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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

«Paolo! Accidenti come stai bene, sei in splendida forma. Ma cosa hai fatto?» Anna si avvicinò festosa. Lo aveva visto un anno prima: curvo, cupo, trascurato, stanchissimo – a vederlo ora, così sorridente, fresco e ben curato, non pareva nemmeno la stessa persona.

Paolo aveva ormai fatto l’abitudine a essere avvicinato con stupore e sebbene gli sembrasse di non essere cambiato, era evidente che lo fosse. D’altronde, nemmeno si era accorto di quanto avessero influito sul suo aspetto e nel suo animo le traversie che lo avevano colpito. Una valanga di eventi catastrofici si era abbattuta su di lui, lo aveva travolto cercando di trascinarlo via. Paolo si era aggrappato alla vita con tutte le sue forze, aveva lottato strenuamente e a poco a poco ne era uscito - ammaccato, ferito e offeso, ma vivo.

Tutto era cominciato con qualche insulto, bisbigliato – con qualche velata allusione alle sue supposte tendenze sessuali. Non gli aveva dato peso, all’inizio. Erano comunque illazioni verosimilmente dettate dall’invidia e da un sempre più diffuso, irragionevole disprezzo verso le persone non proprio conformi. Niente di cui aveva senso preoccuparsi, dunque.

Paolo era un insegnante, a quel tempo. Aveva una casetta piccola ma decorosa e pochi amici che vedeva di rado. Un solitario, insomma – molto riservato e modesto. Passava ore a scrivere, la sua unica passione, e aveva una fitta corrispondenza con i frequentatori di numerosi blog, soprattutto cattolici e gay. Con essi si confrontava sui temi della fede e della laicità, dell’amore e dei diritti. Il suo modo di scrivere semplice e rigoroso, gli aveva dato una certa notorietà, tanto che si era creato intorno a lui un cenacolo di lettori affezionati. Se fosse rimasto nell’ombra, probabilmente nessuno si sarebbe preso la briga d’interessarsene, ma fece l’errore di invitare alcuni alunni a partecipare alle sue virtuali discussioni e ben presto ebbe inizio la caccia all’untore.

Da principio bisbigli, appunto. Piccole ironie su un non meglio precisato professore spretato che invitava in Internet gli studenti diffondendo idee relativiste. Di lì a poco, gli innocui blog divennero nell’immaginario collettivo luoghi oscuri per adescamenti e porcherie, usati da ex preti finocchi, quindi certamente pedofili. A una riunione, un insegnante sollevò il problema parlando di un collega che abusava dei ragazzi. Paolo ne fu colpito, indignato, ma, prima di dar credito a quelle dicerie orribili, invitò l’assemblea a non trarre conclusioni affrettate, a verificare con il massimo della discrezione se corrispondessero al vero. Qualcuno lo accusò di buonismo, attendismo inutile e dannoso, qualcun altro gli chiese se per caso avesse qualcosa da nascondere, di cui vergognarsi – per tutti occorreva allertare le famiglie, ascoltare gli alunni, scovare l’orco chiunque fosse e ovunque si trovasse.

Gli studenti furono convocati. Quelli che Paolo non aveva invitati, un po’ per ingenuità, alcuni per cattiveria o vendetta, altri ancora per darsi importanza, riferirono il sentito dire gonfiandolo, aggiungendovi proprie fantasticherie. Quelli direttamente coinvolti, messi sotto pressione fecero il suo nome. Senza riuscire a capire le ragioni di tanto allarmismo, provarono a spiegare che vi era un equivoco, ma il giudizio era emesso, il mostro individuato – tanto valeva risparmiarsi la gogna, tornare alla normalità prima possibile. Così, i più impauriti e fragili fecero qualche imbarazzata, fallace ammissione. I giochi erano fatti. Paolo fu immediatamente allontanato dalla scuola e denunciato. Nel giro di ventiquattro ore, lui e tutta la sua vita finirono in prima pagina. Lo arrestarono. Il suo caso fu usato dai partiti cattolici e di destra per invocare provvedimenti che avessero lo scopo di scovare e allontanare dalle scuole gli insegnati omosessuali, perciò pedofili. Trascorse alcuni giorni in una cella d’isolamento, minacciato dagli altri detenuti, insultato e vessato dalle guardie carcerarie. Quando finalmente gli inquirenti lo interrogarono, poté ampiamente scagionarsi, chiarire: nulla provava che avesse abusato dei suoi alunni, nulla dimostrava che fosse un molestatore, e niente nelle sue parole o in quelle di altri poteva anche minimamente far sospettare che ci si trovasse di fronte a un’organizzazione dedita all’adescamento di minori, alla pedopornografia, tuttavia, si era messo in moto un meccanismo infernale che nessuna smentita poteva fermare.

