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Come
non cedere alla tentazione di pensare ad una messinscena per attirare
l’attenzione, o suscitare indulgenza, compassione, pietà?
Tutti hanno problemi, preoccupazioni, piccoli o grandi acciacchi,
malesseri passeggeri o cronici con cui fare i conti – ma non
tutti hanno la faccia tosta, la malizia di servirsene, approfittarne!
Diana
soffriva di violente emicranie e talvolta di attacchi epilettici,
inoltre, a causa del proprio ritardo mentale, non sapeva spiegarsi
come chiunque si aspettava da lei che, seppur ventenne, aveva l’ingenuità
e il linguaggio di una bambina.
Edo
Rossi, il titolare della fabbrica, l’aveva presa in prova
ugualmente. D’altronde, i suoi genitori gliel’avrebbero
affidata anche gratis purché gli desse l’opportunità
di misurarsi con un lavoro vero, magari imparando qualcosa e traendone
l’illusione di poter vivere normalmente, come gli altri. «Per
incollare tomaie non occorre un quoziente intellettivo superiore
alla media, né un gran fisico - basta averne voglia. Facciamo
così,» - disse - «vediamo come se la cava. Se
non è troppo d’intralcio e riuscirà a raggiunge
livelli produttivi minimi, la metterò in regola. Intanto,
sempre che a voi sembri una soluzione accettabile, la pagherei al
pezzo - così sarà incentivata a fare di più
e meglio... Portatela domattina, alle sei in punto, mi raccomando...».
Diana
era una ragazzina finita chissà come nel corpo di una vichinga.
I suoi genitori erano originari del sud: piccoli, scuri e tondi.
Lei aveva gli occhi azzurri, era bionda e imponente: oltre ottanta
chili uniformemente distribuiti lungo i suoi centottantacinque centimetri
di altezza. Il mattino dopo, quando entrarono in fabbrica, nessuno
poté fare a meno di notare sproporzioni e differenze. Pino
e Maria la lasciarono negli spogliatoi insieme alla caporeparto.
Se ne andarono pieni di preoccupazione e speranza, pieni di riconoscenza
verso il padrone che era stato così buono e disponibile con
loro. Diana li guardò andare, indecisa se piangere o ridere.
La
signora Teresa le assegnò un armadietto, le porse una cappa,
una mascherina e dei guanti: «Sistema le tue cose e mettiti
questa roba, se ti sporchi di colla non la levi più... Mi
raccomando, non perdere le chiavi – sono stufa di rimediare
ai guai che combinate qua dentro... Questa è una fabbrica,
non un centro di accoglienza o il Cottolengo! Da me non aspettarti
sconti – sono stata chiara?» - Diana annuì, sebbene
non avesse capito una sola parola - «Bene. Spicciati, ti aspetto
fuori...».
Fece in un attimo e la raggiunse. Teresa le spiegò cosa doveva
fare e come, quindi andò in ufficio dove, con la scusa di
lagnarsi di due rumene assunte da poco, trovò il tempo di
prendere un caffè.
Diana
trascorse il suo primo giorno di lavoro a combattere contro il mastice,
ne aveva ovunque, anche tra i capelli. Alle tredici e cinquanta,
Teresa controllò le sue tomaie e le scartò tutte,
quindi sentenziò: «Non c’è speranza, sei
proprio negata...» - e se ne andò imprecando.
Diana non riusciva a comprendere – contrariamente a quanto
sosteneva Teresa, le sembrava di essersela cavata abbastanza bene.
Tornò a casa stanchissima ma allegra, soddisfatta di sé.
Il
giorno dopo si presentò con i capelli raccolti in un buffo
cappellino. Diligente mise la cappa, la mascherina, i guanti, chiuse
l’armadietto mettendosi in tasca le chiavi per essere sicura
di non perderle e raggiunse la sua postazione.
«Ecco il nuovo acquisto!» - esclamò Luca, un
addetto alla distribuzione delle tomaie.
