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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Mario non aveva dato prova di particolare intelligenza, significanza. D’altronde, sin da bambino non era mai stato un gran simpaticone: praticamente muto, apparentemente sordo, sempre con la testa china, lo sguardo sfuggente, tutto rannicchiato nelle spalle, sempre pronto a occupare l’ultimo banco, a farsi piccolo-piccolo in qualche angolo, a crearsi intorno il nulla. Sembrava che impiegasse tutte le sue energie per rendersi invisibile e la cosa più sorprendente è che ci riusciva - dopo un po’ era facile non far caso alla sua presenza, e tuttavia lo si avvertiva, come certi insetti che non si vedono ma si sa che ci sono, animaletti piuttosto sgradevoli ma innocui, niente affatto molesti, che si uccidono con l’insetticida perché il loro scricchiolio sotto le scarpe sarebbe insopportabile. Uno scarafaggio, ma molto meno impressionante, preoccupante.

Era facile pensare di lui che fosse timido, timoroso, forse vittima di qualche trauma, di una situazione familiare difficile. Le maestre si premuravano d’indagare, facevano domande. Lui, diligente e mansueto, rispondeva - a monosillabi, poi tornava al suo posto e non fiatava più. All’inizio di ogni anno scolastico, i compagni tornavano ad avvicinarlo. Ancora eccitati per le scorribande estive, pieni d’entusiasmo per il rientro a scuola, con tante cose nuove da raccontare e sperimentare, gli chiedevano cosa avesse fatto, dove fosse stato, lo invitavano a fare una partitella – lui, invariabilmente docile, bofonchiava qualcosa, poi si posizionava in campo dove avevano deciso di metterlo e lì rimaneva, immobile. In genere, dopo una settimana d’inutili tentativi, desistevano – senza rimpianti.

Mario non era né timido, né timoroso, né ritardato o traumatizzato. Semplicemente non gli importava nulla di quello che lo circondava. Non aveva bisogni, ambizioni, interessi – o almeno sembrava esserne privo. Figlio unico, era nato e cresciuto quasi completamente in assenza di parole, manifestazioni evidenti d’affetto o rifiuto. Suo padre e sua madre comunicavano anche fra loro lo stretto necessario, spesso con pochi cenni, gesti. Non avevano alcuna attitudine o coinvolgimento particolare e lui non era stato altro che un’ulteriore incombenza, una faccenda da sbrigare con solerzia, apparente distacco, indifferenza. Gente abitudinaria, semplice ed educata, lavoratori e pagatori precisi, inquilini e cittadini indistinguibili. Mai un bisticcio, una rimostranza, una richiesta. Ingranaggi perfetti. Orari, oneri, persino alcuni piccoli piaceri - tutto previsto, stabilito, immutabile. Qualsiasi evento inatteso era rapidamente assimilato, entrava a far parte dell’ordinaria gestione quotidiana e come tale trattato. Così Mario.

Dopo il liceo, sebbene ancora scarsamente loquace e quasi del tutto privo di reazioni emotive evidenti o rilevanti, aveva saputo darsi una vita apparentemente normale.

Con l’età adulta, gli esseri umani diventano tolleranti, soprattutto verso chi si dimostra docile e inoffensivo, poco o nulla interessato a rivendicare per se stesso alcunché. Le persone che già lo conoscevano, scoprirono in lui doti straordinarie d’ascoltatore ed ebbero perciò modo di apprezzarne il mutismo, opportunisticamente scambiato per incorruttibile riservatezza. Mario si rivelò anche molto disponibile: non c’era favore o incarico che, se nelle sue possibilità, rifiutasse. Per approfittare di queste caratteristiche, a poco a poco cominciarono a considerarlo parte del proprio gruppo. Se c’era bisogno di qualcuno disposto a far da tassista, se occorreva una persona fidata a cui delegare commissioni, lui era il primo della lista. Mai un problema, un fastidio – e con il tempo a nessuno venne più in mente di chiedersi cosa pensasse, cosa desiderasse, cosa facesse quando non era con loro, di cosa avesse bisogno, sempre ammesso che avesse qualche necessità o problema. D’altronde erano amici, gli sarebbe bastato chiedere – il fatto che tacesse o non sollevasse mai obiezioni, significava che non aveva nulla da dire, che stava bene, che era soddisfatto di quello che aveva e faceva.