Tornato a casa trovò la sua auto e la facciata della sua abitazione imbrattata con scritte infamanti. Cominciarono le telefonate anonime, intimidatorie. Chiese ma non ottenne protezione. Ebbe le scuse del direttore didattico ma non poté riprendere servizio: «Sul piano professionale, lei è senza dubbio persona validissima, ma la sua vita privata, le sue scelte personali divenute ormai note, contrastano gli interessi, gli obiettivi didattici ed educativi del nostro istituto – spero comprenderà.» Più nessuno lo salutava, gli rivolgeva una parola, nemmeno gli amici che avevano paura di essere mal giudicati, o scoperti, di diventare essi stessi capri espiatori. Quell’indifferenza, quell’isolamento sprezzante e pusillanime, evocò la violenza, la creò, e una sera un gruppo di giovani a volto scoperto lo avvicinò: «Maledetto finocchio, ora lo vedi cosa facciamo a quelli come te.» Sputi, calci, pugni – spuntò un bastone e giù colpi, sulla testa, al dorso, contro le gambe, le braccia. Quando smise di muoversi gli strapparono i vestiti e gli orinarono addosso, quindi se ne andarono ridendo, tra saluti romani, minacce di morte e slogan razzisti. Qualcuno chiamò il 113, ma nessuno ebbe il coraggio di dire quello che aveva visto, ciò che sapeva. Paolo, rimase in coma per molti giorni, poi si risvegliò. Gli ci volle quasi un anno prima di ristabilirsi, ma una gamba non tornò a posto. Con l’aiuto dei genitori trovò un lavoretto part-time di poco conto in un’altra provincia, si trasferì lì in un monolocale di loro proprietà e si rimise al computer – ma più nulla fu come prima. Scoprì che tutti i blogger erano stati individuati e interrogati, a qualcuno avevano persino trovato materiali compromettenti. Una casualità, certo, che però accresceva il clima di sospetto, rintuzzava i dubbi su di lui e ne faceva un pericolo, la causa delle seccature e della vergogna che li aveva investiti. Una comunità in pericolo, all’indice, non discerne, non perdona e non s’interroga – aggredisce, per difendersi e discolparsi.

Sì, curvo, cupo, ferito a morte - e solo, con il suo marchio di omosessuale, pedofilo, stampato a fuoco nella carne, l’incrollabile sensazione di essere circondato da persone pronte a farlo fuori, per salvarsi la pelle.

Senza rendersene conto, ogni suo pensiero era rimasto là, a quei giorni, alle conseguenze di quegli accadimenti. Il cuore pietrificato, basito. La gamba sempre dolorante, rimasta zoppa come a ricordargli quel che può capitare a non essere come gli altri, a non comportarsi come essi vogliono, si aspettano.

Saro gli scrisse. Chiese aiuto, a lui. «Voglio capire, voglio smetterla di avere paura – insegnami come si fa». Aveva letto la sua storia, lo ammirava – pensava che se un uomo sopravvive a un’esperienza del genere senza rinunciare a se stesso, più nulla può fermarlo, distruggerlo – merita rispetto, merita di essere ascoltato e seguito. Non poteva sapere quanto abbrutimento, ottenebramento può esservi nella rabbia e nell’impotenza. Quante ferite lasciano.

Paolo accettò d’incontrarlo. Voleva soltanto dirgli di lasciar perdere, di non prenderlo a modello, voleva mostrargli la sua gamba, metterlo in guardia. Temeva per lui, temeva per chiunque – non avrebbe sopportato che altri pagassero a causa sua.

«Quanti anni hai?»
«Ventuno, a Novembre.»
«Potrei essere tuo padre.»
«Avrei un padre bambino, allora – ma io non voglio un padre, ce l’ho già.»
«Cosa cerchi?»
«Domande, risposte. Voglio qualcuno che si fidi di me, qualcuno di cui possa fidarmi.»
«Mi sopravvaluti. Potrei essere la persona che dicono io sia. Come fai a essere così sicuro?»
«Non posso esserlo, ma sento di non sbagliarmi. Ti chiedo solo di poter essere tuo amico, ne sarei felicissimo.»
«Alla pari, però. Non ho niente da insegnarti.»

E da quel giorno le loro vite furono salve. Crebbero, insieme – nella semplicità delle parole, delle risa e delle lacrime.

 

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