«Già...» - gli fece eco Lory, l’operaia
più anziana del reparto, e un’altra: «Dì
un po’, come ti chiami?» - ma Diana non fece in tempo
a rispondere.
«Dove hai imparato a “maneggiare” il mastice così
bene?»
«E cos’altro “maneggi” fuori da qui?»
«Speriamo nulla – Dio ce ne scampi!»
Scoppiarono tutti a ridere. Diana arrossì senza rendersi
conto delle loro allusioni.
«Via, donne – come siete acide stamani!» - disse
Luca, poi, rivolgendosi a Teresa - «In magazzino abbiamo bisogno
di aiuto, che ne diresti di prestarcela qualche ora? Cervello poco,
sembra, ma il fisico non le manca...»
«Bravo, portala via che oggi non è giornata...»
«E quando mai la è!» - risalì sul muletto
- «Dai, levati la maschera e i guanti... Andiamo a divertirci...»
- ma Diana non si mosse - «Ehi, sveglia – dico a te!
Capisci l’itaGliano o sei marocchina pure
tu? Vienimi dietro, stupida – c’è un camion da
scaricare e siamo in ritardo!».
Diana guardò Teresa aspettando che la autorizzasse, in fondo
era lei il capo. Stranamente Teresa capì, le disse di non
preoccuparsi, di andare e fare ciò che le veniva chiesto.
A quel punto Diana si alzò e lo seguì, allegramente.
Diana
trascorse i giorni seguenti a scaricare e caricare camion, come
e forse più di un uomo. Facchini e autisti la guardavano
increduli, era forte e poi, con quelle belle tette grosse e turgide
che ondeggiavano, ballottavano... uno spettacolo imperdibile! Una
mattina le venne il mal di testa, ma non disse niente per non essere
schermita o, peggio, rimproverata. Alla fine del turno ebbe un piccolo
attacco epilettico. I magazzinieri, del tutto impreparati, chiamarono
il 118. Ne furono scossi, turbati: una così giovane ragazza,
pareva proprio il ritratto della salute, eppure... Che strano, però...
Ciononostante,
il giorno dopo fu nuovamente assegnata al magazzino e nuovamente
ebbe l’ordine di darsi da fare, ma questa volta, come sentì
sopraggiungere l’emicrania, chiese il permesso di smettere.
Seppur con disapprovazione, fu accontentata e rispedita da Teresa
la quale, vedendola arrivare, le chiese cos’altro avesse combinato.
«Mi fa male la testa, signora, e mi viene da vomitare. Il
dottore dice che se succede devo prendere subito le medicine e mettermi
tranquilla. È meglio che vada a casa, almeno lì c’è
mia mamma che sa cosa fare...»
«Non hai portato con te i farmaci?»
«Sì e li ho già presi, ma non sto meglio. Posso
andare?»
«Cosa vuoi che ti dica, se proprio non ti senti...»
Quando
Diana se ne fu andata, Teresa si rese conto che tutte le colleghe
la guardavano – sembravano pentole a pressione sul punto di
esplodere. Le bastò un semplice “Mah?” ed ognuna
si sentì in diritto di dire la sua.
«Ritardata sì, ma mica scema. Eh, il lavoro uccide...»
«Per essere una che sta male ha una cera davvero invidiabile:
rosea, paffutella - al confronto noi siamo già con un piede
nella fossa...»
«Secondo me ci marcia... Magari è vero che non sta
bene, però se n’approfitta...»
«Ma se in magazzino sgambettava che pareva un grillo!»
«E non è nemmeno timida – Mario mi ha detto che
le escono le tette dalla maglietta in continuazione e lei non se
ne preoccupa neanche un po’!»
«Va là, questa è una furbona...»
«Occhio a mariti e fidanzati, ragazze – appena voltiamo
le spalle vedi te che cesti di corna ci rifila!»
Anche Lory rise, ma non poté fare a meno di sentirsi a disagio,
di pensare che, comunque, il lavoro al magazzino, in mezzo agli
uomini, non fosse adatto né a lei né a chiunque altra.