Verso i trent’anni la sua vita si fissò definitivamente.

Conobbe una coetanea introversa e taciturna, molto simile a lui sia per carattere sia per storia personale e situazione familiare. Si fidanzarono e ciò fu talmente ovvio che nessuno vi fece caso. Contestualmente trovò un impiego come addetto alle pulizie per una grande impresa di servizi. Data la sua affidabilità, dopo un breve periodo di prova fu assunto e incaricato di prestare servizio presso la stazione ferroviaria.

Le sue giornate divennero tutte uguali. Sveglia all’alba, colazione, rifarsi il letto, raggiungere la stazione, rifornire il carrello, raccogliere cicche e cartacce, annaffiare le piante, pulire i bagni, gli uffici, le sale d’aspetto, di tanto in tanto una strigliatina ai vetri, pausa pranzo, al bar, leggendo il giornale, tornare al lavoro e riprendere il giro, poi sbrigare qualche commissione per gli anziani genitori, doccia, cena, infine un film al circolo del cinema o in videocassetta, magari una passeggiata con Antonietta, da soli o con gli amici, accompagnarla a casa e nel silenzio, in silenzio, concedersi un po’ d’intimità, in macchina, quindi qualche ora di riposo sino all’alba successiva.

Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Quindici anni così – senza scossoni, variazioni rilevanti, imprevisti irrisolvibili o particolarmente destabilizzanti.

Tutti lo conoscevano: gli impiegati in amministrazione e alla biglietteria, i dirigenti, il capostazione, i manutentori, gli edicolanti, i baristi, la Polfer. Chiunque avesse preso un treno da quella dannata stazione almeno una volta nella vita, lo aveva visto, magari gli aveva chiesto un’informazione, lo aveva osservato attentamente, forse per passare il tempo o incuriosito dalla sua aria distratta, svagata, dalla sua flemma e imperturbabilità – ma nessuno, nessuno poteva dire di ricordarsi perfettamente di lui, nessuno poteva dire di sapere davvero chi fosse, cosa pensasse, che tono di voce avesse, né cosa facesse, di preciso, lì o altrove.

Aveva la barba. No, ma portava gli occhiali. Era longilineo e stempiato. Niente affatto, era basso, piuttosto grassottello e calvo.

Sprazzi nella memoria, come lampi di luce, intermittenti – nel mezzo, là dove pensiamo sia il buio, il nulla, in realtà sfreccia il mondo, immobile, come noi fermo a guardare.

Quel giorno, Mario aveva quasi finito il suo turno. Faceva freddo. Non aveva alcun motivo di scendere dalla banchina per chinarsi sul bocchettone dell’acqua. La fontanella era lì a due passi. Le piante erano già state annaffiate. I secchi svuotati, sciacquati e riposti nel carrello in buon ordine. Eppure questo fu esattamente quello che fece, senza guardarsi intorno, con l’aria di uno che sa cosa sta facendo e perché, tanto da non destare turbamento nemmeno quando il fischio del treno si fece insistente.

Quasi un unico flusso di pensieri li attraversasse, tutti rimasero inebetiti, impietriti, increduli - ascoltandolo. Mario si volse verso il locomotore e assunse la loro stessa espressione. Il tempo sembrò fermarsi – subito dopo, l’impatto. La morte sopraggiunse improvvisa, indolore. La vita si ridestò di colpo in uno stridore assordante di freni, urla, pianti, gambe che corrono dappertutto, mentre le sue, molli, volano e ricadono una decina di metri più in là.

Quando vi è un incidente, a lungo ne rimangono i segni. Vetri, frenate, bruciature, sangue, segatura. Talvolta parenti e amici depongono lapidi, portano fiori – per anni.

Di Mario, invece, già il giorno successivo non vi era più alcuna traccia. Tutto lavato, cancellato, dimenticato. Mai esistito.

 

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