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Aggiornato Sabato 24-Mar-2012

 

Come non cedere alla tentazione di pensare a una messinscena per attirare l’attenzione, o suscitare indulgenza, compassione, pietà? Tutti hanno problemi, preoccupazioni, piccoli o grandi acciacchi, malesseri passeggeri o cronici con cui fare i conti – ma non tutti hanno la faccia tosta, la malizia di servirsene, approfittarne!

Diana soffriva di violente emicranie e talvolta di attacchi epilettici, inoltre, a causa del proprio ritardo mentale, non sapeva spiegarsi come chiunque si aspettava da lei che, seppur ventenne, aveva l’ingenuità e il linguaggio di una bambina.

Edo Rossi, il titolare della fabbrica, l’aveva presa in prova ugualmente. D’altronde, i suoi genitori gliel’avrebbero affidata anche gratis purché gli desse l’opportunità di misurarsi con un lavoro vero, magari imparando qualcosa e traendone l’illusione di poter vivere normalmente, come gli altri.
«Per incollare tomaie non occorre un quoziente intellettivo superiore alla media, né un gran fisico - basta averne voglia. Facciamo così,» - disse - «vediamo come se la cava. Se non è troppo d’intralcio e riuscirà a raggiungere livelli produttivi minimi, la metterò in regola. Intanto, sempre che a voi sembri una soluzione accettabile, la pagherei al pezzo - così sarà incentivata a fare di più e meglio. Portatela domattina, alle sei in punto, mi raccomando.»

Diana era una ragazzina finita chissà come nel corpo di una vichinga. I suoi genitori erano originari del sud: piccoli, scuri e tondi. Lei aveva gli occhi azzurri, era bionda e imponente: oltre ottanta chili uniformemente distribuiti lungo i suoi centottantacinque centimetri di altezza. Il mattino dopo, quando entrarono in fabbrica, nessuno poté fare a meno di notare sproporzioni e differenze. Pino e Maria la lasciarono negli spogliatoi insieme alla caporeparto. Se ne andarono pieni di preoccupazione e speranza, pieni di riconoscenza verso il padrone che era stato così buono e disponibile con loro. Diana li guardò andare, indecisa se piangere o ridere.

La signora Teresa le assegnò un armadietto, le porse una cappa, una mascherina e un paio di guanti: «Sistema le tue cose e mettiti questa roba, se ti sporchi di colla non la levi più. Mi raccomando, non perdere le chiavi – sono stufa di rimediare ai guai che combinate qua dentro. Questa è una fabbrica, non un centro di accoglienza o il Cottolengo! Da me non aspettarti sconti – sono stata chiara?» - Diana annuì, sebbene non avesse capito una sola parola - «Bene. Spicciati, ti aspetto fuori.» Fece in un attimo e la raggiunse. Teresa le spiegò cosa doveva fare, quindi andò in ufficio dove, con la scusa di lagnarsi di due rumene assunte da poco, trovò il tempo di prendere un caffè.

Diana trascorse il suo primo giorno di lavoro a combattere contro il mastice, ne aveva ovunque, anche tra i capelli. Alle tredici e cinquanta, Teresa controllò le sue tomaie e le scartò tutte, quindi sentenziò: «Non c’è speranza, sei proprio negata» - e se ne andò imprecando. Diana non riusciva a comprendere – contrariamente a quanto sosteneva Teresa, le sembrava di essersela cavata abbastanza bene. Tornò a casa stanchissima ma allegra, soddisfatta di sé.

Il giorno dopo si presentò con i capelli raccolti in un buffo cappellino. Diligente mise la cappa, la mascherina, i guanti, chiuse l’armadietto mettendosi in tasca le chiavi per essere sicura di non perderle e raggiunse la sua postazione.
«Ecco il nuovo acquisto!» - esclamò Luca, un addetto al magazzino.
«Già.» - gli fece eco Lory, l’operaia più anziana del reparto, e un’altra: «Dì un po’, come ti chiami?» - ma Diana non fece in tempo a rispondere.
«Dove hai imparato a maneggiare il mastice così bene?»
«E cos’altro maneggi fuori da qui?»
«Speriamo nulla, Dio ce ne scampi!»
Scoppiarono tutti a ridere. Diana arrossì senza rendersi conto delle loro allusioni.
«Via, donne, come siete acide stamani!» - disse Luca. Poi, rivolgendosi a Teresa: «In magazzino abbiamo bisogno di aiuto, che ne diresti di prestarcela qualche ora? Cervello poco, sembra, ma il fisico non le manca.»
«Bravo, portala via che oggi non è giornata.»
«E quando mai la è!» - risalì sul muletto - «Dai, levati la maschera e i guanti. Andiamo a divertirci.» - ma Diana non si mosse - «Ehi, sveglia, dico a te! Capisci l’itaGliano o sei marocchina pure tu? Vienimi dietro, stupida – c’è un camion da scaricare e siamo in ritardo!»
Diana guardò Teresa aspettando che la autorizzasse, in fondo era lei il capo. Stranamente Teresa capì, le disse di non preoccuparsi, di andare e fare ciò che le veniva chiesto. A quel punto Diana si alzò e lo seguì, allegramente.