Ricordò che quando entrò in fabbrica, negli anni Ottanta,
persino lei aveva dovuto fare i conti con l’invidia, le malignità
e le vessazioni delle colleghe – e tuttavia tacque perché
sapeva perfettamente che chi non vola in stormo ha più probabilità
d’essere impallinato.
Diana
tornò in fabbrica il lunedì successivo. Entrò
nello spogliatoio, zoppicando.
«Beh? Cos’altro ti è capitato?» - le chiese
Teresa.
«Il dottore dice che ho il nervo non so cosa infiammato e
che non devo fare sforzi...»
«Quante storie, Diana, sei giovane, robusta. Il lavoro è
lavoro! O impari ad incollare tomaie come Dio comanda, o ti rendi
utile dove serve, altrimenti puoi anche stare a casa, non ti sembra?»
E un’altra: «Bisognerà pure che tu faccia qualche
sacrificio, non puoi pensare di comportarti come a scuola... scommetto
che non facevi un cazzo e la licenza media te l’hanno data
ugualmente...».
Poi un’altra: «Com’è che se certe cose
le facciamo noi tempo tre minuti e siamo fuori, ma se le fai tu,
niente? Che sono questi favoritismi? Sarai mica una super raccomandata?»
Un’altra ancora: «“Al lupo! Al lupo!” –
a suon di gridare a vanvera, il giorno che starai male sul serio
penseremo tutti che non è niente e non muoveremo un dito...
ti sembra una bella cosa da fare?»
Diana era confusa, non sapeva cosa dire, ma il riferimento alla
storia di Pierino la impressionò tantissimo. Ci pensò
tutta la mattina, infine andò da Teresa perché sentiva
di doverle chiedere scusa. Non aveva mentito e nemmeno aveva esagerato,
ma il solo pensiero che non la credessero e per questo l’avrebbero
lasciata sola se ne avesse avuto bisogno, la spaventò sul
serio.
«Visto? Se fosse in buona fede, se non avesse niente da farsi
perdonare, perché mai chiederebbe scusa? Eh, da adesso sì
che si cambia musica!» - disse Teresa alle colleghe appena
Diana se ne fu andata, e senza pensarci due volte si diresse spedita
verso gli uffici dove chiese di parlare con il Dottor Rossi.
«Senta, glielo dico sinceramente: quella ragazza è
un’incapace, una perdita di tempo... Con la scusa che non
si sente bene molla sempre il lavoro!»
«Che importa, la pago al pezzo.»
«Ma abbassa la media produttiva del reparto...»
«Non ne tenga conto...»
«Infatti, è per questo che l’ho spostata al magazzino...»
«Al magazzino?»
«Con quel fisico... Mica potevo mandarci qualcun’altra!»
«Perché non sono stato avvertito? Chi l’autorizza
a prendersi certe libertà?»
«Mi aveva detto di disporne secondo convenienza...»
«Una ragazza, in quelle condizioni di salute... Le ha dato
di volta il cervello? Piuttosto alle cucitrici, alle presse...»
«Qualcuno dovrà starle dietro tutto il giorno. Quella
non ragiona, si farà del male!»
«Quante storie, Teresa! Le faccia fare le pulizie, le faccia
fare quello che vuole ma la tolga subito dal magazzino e non mi
scocci più, non per simili sciocchezze almeno!»
Uscita dall’ufficio, le impiegate abbassarono immediatamente
lo sguardo, ciò acuì in lei la convinzione di aver
subito un’umiliante e immeritato rimprovero. Piena di livore
e decisa a vendicarsi, andò nel magazzino: «Vieni qua,
ragazzina!» - intimò a Diana che stava aiutando a sistemare
le merci sui pancali - «Vai nello sgabuzzino. Prendi il carrello
dei detersivi, la scopa e il resto. Se entro la fine del turno non
avrai pulito tutti i bagni, sei licenziata!» - e se andò
impettita come un gallo cedrone.
