui mi accennava?»
«???»
«La sensazione di soffocamento...»
«Ah, quando entro in ascensore o sto tra la gente, per strada...
Ma mica sempre, talvolta... Sì, è come se mi mancasse
l’aria, mi prende il caldo e il freddo, le gambe tremano,
mi sembra quasi di svenire, di avere le vertigini... Mi è
capitato anche in casa, da sola, fortuna che non è successo
nulla...»
«Quanto durano questi attacchi di panico?»
«Attacchi di panico? Ma via, dottore – adesso esagera
davvero. Sarà la menopausa...»
«È in menopausa?»
«Beh, sì, da un bel po’...»
«Cos’altro?» - chiese spazientito.
«???»
«Ha altri malesseri?»
«Qualche volta mi prende la smania, come una specie di rabbia,
ma a parte questo sto bene...»
«Probabilmente è solo un po’ di stress, signora
Ines. Prenda venti gocce di Valium al mattino, venti a pranzo e
venti la sera, prima di coricarsi. Se i disturbi non passano proviamo
con altri farmaci.»
Ines uscì dall’ambulatorio blaterando a voce alta,
incurante d’essere sentita: «Ma cosa crede, che sia
matta? Prescrivermi quella robaccia per il nervoso - i miei nervi
sono a posto, mai stati meglio, accidenti! Che razza di medico...».
Tornando verso casa, però, non poté fare a meno d’interrogarsi
ancora sul suo stato d’animo, sui possibili motivi di quel
mal sottile. Le venne in mente che ultimamente una vicina era diventata
quasi pazza - cattiva come il veleno! Sempre a far dispetti, litigare,
anche con i figli e soprattutto con il marito... Sicuramente era
per colpa della menopausa – quella quando arriva trasforma.
Ricordò che la sua bisnonna era diventata una mongolfiera,
tanto che nel giro di qualche anno avevano dovuto affidarla ad un
istituto perché non ce la facevano a prendersi cura di lei,
pesava troppo. Per quanto ne sapeva, solo una zia aveva avuto l’estro
ben oltre i cinquant'anni. L’estro, dodici figli e un marito
alcolizzato che l’aveva montata e messa incinta a ripetizione
– povera donna. Sua nonna e sua madre erano morte giovani,
quasi non le ricordava. Dagli otto ai diciannove anni si era occupata
lei dei fratelli, di suo padre e del nonno. Una sguattera a tempo
pieno, poi si era sposata e le nuore, seppur riluttanti, a poco
a poco avevano preso il suo posto – d’altronde, si era
trasferita in città e dopo la nascita del primo figlio era
problematico fare avanti e indietro, sessanta chilometri al giorno
in bicicletta o con la corriera, d’inverno e d’estate.
I primi tempi si portava dietro il piccolo, ma la situazione era
diventata insostenibile: suo marito non sopportava d’essere
trascurato per quella manica d’approfittatori, che si facessero
servire dalle loro mogli! Era stufo di tornare a casa e doverla
aspettare per poter mangiare, stufo di dover ricorrere alla lavandaia
per avere camice e tute da lavoro pulite – se le piaceva tanto
stare a casa sua, che ci rimanesse! Ines dovette smetterla e poco
dopo nacque il secondo figlio – maschio pure lui. In realtà,
se non avessero abitato tanto lontano, non avrebbe vissuto come
un sacrificio dover provvedere ad entrambe le famiglie – era
abituata, nella sua vita non aveva fatto altro. Il suo dovere e
il dovere di ogni donna era prendersi cura della casa, degli anziani,
dei figli e del marito. Se avesse avuto una sorella e poi una figlia,
si sarebbero divise le incombenze, ma Dio aveva disposto diversamente,
c’era poco da lamentarsi. Certo, negli ultimi quarant’anni
le cose erano assai cambiate. Molte sue coetanee si erano in parte
o totalmente adeguate ai vantaggi dell’emancipazione femminile,
ma lei non aveva avuto né il tempo, né l’energia
o le opportunità per interessarsene. La vita era volata via
senza soluzione di continuità tra pezze di cotone, pannolini
e pannoloni, stufe a legna e fornelli a gas, scope di saggina ed
elettriche, lavatoi e lavatrici, zoccoli, scarpe risuolate, biciclette,
corriere - per correre, correre, correre da un uomo all’altro,
per non fargli mancare nulla, per non sentirli urlare, lamentarsi,
per non dover subire i loro rimproveri, per risparmiarsi almeno
una parte delle loro piccole e grandi pretese, violenze. Pensava,
sapeva, che se li avesse accontentati, soddisfatti, non avrebbero
voluto altro da lei, non avrebbero indagato - se fosse stata brava
abbastanza da nascondere i propri pensieri, desideri, l’avrebbero
almeno lasciata sognare, in pace. Ma ne aveva avuti, ne aveva adesso?