Diana trascorse i giorni seguenti a scaricare e caricare camion, come e forse più di un uomo. Facchini e autisti la guardavano increduli, era forte e poi, con quelle belle tette grosse e turgide che ondeggiavano, ballottavano - uno spettacolo imperdibile!

Una mattina le venne il mal di testa, ma non disse niente per non essere schermita o, peggio, rimproverata. Alla fine del turno ebbe un piccolo attacco epilettico. I magazzinieri, del tutto impreparati, chiamarono il 118. Ne furono scossi, turbati: una così giovane ragazza, pareva proprio il ritratto della salute. Che strano, però.

Ciononostante, il giorno dopo fu nuovamente assegnata al magazzino e nuovamente ebbe l’ordine di darsi da fare, ma questa volta, come sentì sopraggiungere l’emicrania, chiese il permesso di smettere. Seppur con disapprovazione, fu accontentata e rispedita da Teresa la quale, vedendola arrivare, le chiese cos’altro avesse combinato.
«Mi fa male la testa, signora, e mi viene da vomitare. Il dottore dice che se succede devo prendere subito le medicine e mettermi tranquilla. È meglio che vada a casa, almeno lì c’è mia mamma che sa cosa fare.»
«Non hai portato con te i farmaci?»
«Sì e li ho già presi, ma non sto meglio. Posso andare?»
«Cosa vuoi che ti dica, se proprio non ti senti...»

Quando Diana se ne fu andata, Teresa si rese conto che tutte le colleghe la guardavano – sembravano pentole a pressione sul punto di esplodere. Le bastò allargare le braccia e ognuna si sentì in diritto di dire la sua.
«Ritardata sì, ma mica scema. Eh, il lavoro uccide.»
«Per essere una che sta male ha una cera davvero invidiabile: rosea, paffutella - al confronto noi siamo già con un piede nella fossa.»
«Secondo me ci marcia. Magari è vero che non sta bene, però se n’approfitta.»
«Ma se in magazzino sgambettava che pareva un grillo!»
«E non è nemmeno timida – Mario mi ha detto che le escono le tette dalla maglietta in continuazione e lei non se ne preoccupa neanche un po’.»
«Va là, questa è una furbona.»
«Occhio a mariti e fidanzati, ragazze – appena voltiamo le spalle vedi te che cesti di corna ci rifila!»
Anche Lory rise, ma non poté fare a meno di sentirsi a disagio, di pensare che, comunque, il lavoro al magazzino, in mezzo agli uomini, non fosse adatto né a lei né a chiunque altra. Ricordò che quando entrò in fabbrica, negli anni Ottanta, persino lei aveva dovuto fare i conti con l’invidia, le malignità e le vessazioni delle colleghe – e tuttavia tacque perché sapeva perfettamente che chi non vola in stormo ha più probabilità d’essere impallinato.

Diana tornò in fabbrica il lunedì successivo. Entrò nello spogliatoio, zoppicando.

«Beh? Cos’altro ti è capitato?» - le chiese Teresa.
«Il dottore dice che ho il nervo non so cosa infiammato e che non devo fare sforzi.»
«Quante storie, Diana, sei giovane, robusta. Il lavoro è lavoro! O impari a incollare tomaie come Dio comanda, o ti rendi utile dove serve, altrimenti puoi anche stare a casa, non ti sembra?»
E un’altra: «Bisognerà pure che tu faccia qualche sacrificio, non puoi pensare di comportarti come a scuola. Scommetto che non facevi un cazzo e la licenza media te l’hanno data ugualmente.»
Poi un’altra: «Com’è che se certe cose le facciamo noi tempo tre minuti e siamo fuori, ma se le fai tu, niente? Che sono questi favoritismi? Sarai mica una super raccomandata?»
Un’altra ancora: «Al lupo! Al lupo! A suon di gridare a vanvera, il giorno che ti sentirai male sul serio penseremo tutti che non è niente e non muoveremo un dito. Ti sembra una bella cosa da fare?»

Diana era confusa, non sapeva cosa dire, ma il riferimento alla storia di Pierino la impressionò tantissimo. Ci pensò tutta la mattina, infine andò da Teresa perché sentiva di doverle chiedere scusa. Non aveva mentito e nemmeno aveva esagerato, ma il solo pensiero che non la credessero e per questo l’avrebbero lasciata sola se ne avesse avuto bisogno, la spaventò sul serio.