Qualcuno rise, altri ne approfittarono per fare battute sconce,
uno scosse la testa in segno di disapprovazione. Diana ubbidì,
mansueta.
Alle due, Teresa entrò nello sgabuzzino dove Diana stava
rimettendo a posto le scope: «Brava. Promossa. Da domani inizi
a lavorare alle presse, ma non dirlo ai tuoi genitori. Quando avrai
imparato per bene, gli faremo una bella sorpresa...».
Diana ne fu entusiasta.
Contrariamente
ad ogni aspettativa, Diana sembrò aver trovato il lavoro
giusto per lei. Nel giro di un mese era diventata veloce e precisa,
esattamente come gli altri. Di più: aveva imparato a memoria
ogni rumore, tanto che sapeva riconoscere quando un macchinario
aveva qualche problema, così, sebbene spesso nessuno le prestasse
ascolto, era lei a suggerire hai manutentori dove intervenire e
talvolta come. Un vero talento - sprecato.
Nel
frattempo, Teresa aveva avuto una modestissima colica renale a causa
di due microscopici calcoli dei quali si sarebbe potuta facilmente
liberare bevendo molta acqua. Non passava giorno senza che se ne
lamentasse e senza che le colleghe la compatissero.
«Sapeste che dolore!» - diceva - «Insopportabile!
E poi bere, sempre bere – passo più tempo al bagno
che in reparto!».
«Sai che novità.» - sussurrò Lory, ma
nessuno la sentì.
Diana, che non sapeva cos’erano i calcoli ma si preoccupò
moltissimo per lei, lo disse immediatamente ai genitori che non
mancarono di ricapitarle un mazzo di fiori insieme agli auguri sinceri
di pronta guarigione.
Fu
proprio il giorno che Teresa si recò ad una visita di controllo
che accadde l’incidente.
Quella
mattina, Diana andò a parlare con il responsabile della squadra
dei manutentori e gli disse che secondo lei la pressa numero tre
aveva bisogno di essere controllata.
«Sei matta? L’abbiamo fatta revisionare un mese fa!
Dovresti smetterla d’impicciarti, queste sono cose serie,
da uomini, cosa vuoi capirne tu?!»
Diana, poiché sapeva che se avesse insistito si sarebbe arrabbiato,
tacque e tornò al lavoro. Tuttavia, non riusciva a far finta
di non sentire quello strano rumore: «Lo senti? Tric-trac,
tric-trac...» - disse all’operaio che lavorava alla
pressa numero quattro, proprio accanto a lei.
«Tric-trac, tric-trac... Io non sento nulla, Diana. Hai le
allucinazioni!»
«Ma...»
«Smettila, perdinci! Sempre a bocca aperta, tu!» - e
si rimise le cuffiette della radiolina.
Diana
si sforzava, cercava di distrarsi, ma quel rumore le era entrato
nel cervello. Ad un tratto capì cosa non funzionava, cosa
sarebbe successo, e senza pensarci, d’istinto, si lanciò
contro l’operaio della pressa numero tre, scaraventandolo
a parecchi metri di distanza. Nello stesso istante, la pressa si
sganciò e venne giù. Se Diana non fosse intervenuta,
Luigi vi avrebbe lasciato entrambe le mani.
Il
giorno dopo, Teresa entrò nello spogliatoio e vide che l’armadietto
di Diana era aperto e vuoto. «Finalmente!» - esclamò
- «Era l’ora! E, sentiamo, cos’ha combinato quella
poco di buono per farsi licenziare?»
Le colleghe smisero di vestirsi e si girarono verso di lei, senza
fiatare.
Impossibile
descrivere la faccia di Teresa quando trovò Diana promossa
a supervisore della squadra dei manutentori. Aveva il suo ufficio,
uno spogliatoio personale e tutta l’officina a disposizione.
Più nessuno le rideva dietro, faceva battute oscene, si azzardava
a contraddirla. E poi, in tuta da lavoro era bellissima –
pressappoco una dea. |