Ines si sedette su una panchina cercando di ricordare, ma più
si sforzava e più entrava in confusione. In realtà,
Ines non sapeva cosa cercare – i suoi sentimenti, le sue emozioni,
persino i suoi bisogni erano un abisso sconosciuto, informe, spaventoso.
Si alzò e senza rendersi conto montò su un pullman.
«Capolinea, signora – deve scendere...» - Ines
non reagì - «Tutto bene? Le serve aiuto?».
Lei guardò fuori dal finestrino, prese la borsa e scese dal
bus.
Era una splendida giornata, insolitamente calda, calma. Forse senza
volerlo, comunque senza esserne consapevole, era tornata in paese.
Non aveva bisogno di decidere dove andare, le sue gambe avevano
memorizzato ogni centimetro di strada, i suoi piedi sapevano dove
portarla. Camminò a lungo, lentamente. Giunse di fronte ad
un vecchio casolare abbandonato. Vide panni stesi al sole, galline
razzolare nel cortile, l’aratro pronto per il lavoro nei campi.
Rimase immobile, osservando i suoi ricordi prendere corpo, ricomporsi,
nitidi e reali. Vide suo padre giocare con uno dei suoi fratelli,
ridere spensierato - e vide se stessa arrampicata sul lavatoio,
le mani piene di geloni, quasi sanguinanti. «Ma ti sembra
questo il momento di fare il bucato? Vai a preparare il pranzo,
cammina!». Entrò in casa e trovò la nonna impegnata
all’arcolaio, sua madre con un figlio attaccato al seno che
cucinava. «Mamma...» - sussurrò. «Dai,
Ines, fai la brava – lo sai quanto si arrabbia il babbo se
non trova pronto...». Montò le scale ed entrando in
quella che fu la camera dei genitori, la vide stesa sul letto –
bella, e morta. Vide suo padre, il nonno, i suoi fratelli vestiti
a festa, tirati a lucido per i paesani che giungevano a fargli le
condoglianze. Abbassò lo sguardo, vide le sue scarpe rotte,
il grembiule sporco di sugo, l’ultimo nato tra le sue braccia
mentre cercava di calmarlo perché non li disturbasse - e
seppe di non avere avuto il tempo di dolersi, di non aver potuto
piangere, né quel giorno, né mai più. Capì
che se solo le fosse venuto in mente di dire almeno una volta “no”,
la sua vita forse sarebbe stata diversa. Ma non conosceva quella
parola, non gliel’avevano insegnata – non credeva di
avere il diritto di dirla, nemmeno di pensarla.
Scese
le scale, guardò ancora una volta sua madre, sua nonna, tutte
quelle donne che improvvisamente le si fecero intorno, affaccendate,
chine sui fasciatoi, con le mani nella farina e nell’acqua
gelida, il viso solcato dalle lacrime, bruciato dal sole, devastato
dai lividi - e se ne andò, per sempre. |