«Visto? Se fosse in buona fede, se non avesse niente da farsi perdonare, perché mai chiederebbe scusa? Eh, adesso sì che si cambia musica!» - disse Teresa alle colleghe appena Diana se ne fu andata, e senza pensarci due volte si diresse spedita verso gli uffici dove chiese di parlare con il Dottor Rossi: «Senta, glielo dico sinceramente: quella ragazza è un’incapace, una perdita di tempo. Con la scusa che non si sente bene molla sempre il lavoro.»
«Che importa, la pago al pezzo.»
«Ma abbassa la media produttiva del reparto.»
«Non ne tenga conto.»
«Infatti, è per questo che l’ho spostata al magazzino.»
«Al magazzino?»
«Con quel fisico... Mica potevo mandarci un’altra.»
«Perché non sono stato avvertito? Chi l’autorizza a prendersi certe libertà?»
«Mi aveva detto di disporne secondo convenienza.»
«Una ragazza, in quelle condizioni di salute. Le ha dato di volta il cervello? Piuttosto alle cucitrici, alle presse.»
«Qualcuno dovrà starle dietro tutto il giorno. Quella non ragiona, si farà del male!»
«Quante storie, Teresa. Le faccia fare le pulizie, le faccia fare quello che vuole ma la tolga subito dal magazzino e non mi scocci più, non per simili sciocchezze almeno.»

Uscita dall’ufficio, le impiegate abbassarono immediatamente lo sguardo, ciò acuì in lei la convinzione di aver subito un’umiliante e immeritato rimprovero. Piena di livore e decisa a vendicarsi, andò nel magazzino: «Vieni qua, ragazzina!» - intimò a Diana che stava aiutando a sistemare le merci sui bancali - «Vai nello sgabuzzino. Prendi il carrello dei detersivi, la scopa e il resto. Se entro la fine del turno non avrai pulito tutti i bagni, sei licenziata.» - e se andò impettita come un gallo cedrone. Qualcuno rise, altri ne approfittarono per fare battute sconce, uno scosse la testa in segno di disapprovazione. Diana ubbidì, mansueta.

Alle due, Teresa entrò nello sgabuzzino dove Diana stava rimettendo a posto le scope: «Brava. Promossa. Da domani inizi a lavorare alle presse, ma non dirlo ai tuoi genitori. Quando avrai imparato per bene, gli faremo una bella sorpresa.» Diana ne fu entusiasta.

Contrariamente a ogni aspettativa, Diana sembrò aver trovato il lavoro giusto per lei. Nel giro di un mese era diventata veloce e precisa, esattamente come gli altri. Di più: aveva imparato a memoria ogni rumore, tanto che sapeva riconoscere quando un macchinario aveva qualche problema, così, sebbene spesso nessuno le prestasse ascolto, era lei a suggerire hai manutentori dove intervenire e talvolta come. Un vero talento - sprecato.

Nel frattempo, Teresa aveva avuto una modestissima colica renale a causa di due microscopici calcoli dei quali si sarebbe potuta facilmente liberare bevendo molta acqua. Non passava giorno senza che se ne lamentasse e senza che le colleghe la compatissero. «Sapeste che dolore!» - diceva - «Insopportabile! E poi bere, sempre bere – passo più tempo al bagno che in reparto!»
«Sai che novità.» - sussurrò Lory, ma nessuno la sentì.
Diana, non sapeva cos’erano i calcoli ma si preoccupò moltissimo per lei, lo disse immediatamente ai genitori che non mancarono di ricapitarle un mazzo di fiori insieme agli auguri sinceri di pronta guarigione.

Fu proprio il giorno che Teresa si recò a una visita di controllo che accadde l’incidente.

Quella mattina, Diana andò a parlare con il responsabile della squadra dei manutentori e gli disse che secondo lei la pressa numero tre aveva bisogno di essere controllata.
«Sei matta? L’abbiamo fatta revisionare un mese fa! Dovresti smetterla d’impicciarti, queste sono cose serie, da uomini, cosa vuoi capirne tu?!»
Diana, poiché sapeva che se avesse insistito si sarebbe arrabbiato, tacque e tornò al lavoro. Tuttavia, non riusciva a far finta di non sentire quello strano rumore: «Lo senti? Tric-trac, tric-trac...» - disse all’operaio che lavorava alla pressa numero quattro, proprio accanto a lei.
«Io non sento nulla, Diana. Hai le allucinazioni!»
«Ma...»
«Smettila, perdinci - sempre a bocca aperta, tu!» - e si rimise le cuffiette della radiolina.
Diana si sforzava, cercava di distrarsi, ma quel rumore le era entrato nel cervello. A un tratto capì cosa non funzionava, cosa sarebbe successo, e senza pensarci, d’istinto, si lanciò contro l’operaio della pressa numero tre, scaraventandolo a parecchi metri di distanza. Nello stesso istante, la pressa si sganciò e venne giù. Se Diana non fosse intervenuta, Luigi vi avrebbe lasciato entrambe le mani.

Il giorno dopo, Teresa entrò nello spogliatoio e vide che l’armadietto di Diana era aperto e vuoto. «Finalmente!» - esclamò - «Era l’ora! E, sentiamo, cos’ha combinato quella poco di buono per farsi licenziare?»
Le colleghe smisero di vestirsi e si girarono verso di lei, senza fiatare.

Impossibile descrivere la faccia di Teresa quando trovò Diana promossa a supervisore della squadra dei manutentori. Aveva il suo ufficio, uno spogliatoio personale e tutta l’officina a disposizione. Più nessuno le rideva dietro, faceva battute oscene, si azzardava a contraddirla. E poi, in tuta da lavoro era bellissima – pressappoco una dea.

 

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